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L’accademica ironia di Nabokov

Recensione di “Pnin” di Vladimir Nabokov

 

Vladimir Nabokov, Pnin, Adelphi

Vladimir Nabokov, Pnin, Adelphi

Pninizzato. Curioso termine (non dissimile, per certi versi, dal minaccioso avvertimento “Sarete tartufato!» di Molière) che significa acquisire atteggiamenti e forma mentis di Timofej Pnin, professore di lingua russa in una sconosciuta università della provincia americana e protagonista di un irresistibile romanzo di Vladimir Nabokov.


Impacciato, spesso ridicolo nei comportamenti, arroccato nelle sue certezze (unico riparo a una realtà, quella degli Stati Uniti, che non riesce in alcun modo a comprendere), Pnin è uno di quegli uomini che diffida della vita, e giudica quasi tutto quel che gli accade alla stregua di uno scroscio di pioggia; qualcosa da cui ripararsi, e in fretta.

Nabokov dipinge le sue avventure – così come il mondo accademico nel quale si svolgono – con tono agrodolce; pur non rinunciando mai al sarcasmo, è come se capisse e condividesse lo smarrimento del suo eroe; ai lettori lo presenta in tutta la sua fragilità, nudo, sincero, e così facendo non li muove al facile dileggio, ma a una più nobile e catartica solidarietà.

Perché Pnin, in fondo, come tutti noi, è un naufrago della modernità.

 
Ora lascio la ribalta a Nabokov. Prima l’incipit del romanzo, poi una descrizione dell’ambiente accademico di rara perfidia.
Il passeggero anzianotto che sedeva accanto al finestrino a nord di quella carrozza ferroviaria inesorabilmente in moto, vicino a un posto libero e di fronte ad altri due posti liberi, era, per l’appunto, il professor Timofej Pnin. Magnificamente calvo, abbronzato e ben sbarbato, incominciava in modo alquanto imponente con quel gran cranio a cupola brunastro, con gli occhiali cerchiati in tartaruga (per mascherare l’assenza infantile di sopracciglia), con un labbro superiore scimmiesco, un collo grasso, un robusto torso virile nella giacca di tweed piuttosto stretta; ma terminava, ed era deludente alquanto, con due gambette sottili (in quel momento nascoste dai pantaloni di flanella e accavallate) e con i piedi minuti, quasi femminili.
Il trimestre autunnale del 1954 era cominciato […]. E l’università continuava nella sua cigolante fatica. Laureandi secchioni, con la moglie incinta, continuavano a scrivere tesi su Dostoevskij e Simone de Beauvoir. La facoltà di lettere era ancora persuasa che Stendhal, Galsworthy, Dreiser e Mann fossero grandi scrittori. Parole plastiche come “conflitto” e “struttura” seguitavano a essere in voga. Come sempre, gli insegnanti sterili si sforzavano con successo di “produrre” recensendo i libri dei loro colleghi più fertili e, come sempre, un gruppo di professori fortunati si godeva o stava per godersi vari premi avuti precedentemente nel corso dell’anno […]. Una sovvenzione particolarmente generosa stava consentendo all’illustre psichiatra della Waindell, il dottor Rudolph Aura, di applicare a diecimila allievi delle scuole elementari la cosiddetta Prova del dito nella tazza, nella quale il bambino viene invitato a immergere il dito indice in una tazza contenente fluidi colorati, dopodiché si determina la proporzione tra la lunghezza del dito e la parte immersa, traendone ogni sorta di grafici affascinanti.

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