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Nel cono d’ombra del mondo

Recensione di “Il dicembre del professor Corde” di Saul Bellow

recensione Saul Bellow, Il dicembre del professor Corde

Saul Bellow, Il dicembre del professor Corde

 

Albert Corde è un docente universitario. È americano. L’insegnamento per lui è un tentativo, una prova, una scommessa; è un codice attraverso il quale provare a comprendere il mondo, o meglio tutto ciò che ne mina l’ordine, il senso. Dolore, violenza, ingiustizia, odio; il caos è in grado di manifestarsi sotto molti aspetti, e Corde, impotente di fronte alle devastazioni che produce, può soltanto cercare di capirlo, di arginarlo con lo studio, la conoscenza.


Il caos, nella sua forma suprema e terribile, è morte, e il professor Albert Corde si trova ad affrontare questa terrificante esperienza a migliaia di chilometri da casa, nella Romania comunista, al capezzale della madre di sua moglie, alto dirigente del Partito ed ex ministro, da tempo caduta in disgrazia.

In uno scenario ostile e di povertà diffusa, Corde combatte con coraggio, ma senza nessuna speranza di vittoria, la propria battaglia contro il disordine del mondo, interrogandosi senza sosta sulle sue origini, sui suoi perché, e senza sosta cercando risposte.

Raccontando del suo eroismo debole e muto, Saul Bellow, uno dei più grandi scrittori della storia della letteratura (Nobel nel 1976), si fa testimone di un umanesimo radicale, in qualche misura addirittura salvifico.

Perché l’ostinato tentativo di penetrare l’enigma di una realtà che pare costruita apposta per espellere da sé l’uomo invece di accoglierlo è forse il solo modo possibile di vivere.

Il dicembre del professor Corde è uno dei molti capolavori prodotti da Saul Bellow, e un buon modo per avvicinarsi a lui se ancora non lo si conosce.

Eccovi due estratti del romanzo; una descrizione di Bucarest e un infortunio accademico (denso di implicazioni) di Corde.

La luce, come ovunque a Bucarest, era insufficiente. Scarseggiava la corrente in Romania: non era piovuto, pare, a sufficienza e i bacini idroelettrici non contenevano abbastanza acqua. Giusto: dar la colpa alla natura. A dicembre imbruniva verso le tre del pomeriggio. Alle quattro il tenebrore era bell’e disceso lungo gl’intonaci dei vecchi muri, avvolgeva il grigiume dei caseggiati proletari, radeva già i selciati e, di qui, risaliva più fitto e isolava i lampioni. Questi erano d’un debole giallino, nell’impuro malinconico inverno. Tristezza dell’aria: così Corde la chiamava. Nella fase finale del crepuscolo, un bruno sedimento sembrava avvolgere quei lampioni. Seguiva un livido momento mortuario. Poi la notte cominciava. “La notte è difficile qui” pensò Albert Corde.

Fu a questo punto che Corde, infervorato, e senza prevedere come il pubblico l’avrebbe presa, cominciò a parlare, nel suo reportage, di “popolazioni superflue”, “depennati”, “gente condannata”. La cosa non andò giù. Si possono prendere in prestito dei termini dalla sociologia, da Durkheim o Marx, si può parlare di anomia o di lumpen-proletariato, della sottoclasse negra, di contadini economicamente in sovrappiù, del Terzo Mondo, degli effetti dell’oppio sulle masse cinesi nell’Ottocento… purché tutto resti sul piano della teoria: allora va giù bene. Si può discutere di politica assistenziale, di assistenza medica e sociale, di burocrazia, senza sollevare obiezioni. Ma quando Corde cominciò a dichiarare che, nel mostruoso ambiente di città semidemolite, la scelta che veniva offerta era fra una morte lenta e una morte rapida, fra la distruzione violenta e l’inesorabile logorio, molti lettori presero cappello. Qualcosa andò storto.

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