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Vernichtung

recensione - william styron - la scelta di sophie“Fra i molti che si sono occupati dei campi di concentramento nazisti, pochi hanno scritto con

l’intelligenza e la passione del critico George Steiner […]. ‘Uno dei punti che non riesco a capire’ scrive Steiner, ‘benché ne abbia spesso scritto, sforzandomi di collocarlo in qualche sorta di prospettiva sopportabile, è il rapporto temporale’. Steiner ha appena citato la descrizione della brutale uccisione di due ebrei nel campo di sterminio di Treblinka. ‘Esattamente nella stessa ora in cui Mehring e Langner venivano messi a morte, la stragrande maggioranza degli esseri umani, due miglia più in là nelle fattorie polacche, cinquemila miglia più in là a New York, stavano dormendo o mangiando o andando al cinema o facendo l’amore o preoccupandosi per il dentista. È qui che la mia immaginazione si blocca. Questi due ordini simultanei di esperienze sono talmente diversi e incompatibili con qualsiasi concezione dei valori umani, e la loro coesistenza è un così orribile paradosso – Treblinka esiste perché alcuni uomini l’hanno costruito e quasi tutti gli altri lo hanno permesso – che mi viene da interrogarmi sul tempo. Ci sono davvero, come suggeriscono la fantascienza e la speculazione gnostica, differenti specie di tempo in uno stesso mondo, un ‘tempo buono’ avvolto in strati di tempo inumano nel quale gli uomini cadono nelle lente mani della dannazione vivente?’ […]. In questa fase dunque Auschwitz appare nella sua duplice funzione: come deposito per lo sterminio di massa ma anche come vasta area dedicata alla pratica della schiavitù. Si trattava tuttavia di una schiavitù di tipo nuovo – esseri umani continuamente sostituiti e sacrificabili. È una dualità che viene spesso trascurata. ‘Quasi tutta la letteratura sui campi ha teso a sottolineare il loro ruolo di luoghi di eliminazione’ ha scritto Richard L. Rubinstein in un magistrale volumetto dal titolo The Cunning of History. ‘Purtroppo, pochi moralisti e pochi pensatori religiosi hanno prestato attenzione all’importantissimo fatto politico che i campi erano in realtà una forma nuova di società umana’ […]. Questa nuova forma di società umana sviluppata dai nazisti, di cui scrive Rubinstein (ampliando la tesi della Arendt), è ‘una società di dominio totale’ derivata direttamente dall’istituzione della schiavitù quale era praticata dalle grandi nazioni d’Occidente, ma elevata a Auschwitz a una dispotica apoteosi grazie a un concetto innovatore che getta, per contrasto, una luce benigna sulla vecchia schiavitù delle piantagioni persino nei suoi aspetti più barbari: e questo nuovissimo concetto si fondava sulla semplice ma assoluta sacrificabilità della vita umana […]. I nazisti, come osserva Rubinstein, furono i primi padroni di schiavi che avessero soppresso qualsiasi superstite sentimento umano riguardante l’essenza della vita; furono i primi che ‘riuscirono a trasformare esseri umani in strumenti del tutto obbedienti alla loro volontà, persino quando si diceva loro di sdraiarsi nelle proprie tombe e di lasciarsi fucilare’”.

Romanzo dell’indicibile (e Auschwitz, intendendo con Auschwitz l’intera ingegneria genocida nazionalsocialista, è qualcosa che non è possibile comprendere, della quale, letteralmente, non si può dare ragione; e le pagine appena citate di Steiner e Rubinstein ne danno chiara dimostrazione), La scelta di Sophie di William Styron (Mondadori, traduzione di Ettore Capriolo) ha il ritmo ossessivo, travolgente e folle dell’incubo. Calata in una realtà fin troppo concreta, fin troppo vera (siamo nel 1947, a guerra appena conclusa, quando l’enormità dei crimini perpetrati dal Reich hitleriano ancora oscillava tra il puro orrore e un incredulo stupore che aveva i contorni di un automatico istinto di sopravvivenza – come accettare che uomini e donne, uomini e donne come noi, abbiamo potuto tanto? Accettarlo non significherebbe ammettere che anche noi, perfino noi, potremmo fare lo stesso, o non opporci a simili atrocità messe in atto da altro da altri, ma altri, ancora una volta, in tutto e per tutto simili a noi?), la tragica storia di amore e morte raccontata dallo scrittore americano si muove tra menzogne e malattie mentali, tra bugie reiterate, che pagina dopo pagina ininterrottamente riscrivono la stessa storia trasformandola in tante storie diverse, in tanti frammenti di un medesimo mostruoso disegno, quello realizzato dall’esercito tedesco in Europa, e allucinazioni allo stesso tempo lucide e deliranti, quasi che non ci fosse altro modo (e forse davvero non c’è altro modo) per avvicinare lo sterminio degli ebrei. Non sorprende dunque che dell’inumanità di Auschwitz parlino un giovane americano (proveniente dal Sud razzista), voce narrante e trasparente alter ego dell’autore, un ebreo, anch’egli americano, benestante, che dell’Olocausto non ha visto né saputo nulla se non indirettamente e una bellissima ragazza polacca (non ebrea, particolare non trascurabile), miracolosamente sopravvissuta al campo di sterminio ma amputata alla radice non della vita ma di qualcosa di più importante, la capacità di trovarne un senso, di credere che ci sia.

Così La scelta di Sophie si snoda in una serie continua di rivelazioni, di colpi di scena, di cambi di prospettiva, e ogni nuovo fondale che viene presentato agli occhi del lettore è una parziale messa a fuoco dei tre protagonisti, due dei quali irrimediabilmente condannati, dalla storia, da ciò che sono ma più ancora da ciò che gli eventi li hanno costretti a essere, o a diventare (e se anche nessuno, sapendo chi sei e cosa hai vissuto, potrebbe condannarti per le tue decisioni, cosa può davvero cambiare se tu non sei disposto a perdonare te stesso? Se non sei più in grado di farlo?), il terzo scelto dal destino, da Dio, dal caso per illuminarne la fiammeggiante e patetica parabola autodistruttiva.


Eccovi l’incipit. Buona lettura

In quei giorni, essendo quasi impossibile trovare appartamenti a buon mercato a Manhattan, dovetti trasferirmi a Brooklyn.

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