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Il terrorista e il partigiano


recensione - william t. vollmann - come un'onda che sale e che scendeDa una lettera di osservazioni del prof. Bruce Trigger […]. Manca tuttavia qualcosa,

di cui magari vorrai occuparti in un prossimo libro o non occuparti affatto. Quando ero più giovane credevo che ci fosse poco da dire in favore della superiorità della Regola aurea nella sua forma cristiana (Fa’ agli altri…) rispetto alla sua ben più diffusa formulazione negativa (Non fare agli altri…) […]. Ora, però, mi pare che si possano formulare regole di tipo legale su quel che le persone possono o non possono fare in difesa dei propri diritti, ma l’interesse egoistico continuerà a plasmare quei diritti in modo che significhino quel che vuole colui che li plasma. Quel che occorrerebbe è un consenso di base sul modo in cui le società moderne dovrebbero essere gestite…
È curioso, ma noi disponiamo già di questa norma fondamentale nel poco noto e disprezzato testo della
Dichiarazione universale dei dritti umani
(1948), che ha stabilito gli standard legali, politici, economici, sociali e culturali minimi per il trattamento degli esseri umani in tutto il mondo. Nessun paese è mai riuscito a rispettare in pieno questa dichiarazione, ma la considero una notevolissima affermazione ideale a cui dovremmo sforzarci di elevarci. Se di qui a un millennio ci saranno ancora persone capaci di leggere e scrivere, credo che onoreranno questa dichiarazione, come il supremo traguardo del XX secolo, ciò che ha reso possibile la sopravvivenza e lo sviluppo della vita civilizzata nel Terzo millennio […]. Io credo nella diversità culturale, ma credo anche che questa diversità debba fondarsi sul rispetto di ogni essere umano e del diritto di ciascuno a svilupparsi e prosperare, aspirazione dell’Illuminismo che per prima è stata abbandonata da coloro che che derivarono il potere politico proprio dai Lumi. Non credo che quei valori universali minino il pluralismo delle culture; al contrario, possono promuoverlo, contrastando le forze egemoniche che stanno corrodendo economicamente e socialmente la base su cui il pluralismo culturale fiorisce e limitando, con ciò, la libertà di scelta. Quel che credo di voler dire è che sarà solo quando la gente giungerà ad accordarsi su questioni come queste che il tuo calcolo morale prenderà davvero piede e fornirà la base per giudicare la condotta umana. Come fare anche solo a discutere di questioni come queste è naturalmente un bel problema. Finché ciò non accadrà, però, colui che per me è un terrorista sarà sempre un partigiano per qualcun altro”. Accade qui, alle pagine 676-677 di un’opera che ne conta oltre 900 (e che è la riduzione di un lavoro che in origine superava le 3.000 pagine), di trovarsi faccia a faccia tanto con la ragione di questo libro quanto con la sua impossibilità di giungere da qualche parte (ma era forse questo lo scopo del suo autore?). Il libro in questione è Come un’onda che sale e che scende di William T. Vollmann (Mondadori, traduzione di Gianni Pannofino), studio sulla violenza intesa come primo (e purtroppo irrinunciabile, inevitabile) motore della storia dell’uomo; di fronte a questo dato di fatto l’autore si spoglia di ogni facile sentenziosità etica – e con ciò non voglio dire che una presa di posizione di questo genere non abbia una sua validità; personalmente mi trova concorde la celebre e terribile affermazione secondo la quale l’uomo produce il male come le api producono il miele per cercare di costruire un calcolo morale universalmente valido, una formula in grado di indicare quando la violenza, e per violenza va inteso sempre e soltanto l’atto di togliere la vita a uno o più esseri umani (ogni altro genere di violenza è esplorato ma sussunto all’omicidio, all’uccisione di un singolo, alla strage, allo sterminio, al genocidio) possa dirsi accettabile, giustificabile.

Dar vita a questa ricerca – e accettarne fin dal principio se non la possibilità del fallimento (toccherà al lettore decidere se Vollmann sia riuscito o meno a giungere alla formulazione di un calcolo che le persone possano fare proprio e al quale attenersi per giudicare tanto le altrui quanto le proprie azioni, le azioni della storia e quelle che il tempo rivelerà) quantomeno il rischio di non toccare, o di non toccare completamente, l’approdo desiderato (ma ancora una volta, è davvero questo il fine dello scrittore? Non è piuttosto la ricerca in sé?) – ha significato per William T. Vollmann ripercorrere secoli di storia, dialogare con coloro che l’hanno scritta (nel sangue e con il sangue), recuperarne l’universo morale (di volta in volta, è perfino superfluo dirlo, diverso, perché differenti sono le condizioni sociali, economiche e i sistemi valoriali e le credenze religiose che l’hanno plasmato, o meglio li hanno plasmati; malgrado ciò ogni universo morale ha con tutti gli altri anche delle somiglianze ed è da queste somiglianze che nascono le massime, le giustificazioni, le “ragioni che spiegano, che motivano” che l’autore americano enumera con precisione nella parte del saggio dedicata a esplorare quando e in che condizioni determinate azioni possano dirsi accettabili – o si debbano al contrario giudicare inaccettabili sotto tutti, o quasi, i punti di vista) di riferimento e alla sua luce rivederne e ridiscuterne comportamenti, scelte e soprattutto conseguenze.

Così, sul palcoscenico del suo tremendo e affascinante saggio, ecco comparire Giulio Cesare e Cortés, Platone e la sua sognata dittatura filosofica e Adolf Hitler, Pol Pot e Lenin, l’iperbole impossibile della non violenza gandhiana (e che pure Gandhi non si limitò a predicare ma incarnò) e il marchese De Sade, l’antischiavista John Brown e il combattente T.E. Lawrence, che per vendetta si rese responsabile di un terribile massacro (ma quando la vendetta è giustificata, se mai lo è?). E in questo viaggio, talmente vorticoso da rendere davvero arduo, per il lettore, mantenere concentrazione volontà necessaria per arrivare fino in fondo al libro (ma è, questa, un’opera che abbondantemente merita lo sforzo che chiede), in più di un’occasione ci si trova davanti a una sorta di hegeliano cortocircuito dove tesi e antitesi si fronteggiano senza che sia in nessun modo possibile superare l’una e l’altra nella superiore unità di una sintesi – valgano ad esempio i seguenti passaggi: “Del tutto indifferente alle sottigliezze inquisitorie della sua colpevolezza, Sade evade […] ‘Se il tribunale nega i miei diritti, stabilirò da me i miei diritti…’. Confrontatelo con Gandhi, che scrisse: ‘Se la mia vita fosse regolata dalla violenza come extrema ratio, rifiuterei di concedere un solo dito per paura che mi si possa chiedere il braccio. Sarei un pazzo se mi comportassi altrimenti. Ma se la mia vita fosse regolata dalla non violenza, dovrei essere pronto a dare tutto il braccio quando mi viene chiesto soltanto un dito’”. D’accordo, può legittimamente chiedere chi legge, tutto questo fino a quando? Finché, mi permetto di rispondere, l’altra faccia di un terrorista rivelerà quella di un partigiano.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

La morte è banale.

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