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Un unico mondo


recensione - gerald durrell - la mia famiglia e altri animaliCinque anni a Corfù di una famiglia inglese caratterizzata da tratti di indubbia originalità. A prima


vista, La mia famiglia e altri animali di Gerald Durrell (Adelphi, traduzione di Adriana Motti), con ogni probabilità il più noto tra i lavori letterari del grande naturalista britannico, è tutta qui, in una trama che è difficile immaginarsi più semplice, più scarna. Ma è sufficiente iniziare a leggerlo, questo bellissimo libro, capace di divertire, appassionare, trascinare il lettore nella sonnolenta – e malgrado ciò straordinariamente, meravigliosamente viva – atmosfera dell’isola, per scoprire quanta ricchezza riveli la (falsa) banalità di quei “cinque anni” vissuti e narrati con gli occhi d un bambino (il giovanissimo Gerald, irresistibilmente attratto, dai due anni di età a detta della pazientissima madre, dalle meraviglie della natura e da praticamente qualsiasi forma di vita animale). La prosa di Durrell ha il fascino senza tempo di un’ingenuità che nulla ha a che fare con difficoltà, o peggio incapacità di afferrare la complessità delle cose (tanto nella loro dimensione quotidiana quanto relativamente a prospettive più ampie), ma che all’opposto ha il sapore dolce della purezza, di una saggia condiscendenza nei riguardi dell’umana natura, debole senza alcun dubbio per molti aspetti, ma altresì capace di generosità, altruismo, sincerità d’affetti – “[…] Voltandoci, vedemmo una vecchia Dodge ferma accanto al marciapiede; al volante c’era un individuo tozzo e grosso come un barilotto, con due mani che sembravano prosciutti e una faccia larga, accigliata e coriacea sormontata da un berretto a visiera messo sulle ventitré. Aprì lo sportello della macchina, emerse sul marciapiede, e con andatura da papero venne verso di noi. Poi si fermò, più accigliato che mai, e fissò il gruppo di ammutoliti tassisti. ‘Loro hanno disturbati?’ domandò a mamma. ‘No, no’ disse mamma con scarsa veridicità ‘avevamo soltanto qualche difficoltà a capirci’. ‘Voi occorre qualcuni che parla vostra lingua,’ ripeté il nuovo arrivato ‘loro bastardi… se voi scusi la parola… trufferebbe le loro madri. Scusi un minuto e li sistemo’ […]. ‘Voi inglesi? Io immaginato…Inglesi vuole sempre stanza da bagni… Io ho una stanza da bagni in casa mia… Mio nome è Spiro Hakiaopulos… tutti mi chiama Spiro Americano perché io vivo in America… Sì, passato otto anni a Chicago… Questo è dove ho imparato mio buon inglese… Andato là per fare soldi… […]. Mi piace gli inglesi… buone persone… Non dico bugia, se non ero greco mi piaceva essere inglese’” – e basti, a titolo esemplificativo la magnifica presentazione di Spiro, burbero dal cuore d’oro, per avere idea di come entrano in scena e in gioco tutti i personaggi del romanzo. E di pari passo con l’allegra sfilata dei protagonisti (perché in questo libro, in un modo o in un altro, tutti sono attori protagonisti e nessuno sta in secondo piano), ecco le descrizioni del paesaggio e più ancora quelle degli animali che riempiono tutte le giornate di Gerald, cui basta un fazzoletto di terra (e il brulicare di vita che lo anima) per non avere null’altro da desiderare: “Le rose lasciavano cadere petali grossi e levigati come piattini, rosso-fiamma, bianco-luna, lucidi e senza una grinza; le calendule, come nidiate di soli tutti arruffati, guardavano il cammino del loro padre lungo l’arco del cielo. Tra le erbe basse le viole del pensiero protendevano le loro facce vellutate e innocenti su dalle foglie, e le violette si nascondevano tristi sotto le loro foglie a forma di cuore […]. Questo giardino da bambola era una terra magica […]. Sugli steli delle rose, incrostati di afidi, le coccinelle zampettavano come giocattoli dipinti di fresco […]. Le api legnaiole, simili a orsi pelosi color azzurro elettrico, zigzagavano tra i fiori con un ronzio cupo e affaccendato […]. Tra i ciottoli bianchi, turbe di grosse formiche nere barcollavano e gesticolavano intorno a strani trofei: un bruco morto, un pezzetto d petalo di rosa, o un capolino secco ricco di semi […]. Forse la scoperta più esaltante che feci in quella Lilliput multicolore in cui potevo aggirarmi fu un nido di forbicina […] la gioia di scoprirlo per caso fu indicibile, come se tutt’a un tratto mi avessero fatto un regalo meravglioso”.

E di regalo meraviglioso in regalo meraviglioso il libro prosegue, alternando in perfetto equilibrio le bizzarre (a dir poco!) storie di famiglia con le scoperte dell’autore, instancabile nell’osservare ogni creatura ma anche nel catturarne quanti più esemplari possibili (dagli scorpioni, sistemati, naturalmente senza avvisare nessuno, in scatole di fiammiferi, utilizzate in abbondanza dagli amanti del fumo presenti in casa…, alle gazze, fino a un magnifico esemplare di gabbiano) ed eccezionalmente talentuoso nel progressivo annullamento di qualunque possibile barriera tra animali e uomini. Durrell infatti descrive ogni creatura con cui ha a che fare attribuendogli con la massima naturalezza stati d’animo che ci sono propri (gioia, fastidio, noia, interesse, concentrazione nel corso di un’attività…), così che viene meno qualunque cesura tra i due ambiti (che del resto non esiste) e il lettore finisce non solo con il non sorprendersi più ma con il trovare comunissima la passione per il mondo animale manifestata da tutto “il mondo umano” (in primis dal dottor Theodore Stephanides, compagno d’avventure e di scoperte dell’autore) ospitato nelle indimenticabili pagine de La mia famiglia e altri animali.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Questa è la storia dei cinque anni che ho trascorso con la mia famiglia nell’isola greca di Corfù.

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