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Uomo, ghetto, campo di sterminio, mondo



recensione - wladyslaw szpilman - il pianista“Anche se fino a qualche anno fa mio padre non aveva mai parlato delle sue esperienze di guerra,


esse mi avevano però accompagnato fin dall’infanzia. Proprio questo libro che io dodicenne tirai fuori furtivamente da un angolo dei nostri scaffali mi permise di scoprire perché non avevo nonni paterni e perché mio padre non parlava mai della sua famiglia. Il libro mi rivelò quella parte della mia identità che ignoravo. Sapevo che lui sapeva che lo avevo letto, ma non ne facemmo mai cenno tra noi. Forse proprio per questo non mi passò mai per la mente che ciò che aveva scritto potesse avere un qualche significato per altre persone. È quanto mi fece rilevare il mio amico, Wolf Biermann, quando gli raccontai la storia di mio padre. Ho vissuto in Germania per molti anni e la consapevolezza della dolorosa incomunicabilità esistente tra ebrei e tedeschi e polacchi mi è sempre stata presente. Mi auguro che questo libro contribuisca a rimarginare alcune delle ferite ancora aperte. Mio padre Wladyslaw Szpilman non è scrittore. Professionalmente è quello che in Polonia viene definito ‘un uomo in cui la musica vive’: un pianista e un compositore; da sempre una figura carismatica, un punto di rifermento significativo nella vita culturale polacca […]. Mio padre scrisse la prima versione di questo libro nel 1945, e sospetto l’abbia fatto più per se stesso che per l’umanità in genere. Scriverlo gli permise di rielaborare entro di sé le sconvolgenti esperienze della guerra, liberando l’animo e i sentimenti così da consentirgli di continuare a vivere”. La prefazione di Andrzej Szpilman, figlio di Wladyslaw Szpilman, autore de Il pianista (Baldini & Castoldi, traduzione di Lidia Lax), illumina le caratteristiche uniche di lavoro indimenticabile; in primo luogo il fatto di essere, pur in vesti romanzesche, qualcosa che romanzo non è, e non solo perché chi lo ha composto non è “scrittore di professione” bensì musicista, per la precisione pianista, e pianista di gran talento, ma più ancora perché Il pianista è un forsennato accumulo di tragiche memorie, l’esperienza, narrata per quanto possibile “in presa diretta”, dell’annientamento progressivo di una città (e più ancora di un Paese, dell’Europa, forse addirittura del mondo intero) attuato attraverso la progressiva eliminazione, in essa (dove essa sta a significare Varsavia, e Polonia, e continente europeo e via proseguendo verso realtà geografiche, politiche, umane sempre più grandi), di tutto ciò che è vivo. In secondo luogo l’esser nato, questo libro, da una necessità personale, da un bisogno di sopravvivenza morale avvertito come irrinunciabile dopo la conquista di una prima sopravvivenza, quella fisica, che non sarebbe stata sufficiente, non sarebbe bastata “per andare avanti”, se non si fosse giunti a una memoria che potesse essere vista, toccata, conosciuta anche da altri. Perché Wladyslaw Szpilman, ci dice il figlio, della sua famiglia non parlava mai. Di essa, e delle moltissime altre sterminate nei modi più atroci, egli ci ha lasciato traccia scrivendo. Una scrittura “non professionale”, che non viola il silenzio e insieme eterna tutto ciò che non può e non deve essere dimenticato.

La vita, per Szpilman, inestricabilmente intrecciata con la musica, con il pianoforte, è un cuore debole, provato ma per nulla inerte gettato nelle tenebre della guerra fin dal principio del libro, che prende avvio nel 1940 per poi tornare all’anno precedente, in cui l’incubo ebbe inizio, e infine proseguire, in un gorgo continuo di tragedie interrotte in momenti cruciali – non si sa se per “miracolose” casualità o per particolare “sadismo” di un destino personale sempre sul punto di chiudersi una volta per tutte eppure salvato in qualche modo, perfino per intervento di un ufficiale tedesco, il capitano Wilm Hosenfeld, disgustato dalla barbarie nazionalsocialista, proprio quando sembrava che nessuna salvezza fosse più possibile, e di fatto non ci fu alcuna salvezza per molte, moltissime persone, compresa l’intera famiglia di Szpilman – da improvvisi “cambi di scenario” grazie ai quali l’autore “continua a vivere” mentre attorno a lui tutti, inesorabilmente, muoiono. E Szpilman, vivo malgrado tutto, vivo nonostante la morte sia ovunque, vivo contro ogni possibilità, al di là di qualsiasi probabilità, nell’insostenibile prigionia del ghetto, dove la feroce primordialità dell’istinto di sopravvivenza, acceso e tenuto ben vivo dal disegno di distruzione nazista, rende chi ne viene sopraffatto (tutti, con le rarissime eccezioni rappresentate da coloro che inevitabilmente muoiono per primi e che le cronache, con impressionante regolarità, dimenticano) maschera d’orrore e infamia irriconoscibile a se stesso, registra ogni cosa sfidando la pazzia, costringendo la sua mente ad arrendersi, dunque ad accettare come inconfutabile dato di fatto, che uomini potessero imporre ad altri uomini quel che gli occupanti tedeschi imponevano agli ebrei (e in buona misura anche ai polacchi). “I poveri erano già duramente debilitati dalla fame e non avevano alcun modo di proteggersi dal freddo, per l’assoluta impossibilità di procurarsi il combustibile. Erano anche infestati dai parassiti. Il ghetto brulicava di parassiti contro i quali non c’era nulla da fare. Gli indumenti di chi per strada ti passava vicino erano infestati dai pidocchi e così pure i tram e i negozi. Pidocchi formicolavano sui marciapiedi, su per le scale, e cadevan giù dai soffitti degli uffici pubblici nei quali toccava recarsi per le più svariate esigenze. Pidocchi si insinuavano tra i fogli piegati del giornale, tra gli spiccioli che si tenevano in tasca, e ve ne erano perfino sulla crosta del pane appena acquistato. E ognuno di quei minuscoli parassiti poteva causare il tifo. E, infatti, nel ghetto scoppiò un’epidemia”.

Esplorazione di una coscienza, di una memoria, di una vita umana braccata, di una speranza, di un senso di umanità che incontra se stessa e il suo opposto, Il pianista non è semplicemente un romanzo splendido e terribile, è una lettura fondamentale, una indispensabile opera di verità.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Ho iniziato la mia carriera di pianista durante la guerra, al Café Nowoczesna, che si trovava in via Nowolipki, proprio nel cuore del ghetto di Varsavia.

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