“Otto quaderni fittamente ricoperti da una scrittura minuta e quasi indecifrabile – e da allora non ho
mai distolto la mente da ciò che vi ho trovato: la vita di Etty Hillesum. Questi quaderni narrano la storia di una donna di Amsterdam di ventisette anni. Abbracciano tutto il 1941 e il 1942 – per l’Olanda due anni di guerra e di oppressione, ma per Etty un periodo di crescita e, paradossalmente, di liberazione individuali. Erano gli anni in cui in tutta l’Europa si rappresentava il dramma dello sterminio. Etty Hllesum era ebrea, e scrisse un contro-dramma. La vita di Etty sta tutta tra le parole che annotò giovedì 10 novembre 1941: ‘Paura di vivere su tutta la linea. Cedimento completo. Mancanza di fiducia in me stessa. Repulsione. Paura’, e le parole di venerdì 3 luglio 1942: ‘Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so. Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno cos’è in gioco per noi ebrei. Una sicurezza non sarà corrosa o indebolita dall’altra. Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato’ […]. Seguendo il proprio itinerario, Etty maturò una sensibilità religiosa che dà ai suoi scritti una grande dimensione spirituale. La parola ‘Dio’ compare anche nelle prime pagine, per quanto sia qui usata […] quasi inconsapevolmente. Ma a poco a poco Etty va verso un dialogo molto più intenso con il divino. Quando si rivolge a Dio, lo stile dei suoi appunti cambia completamente; gli parla spesso, e senza il minimo imbarazzo. La sua religiosità è tutt’altro che convenzionale. Adesso, in Olanda, i cristiani rivendicano Etty come la quintessenza del cristianesimo, e gli ebrei come la quintessenza dell’ebraismo; è una disputa oziosa, perché Etty segue un cammino assolutamente personale. Ha un ritmo religioso tutto suo, che non è dettato da chiese o sinagoghe, né da dogmi, né da nessuna teologia, liturgia o tradizione – cose che le erano tutte completamente estranee. Etty si rivolge a Dio come a se stessa. ‘Quando prego’, scrive, ‘non prego ma per me stessa, prego sempre per gli altri, oppure dialogo in modo pazzo, infantile o serissimo con la parte più profonda di me, che per comodità io chiamo Dio’. E più tardi: ‘E questo probabilmente esprime meglio il mio amore per la vita: io riposo in me stessa. E quella parte di me, la parte più profonda e la più ricca in cui riposo è ciò che io chiamo Dio’”. Queste le parole dell’introduzione di J.G. Gaarlandt al Diario di Etty Hillesum (Adelphi, traduzione di Chiara Passanti), sorta di viaggio al contrario, di drammatico passaggio dal più grande al più piccolo, di metamorfosi d’incubo dal vissuto all’invivibile, di più alla cancellazione della vita.
Attenzione però, tutto questo vive all’esterno di Etty Hillesum, è il destino della città, dell’Olanda, dell’Europa, forse dell’intero mondo, è il frutto avvelenato da una parte della guerra, dall’altra della volontà di sterminio dell’esercito hitleriano, il cui fine dichiarato è la distruzione, l’annientamento definitivo del popolo ebraico (è proprio lei a scriverlo, diciamolo di nuovo, e Gaarlandt molto opportunamente lo ricorda), la soluzione finale. A questo fato, compreso fino in fondo, interiorizzato, e quel che più conta accettato, accettato nel modo più completo, Etty Hillesum nelle pagine del suo diario e ancor più in ogni giorno vissuto quanto è possibile vivere qualcosa (si trascorra, quel giorno, in compagnia degli affetti più cari o in piena solitudine, chiusa in stanza a leggere Dostoevskij e imparare la lingua russa), contrappone la pienezza, la bellezza e la ricchezza di significato dell’esistere e del suo esistere. La sua testimonianza è quella di uno spazio vitale, di un lebensraum – lo stesso abbaiato da Adolf Hitler dinanzi a folle adoranti e ignobilmente utilizzato come pretesto per trascinare il popolo tedesco e con esso moltissimi altri popoli nell’abisso del secondo conflitto mondiale, lo stesso ma trasformato nel suo opposto – che tanto più sembra fiorire ed espandersi quanto più le condizioni esteriori si fanno difficili, fino a divenire terribili e poi insopportabili.
Un letto, un po’ di cibo, una scrivania dove lavorare, un libro da leggere, una strada da percorrere, un negozio in cui sia ancora permesso entrare e acquistare qualcosa, un amico con cui scambiare una parola, il cielo terso e la temperatura mite di un mattino primaverile… la vita di Etty, la vita per Etty riesce sempre a offrirsi in forma di dono, a suscitare gratitudine, a essere – e per questo Dio, chiunque esso sia, qualunque cosa esso sia, va benedetto e ringraziato – occasione non di amaro rimpianto ma sempre di dolcissimo ricordo, un ricordo che nulla potrà mai strappare a Etty Hillesum, alla donna, alla persona, all’essere umano che ha scelto di essere. E che non ha mai tradito. “Cammino accanto agli uomini come se fossero piantagioni e osservo quant’è cresciuta la pianta dell’umanità”.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
Domenica 9 marzo. Avanti, allora! È un momento penoso, quasi insormontabile: devo affidare il mio animo represso a uno stupido foglio di carta a righe..