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Uno e quattrino

recensione - ignazio silone - l'avventura di un povero cristano“Silone è uno scrittore che si è sempre posto nei confronti dell’opera letteraria con bisogni

espressivi non limitati all’universo dello stile, ma con una profonda, sofferta quasi religiosa attenzione alle ragioni dell’uomo. In realtà, egli non si è mai considerato un letterato di professione, un romanziere nel senso d’inventore di situazioni e creatore di stile, bensì un che di più schietto: il memorialista d’un suo mondo nativo, a lui noto da sempre, in opere destinate semplicemente a rispecchiare, tradotti in altra forma, gli interessi tutt’altro che letterari dell’uomo Silone, politici cioè e spirituali. ‘Lo scrivere […] non è stato, e non poteva essere per me, salvo in qualche raro momento di grazia, un sereno godimento estetico, ma la penosa e solitaria continuazione di una lotta […]. E le difficoltà con cui sono talvolta alle prese nell’esprimermi non provengono certo dall’inosservanza delle famose regole del bello scrivere, ma da una coscienza che stenta a rimarginare alcune nascoste ferite, forse inguaribili’ […]. Per molti aspetti, il libro chiave per comprendere l’esperienza politica di Silone è L’avventura di un povero cristiano, nelle cui pagine la politica viene da lui spiegata non come lotta per il Potere ma, per doloroso paradosso e quasi contrappasso, come lotta per uno spazio di libertà da strappare al Potere. Come ha scritto Geno Pampaloni, uno degli emblemi nei quali si potrebbe riassumere l’opera siloniana è il conflitto eterno tra l’uomo libero (sia cafone, intellettuale, prete, organizzatore politico o Celestino V) e l’uomo mascherato del Potere (sia sbirro, fascista, Cesare, Pilato o papa)”. L’introduzione di Vittorio Libera a L’avventura di un povero cristiano (Mondadori, Premio Campiello 1968) di Ignazio Silone è una lente di ingrandimento che permette di vedere con la massima chiarezza, nella travagliata e sofferta esperienza del frate eremita Pietro Angelerio del Morrone, eletto papa al termine di un lunghissimo conclave segnato dalla sanguinosa rivalità tra le potenti famiglie degli Orsini e dei Colonna (che con questa sorprendente scelta segnavano una tregua nella loro guerra di logoramento, utile a recuperare le forze per poi ricominciarla con ancor maggior violenza), l’umanesimo dello scrittore, inteso come ricerca (ostinata perché vitale) di ciò che di puro, di autentico, esiste e resiste nella generale devastazione del nostro esistere sociale, del nostro essere tra gli altri senza quasi mai essere con gli altri e per gli altri.

L’anno è il 1294, la figura di Francesco d’Assisi e il suo esempio sono ancora forti, ma coloro che al suo esempio cercano di conformarsi, e ancora più chi intende andare più lontano, non risparmiando critiche alle gerarchie ecclesiastiche, alla Chiesa istituzionalizzata e dimentica di se stessa, viene perseguitato, ricercato, imprigionato. Frate Pietro è uno di questi uomini, e il fatto che a essere scelto sia stato proprio lui fa credere a molti, al popolo soprattutto, che la sua elezione sia opera dello Spirito Santo, un miracolo, il segno che la spiritualità del Regno di Dio sia finalmente prossima. Scrive Silone nelle prime pagine del libro (i capitoli iniziali sono una sorta di introduzione alla storia, la cui architettura narrativa è quella di un testo pensato per il teatro): “Egli era stato eletto, si può ben dire, di sorpresa, al termine d’un agitatissimo conclave riunito a Perugia e durato ventisette mesi, a causa dell’insanabile odio fra gli Orsini e i Colonna che vi costituivano la maggioranza. L’elezione fu considerata un prodigio e suscitò grandi illusioni. Il pio eremita arrivò dal Morrone, il monte sopra Sulmona, cavalcando un asinello e con la scorta del re Carlo d’Angiò e di suo figlio Carlo Martello, che ostentavano una protezione, ahi lui, ingenuamente gradita. Ma fra i presenti, espressamente convocati dal nuovo papa, vi erano anche i capi del movimento semiclandestino dei fraticelli ‘spirituali’, perseguitati fino allora dai tribunali ecclesiastici per il loro fiero anticlericalismo, che si richiamavano alla primitiva regola di San Francesco. Non minore era l’esultanza degli avversari politici del potere temporale della Chiesa, i quali vedevano in Celestino il papa angelico, la colomba della profezia joachimita”.

Da agosto a ottobre 1294, tanto è durato il pontificato di Celestino V. Quella che Dante definì “gran viltade” per Silone fu ben altro, fu una dolorosa, terribile per molti versi ma inevitabile presa d’atto dell’impossibilità per Pietro di essere pontefice rimanendo ciò che era sempre stato e che non avrebbe potuto cessare di essere: un eremita dedito a Dio, un uomo libero ignaro di intrighi, lotte e ambizioni. La Chiesa e il suo potere, temporale e spirituale (ma quanto lo spirituale affondava nella palude troppo umana della temporalità!), chiedevano a Pietro sacrifici che egli non poteva accettare, perché farlo avrebbe significato perdersi, perdersi definitivamente, cessare di essere Pietro Angelerio del Morrone per divenire qualcosa che nemmeno Dio sarebbe stato capace di definire. Non si creda tuttavia che Celestino sia stato vinto dalla propria ingenuità, dalla propria ignoranza delle cose del mondo; egli, e Silone lo mostra a più riprese, vide bene cos’era la Chesa e cosa dovevano essere gli uomini chiamati a comandarla; non a caso si confrontò a più riprese con colui che sapeva sarebbe stato il suo successore (anche se non poteva immaginare che avrebbe anche vestito i panni del suo carnefice), il cardinale Benedetto Caetani, futuro papa Bonifacio VIII, il quale, aspra voce della realtà dei fatti, così ebbe modo di esprimersi sulla rapacità di un alto prelato, simbolo di un male diffuso, con ogni probabilità inarrestabile: “I suoi colleghi di curia hanno creato per l’arcivescovo di Benevento questo giuoco di parole: a differenza di noi che crediamo in un Dio uno e trino, egli crede in un Dio uno e quattrino”.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

In provincia i segreti hanno vita breve.

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