Il trascorrere di giorni, anni, decenni, il consumarsi delle vite, anche di quelle di più felici, sono con
ogni probabilità la forma perfetta della sofferenza. Il disgregarsi dell’abito di realtà che ci si abitua a indossare, il forzato abbandono, “figlio dei tempi che cambiano”, di tutto ciò assieme a cui si è cresciuti, il dissolversi del passato nella memoria personale che sfarina, nel sorgere del nuovo le cui fondamenta altro non sono se non le macerie di quel che esisteva un tempo e non tornerà più; tutto questo è l’eredità oscura della storia, di qualsiasi storia, delle piccole come delle grandi vicende. Perché il tempo, come gli avvoltoi, non si nutre che di morte. Così, è con lo sguardo testardamente rivolto al passato, a un’età perduta che custodiva una bellezza, un senso, una ragione, che si snoda Com’era verde la mia vallata (Mondadori, traduzione di Anita Rho), celebre romanzo di Richard Llewellyn, agrodolce cronaca della quotidiana esistenza di una comunità di minatori del Galles sospesa tra fedeltà a una tradizione ereditata chissà da quanto tempo e attrazione verso nuovi fermenti sociali e politici portati da “uomini nuovi e nuove idee”. La chiave simbolica e narrativa del romanzo è, come già evidenziato, il tempo, considerato nei suoi molteplici, aspetti, nella sua complessità; è il tempo lineare (ma anche qui solo in apparenza) della vita – dall’infanzia alla vecchiaia – della voce narrante, Huw, il più piccolo della famiglia Morgan, un nucleo unito dall’amore reciproco, dalla fede, dalla certezza di avere un posto, un posto preciso nell’ordine delle cose (il padre al lavoro nella miniera di carbone che garantisce sostentamento all’intera vallata, a scapito tuttavia, con il passare del tempo, della sua purezza, della sua salubrità; perché il verde, la natura, vengono vieppiù insozzate dalle scorie, dai residui dell’attività estrattiva – un problema, sia detto per inciso, che oggi è un’emergenza ambientale acclarata, la cui dimensione, naturalmente, è ben più grave e gravida di conseguenze, rispetto a come viene presentata e problematizzata nel libro, ma della quale purtroppo la gran parte dei decisori politici di ogni parte del mondo continua a non voler prendere atto…; la moglie a occuparsi della casa; i figli, in maggioranza, a seguire il destino del capofamiglia, anche se con un diverso atteggiamento, più attento alle necessità di chi lavora, intenzionato a prendere coscienza dei propri diritti e pronto a lottare per rivendicarli, per difenderli), e nello stesso momento è il tempo che scava solchi tra le generazioni e finisce per ergersi tra esse come barriera invalicabile, spezzando legami amorosi, generando infelicità, causando tragici naufragi personali. E ancora è il tempo sentinella delle convenzioni da rispettare a qualunque costo, il tempo che condanna alla gogna e all’unanime condanna chiunque osi permettersi un comportamento eccentrico, originale, non importa quanto alieno da ogni forma di peccato, non importa quanto attento al rispetto. E questo tempo, che è sempre uno e multiforme, diviene, pagina dopo pagina, un tempo che si fatica a leggere, che perde trasparenza, che non è più il compagno della vita ma un’ombra disobbediente, autonoma, il cui linguaggio dice a uno qualcosa e a un altro l’opposto, che suggerisce agli anziani di non lasciare la strada che ha tenuto uniti per generazioni padroni e lavoratori e ai giovani di smettere di aver fiducia nei ricchi, perché chi possiede mezzi non ha nessun interesse a salvaguardare coloro che non ne hanno.
Com’era verde la mia vallata è un viaggio commosso e dolente (ma anche meravigliosamente, straordinariamente umano, nel senso più nobile che questo termine possiede) fin nel cuore di un vuoto che un tempo ha contenuto ogni cosa (non a caso, fin dal titolo si respira la sconfitta che è propria della nostalgia: la vallata, la sua bellezza, la sua innocenza, l’armonia che custodiva, ogni cosa è andata perduta, e il ricordo di chi la celebra non è che il suo ultimo precario rifugio, la scintilla che precede il tramonto): “Ho sempre pensato che debba essere qualcosa di grosso decidersi a lasciare le cose che si conoscono e andare n un paese sconosciuto. Mi pareva dovesse esser così anche per le talee di rose tagliate in giardino che portavo giù al cimitero. Ma gli uomini sono diversi dai fiori, perché prendono da soli le loro decisioni. E appunto perciò dovrebbero sentire il doppio, mi pare”.
Certo, può far sorridere una certa ingenuità di visione (non va dimenticato che il romanzo venne pubblicato nel 1939), tuttavia quel che a mio giudizio si potrebbe considerare, a torto (e con superficialità, mi permetto di aggiungere), per l’appunto ingenuità, è una lettura acuta e precisa di una stagione – calata in una ben precisa ambientazione, che non poco contribuisce a quella sorte di atmosfera sognante che attraversa il lavoro dal principio alla fine, e che ancora una volta risulta più che giustificata dal fatto che a raccontare è sì un uomo ormai anziano, ma che porta in sé la freschezza dei suoi ricordi di bambino. Infine, e questo, a parere di scrive, è uno dei pregi migliori del romanzo, a emergere sono figure femminili indimenticabili per coraggio, coerenza, capacità di sacrificio e amore. Non capita spesso di incontrarne.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
Fra poco involterò le mie due camicie, l’altro paio di calze e il vestito della domenica nella pezzuola azzurra che mia madre si legava intorno al capo quando faceva pulizia, e me ne adrò dalla vallata.