Un’autopsia così terribile da richiedere, per riuscire a capire la causa di un decesso, che il cadavere
venga scorticato, da esigere che un corpo, già offeso dalla morte, già violato quanto può esserlo tutto ciò che un tempo era vivo e ora non lo è più, sia ulteriormente colpito e martoriato fino al punto da mostrarsi nella sua più oscena impotenza, in quella sua ultima, insopportabile nudità che è quella che rivela agli occhi l’intrico sanguinolento e folle delle fasce muscolari, la viscida arrendevolezza di organi ormai inutili, ridotti a null’altro che a carne inerte, la labirintica trappola del sistema circolatorio spento per sempre. Un’autopsia che è in tutto e per tutto la rappresentazione di un incubo. Talmente estrema da apparire impossibile. Eppure vera, reale, accaduta. Questa la metafora, la lente di ingrandimento, il codice di decifrazione di La versione di Geremia (Einaudi, traduzione di Bruno Oddera), opera dello scrittore statunitense James Purdy, racconto della disgregazione di una famiglia (che adombra un disastro ben peggiore, il naufragio, giudicato inevitabile, della creatura umana, vittima della propria essenziale indegnità, della perversa nequizia che lo contraddistingue, che lo fa uomo tra gli altri animali, e proprio per questo lo condanna a vivere da uomo) narrato in forma di diario di memorie, a tenere il quale non è colui che ricorda – l’anziano, solitario e forse pazzo Matt Lacey – bensì un ragazzo, il Geremia del titolo, chiamato ad annotare, in ogni minimo dettaglio, ciò che Lacey, nell’interminabile sgocciolio d’ore di giorni sempre uguali e notti insonni, rivive e interpreta come fosse il presente, come un qui e ora (il solo qui e ora che quell’uomo consumato e sconfitto è ancora in grano di abitare) destinato a esistere finché esiste il suo creatore. Ed è così, in questo teatro d’invenzione assurdo e terrificante, nel quale è impossibile distinguere il vero dal fantastico – e se anche tutto ciò che Lacey dice fosse verità sarebbe un vero che si dibatte nell’assurdo fino ad affogarci – che Geremia, giovane senza futuro prigioniero dell’anonima cittadina di Boutflour, viene a conoscenza della rivalità feroce che ha diviso, fino a distruggerli, i clan dei Fergus e dei Summerlad. Clan che erano diventati una cosa sola in seguito al matrimonio tra la giovanissima (e ricchissima) Elvira Summerlad e l’affascinante e irresistibile Wilders Fergus, anch’egli milionario, seppur per breve tempo e poi, una volta sposato, finito in bancarotta e responsabile di aver lasciato la moglie i tre figli avuti (e la famiglia di lei) in povertà assoluta, mentre in ogni modo, e per oltre un decennio, cercava di recuperare il denaro perduto, finendo ogni volta per peggiorare ulteriormente le cose.
Lacey, amico di famiglia dei Summerlad (in modo particolare del figlio maggiore, Rick) riferisce a Geremia ogni segreto di questa storia; racconta dell’odio implacabile che fin da prima delle nozze ha diviso la sorella di Wilders, Winifred, unica donna in una famiglia di maschi, ed Elvira, spiega come la decisione di Winifred di divorziare dal marito – che dopo essere tornato un’ultima volta in seno alla famiglia riesce a dilapidare un’inaspettata eredità giunta a Rick, impedendogli così di andarsene a New York per tentare la fortuna come attore – venga osteggiata in ogni modo proprio da Winifred, decisa a evitare che una tale vergogna insozzi il nome della propria famiglia, si spinge fino a rivelare al giovane che Wilders, evidentemente divenuto, in seguito ai tanti rovesci patiti, tanto estraneo a se stesso da non comprendere più i propri comportamenti, o forse non facendo altro che obbedire alla propria natura, arriva a violentare l’unica amica di Elvira, convinto che sia, se non la sola, la principale responsabile del proprio tragico naufragio; ma quel che davvero sconvolge Geremia, e con lui, direttamente e indirettamente, tutti i protagonisti della storia, è ancora una volta un diario. Non quello che sta scrivendo Geremia, naturalmente, la cui cronaca viene redatta quando coloro di cui si parla, a eccezione di Lacey, sono morti da tempo, ma quello scritto dal secondogenito di Elviira e Wilders, Jethro, miracolosamente sopravvissuto a un terrificante incidente (e perciò considerato instabile), il cranio solcato da orrende cicatrici, il quale, capace di guardare al di là di ogni mascheramento, oltre ogni finzione, dipinge le persone per come sono davvero.
E quel che sono davvero non lascia spazio alla speranza. La madre? Una sgualdrina che nella pensione che si è ritrovata a gestire nel tentativo di sopravvivere ai ripetuti fallimenti del marito e al suo allontanamento, ha preso l’abitudine di accompagnarsi a molti dei suoi ospiti. Il fratello Rick? Qualcosa di molto simile, un giovane disposto a tutto pur di ottenere il tanto desiderato successo. Il padre? A parlare di lui e per lui sono più che sufficienti i suoi risultati. “Elvira va a letto con i pensionanti […]. Rick dà il proprio corpo nudo a uomini e donne per una spinta in più sulla scala del successo […]. Wilders, dicono, è il più grande truffatore che non si trovi al fresco in questo paese […]. Tutti coloro che hanno fatto affari con il mio pa sono rovinati, e Elvira non è migliore di una puttana”.
Così la scrittura, di Purdy, e attraverso lui di Geremia, e attraverso Geremia (e Matt Lacey) di Jehtro, fino ad arrivare a quella del giudice chiamato a decidere sul divorzio di Wilders ed Elvira, si fa sentenza, sentenza di condanna. Non c’è misericordia nelle pagine di Purdy, né pietà, il suo è un resoconto freddo, obiettivo quanto riesce a esserlo un radicato convincimento: quel che egli ritrae e descrive è un paesaggio di desolazione e morte, un paesaggio creato a immagine e somiglianza dell’uomo.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
Nessuno odiava più cordialmente di mio zio Matt Lacey la cittadina di Boutflour nella quale sono nato, situata molto a sud in questo “stato yankee”.