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Ascoltando, meditando


recensione - colin dexter - l'ultima corsa per woodstock“Dobbiamo alla pioggia gallese se oggi ci apprestiamo a entrare nel brusco mondo dell’ispettore

E. Morse. La spiegò anni fa la genesi del personaggio il suo autore, l’ex insegnante di latino e greco Norman, nome lasciato cadere, Colin Dexter, nato a Stamford, Lincolnshire, il 29 settembre 1930. ‘Era il 1972, estate, avevamo affittato questo cottage tra Caernarfon e Pwllheli, pioveva sempre e allora un sabato pomeriggio iniziai a scrivere una storia dai contorni polizieschi…’. Quelle pagne si sarebbero sviluppate poi nel primo romanzo della serie con protagonista Morse e il suo Watson, il sergente Lewis. L’ultima corsa per Woodstock era il titolo del romanzo che venne pubblicato nel 1975 e che ha dato il via a una carriera fulgida […]. Di Morse, un po’ Maigret e un po’ Wallander per dare due riferimenti del passato e del presente, sappiamo che il suo alter ego, il sergente Lewis, lo è in tutto e per tutto nel senso che l’ispettore è un solitario, non si sa se per scelta o per caso, mentre il fedele sottoposto è uno di famiglia, e felice di esserlo. Che beve, troppo […]. Che ama la musica classica […] e la sua vecchia Jaguar. Ama anche le donne ma in modo conflittuale, drammatico, il suo carattere scontroso non lo porta ad avere relazioni stabili e serene […]. Personalità autodistruttiva alle prese con i suoi indomabili, innominabili demoni: questo è E. Morse […]. Appagato dalla vita ma deciso a tutto per mettersi in discussione indagine dopo indagine, nemico della routine, delle soluzioni facili, scontate. Dexter è anche uno dei più noti enigmisti inglesi […]; ovvio abbia costruito i suoi libri attraverso innumerevoli trabocchetti, false piste, tranelli, indizi; leggendolo, insomma, si deve far lavorare il cervello e non limitarsi a indossare un grembiule per evitare il sangue innocente, e quasi sempre incomprensibile, che gocciola da così tanti ‘gialli’ moderni […]. Letteratura. Poliziesca. Di gran valore e cifra stilistica. Personaggi solidi, nati per restare. Carne, ossa, idee, pulsioni, rabbie, frustrazioni, amori, odii. Non vi fate intimorire dai modi, comportatevi come il mite sergente Lewis, incassate ascoltando, meditando. Solo così potrete godere appieno dell’ispettore E. Morse e delle sue indagini, di una realtà, quella oxfordiana permeata e profumata di solida tradizione ‘British’, e di un’Inghilterra da cartolina da incorniciare. Peccato entrambe grondino sordidezza e sangue”.

La nota conclusiva di Paolo Zaccagnini permette, forse – a chi scrive è successo – di recuperare equilibrio (e un minimo di capacità d’analisi) e di provare ad affrontare, e se è possibile anche comprendere, almeno in parte, le sensazioni, le impressioni lasciate dalla lettura di L’ultima corsa per Woodstock (Sellerio, traduzione di Luisa Nera), prima avventura della serie (tredici romanzi in tutto) che vede protagonista l’ispettore E. Morse (il nome, prima particolarità, verrà svelato solo nell’ultimo romanzo). Provando a fare ordine, e tenendo naturalmente conto di quanto scritto da Zaccagnini, cosa si può dire di questo libro? Si tratta di un poliziesco, senza dubbio, la cui cifra è la complessità, e tuttavia si tratta di una complessità che raggiunge il lettore in un sorta di ordine tranquillizzante. Senza sorprese per così dire. Anche se le sorprese sono ovunque. E sono così tante da togliere il fiato. Una ragazza viene uccisa. Il suo corpo, che ha subito anche violenza sessuale, viene rinvenuto, seminudo, nel cortile di un pub adibito a parcheggio per i clienti. La ragazza, assieme a un’amica, aveva fatto l’autostop, e le due giovani erano state caricate su un’auto. Di colore rosso. Gli indizi, così come i misteri da risolvere, sono tutti qui in apparenza, e l’ispettore Morse, a più riprese, sembra non valutarli correttamente, non dare loro la giusta rilevanza, così almeno capita al sergente Lewis di pensare, finché non interviene qualcosa, non un’intuizione, non un colpo di genio, non l’esibizione, spettacolare e un po’ vanesia, di strabilianti capacità deduttive alla Sherlock Holmes, bensì un ragionare “altro”, un pensiero laterale e inaspettato che altro non è se non un modo diverso, rispetto all’ordinario operare della polizia, di guardare alle cose, alle medesime cose: “‘Mi dica una cosa: secondo lei qual è il dato di fatto cruciale che abbiamo scoperto parlando con la signora Jarman?’. ‘Abbiamo ottenuto un bel po’ di dettagli preziosi’. ‘Sì, è vero. Ma è stato solo uno il fatto che le ha fatto venire la pelle d’oca, vero Lewis?’. Lewis cercò di sembrare intelligente. ‘Abbiamo scoperto, non è vero Lewis’, disse Morse, ‘che l’indomani mattina le ragazze avrebbero potuto farci quattro risate sopra’. ‘Ah, capisco, signore’ disse Lewis non capendo affatto”. E quel che Lewis, e probabilmente il lettore con lui, non comprende, non subito almeno, mi prendo il piccolo, perverso piacere, di lasciarlo alla vostra curiosità. Nella speranza che leggiate il libro.

Giunti fino a questo punto, non possiamo dimenticare quanto ci è stato rivelato da Zaccagnini, e cioè che Colin Dexter è stato uno dei più noti enigmisti inglesi, il che significa che ogni passo avanti nell’indagine non fa che moltiplicare, rendendoli sempre più intricati, i nodi da districare. Fino, naturalmente, al loro scioglimento, che tuttavia, non riesce a soddisfare fino in fondo; del resto, che la realtà sia irriducibile a qualsivoglia spiegazione si pretenda esaustiva l’aveva spiegato benissimo Friedrich Dürrenmatt nel suo capolavoro La promessa, un letterario delitto perfetto.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Aspettiamo ancora cinque minuti, ti prego” disse la ragazza in pantaloni blu e impermeabile estivo.

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