La ragione del nostro esistere, che è qualcosa di ben più radicale e profondo dell’abusato e fin
troppo banale “senso della vita”, ha una misura precisa, implacabile, ha un proprio ultimo e terrorizzante perché: l’avanzare dell’età. Cos’altro è, infatti, la vecchiaia se non perdita? Il corpo smette di obbedire a misura in cui cessa di essere qualcosa di attraente, qualcosa che ci appartiene perché ne possiamo disporre, che obbedisce, si conforma alla nostra volontà. Ogni cosa diviene sforzo, fatica, finché non si raggiunge la soglia dell’impotenza e si è costretti ad ammettere, disperati, piangenti di rabbia, di furore, che non è più possibile fare qualche si faceva fino a ieri. La spesa, una passeggiata, l’indispensabile routine dell’igiene personale – qualcosa che per anni è stato così scontato, che era perfino un piacere, un momento dedicato a sé, il bagno, la doccia, il taglio delle unghie, i capelli lavati, asciugati, spazzolati, il respiro della pelle pulita che infine riceve la carezza, dal lieve retrogusto snob, di una crema – la cura della casa… Poi, inesorabile, perché la caduta nella senilità non si arresta se non con la morte, ecco giungere la sordità a segnali acquisiti da bambini e che ci si illude non non perdere più: gli stimoli della vescica, dello sfintere, grazie ai quali sapevamo sempre, senza possibilità di errore, quando andare in bagno, liberarci, come non mettere mai a rischio, in nessuna circostanza, in nessuna occasione, la nostra dignità di persona, il nostro rispetto di sé, non vengono più intercettati. Il corpo, che non ci abbandona e che non possiamo abbandonare, la carne un tempo amata e che da un momento all’altro (ma non si tratta di cosa di un attimo, naturalmente, anche se fatichiamo ad accorgercene) impariamo a odiare con un’intensità di cui non ci immaginavamo capaci, non sa più ascoltare, forse non vuole più farlo, chissà: e allora la notte diviene un incubo e il letto un nemico, perché potremmo bagnarlo in qualsiasi momento; ogni occasione di riposo è un potenziale tranello, così gli occhi non si chiudono fin quando non è lo sfinimento ad agire per noi. Ma cosa sarà accaduto quando li riapriremo? I vestiti, scelti con cura, indossati in occasioni speciali; al primo giorno di lavoro, per un’uscita con le amiche, in occasione del primo appuntamento… la biancheria, cui sono legati così tanti ricordi. Cosa resta di tutto questo quando non è più possibile lavare nulla, quando la sporcizia è ovunque, è dappertutto malgrado noi? Dov’è la ragione del nostro esistere in tutto questo? E se è questo, dov’è e cos’è il resto?
Da tutte queste domande, e dall’abisso di un’esistenza d’ombra che non avrebbe mai sospettato potesse avere questi contorni, questa realtà, queste dimensioni, si trova assalita Jane – Janna – Somers, alter ego della scrittrice premio Nobel Doris Lessing, protagonista del bellissimo romanzo Il diario di Jane Somers (Feltrinelli, traduzione di Marisa Caramella), donna di successo, ricca, affermata (è a capo, pur non essendone formalmente la direttrice, di una prestigiosa rivista di moda), nel momento in cui incontra per puro caso, in una farmacia, l’anziana e scontrosa Maudie Fowler. In quell’istante qualcosa accade in Jane, che poco alla volta mette in discussione tutto ciò che fino ad allora era stato il centro della sua vita: il lavoro prima di tutto, per il quale ha sacrificato ogni cosa, a partire dalla famiglia (Jane è vedova, senza figli e senza rimpianti, ha una sorella che invece ha famiglia e ne è orgogliosa, ma tra le due non corre buon sangue, divise come sono da opposte visioni del mondo, e sono scarse le possibilità che i due universi trovino un punto di contatto), poi le amicizie, la “vita sociale” (la sua unica amica è Joyce, la donna che dirige la rivista con lei, ma Joyce ha una famiglia, un marito che la tradisce ma che lei non intende lasciare, due figli e la prospettiva di andarsene in America, abbandonando tutto per seguire il marito e le sue prospettive di carriera), infine i suoi interessi (davvero la moda, tutto ciò che le ruota attorno, la mole di lavoro che le ha sempre dato e continua darle la appagano?). E poco alla volta, tutto quello che era Jane Somers viene sostituito da ciò che è Maudie Fowler: la casa bella ed elegante dal tugurio dove è rifugiata la vecchia, sempre con il terrore di venire sfrattata, che Janna frequenta sempre più assiduamente; il tempo speso per la cura di sé da quello dedicato alle innumerevoli esigenze di Maudie (deve essere lavata, deve essere cambiata, la casa va pulita in qualche modo), gli impegni professionali dalle necessità di questa donna sola e povera (ma quante ce ne sono come lei! E come è squallida la realtà dell’assistenza comunale, anche se è così importante che un rete di aiuti ci sia) che chissà da quanti anni non esce per andare a trascorrere qualche ora in un parco, seduta al sole, a godere della primavera….
Ma la slavina dell’età, si diceva, ha una sola fine, la morte, e un giorno Jane scopre che la sua amica Maudie (perché lei è amica di Maudie, lo è davvero, non fa parte dell’assistenza, non è una Buona Vicina, non lo sarà mai) ha un cancro allo stomaco. E la morte è un nuovo ostacolo da superare per Jane, perché lei, a cinquant’anni, come può pensare alla morte? E come può permettersi di pensarci al posto di Maudie? “Perché è così difficile morire? È legittimo chiederselo? È utile? Oh, è duro, è duro morire, il corpo non vuole cedere. È una specie di lotta, di battaglia. Ma supponiamo che la mente di Maudie decida di morire, cosa farebbe il corpo, smetterebbe di lottare? Ammesso che sia il corpo, a lottare. Maudie è seduta in quel letto d’ospedale, e non vuole morire. E io non capisco, semplicemente. Ecco tutto! Non c’è altro da dire”.
Eccovi l’incipit. Buona lettura e buon Natale.
Questa prima parte è il riepilogo di circa quattro anni.