Pensare che nulla sia più terribile della morte (violenta, naturalmente) è un meccanismo quasi
irriflesso, una sorta di reazione automatica stimolo-riposta: a un omicidio si reagisce pensando che non possa esserci nulla di peggiore. Perché la morte è la fine. Ed è esattamente questo legame essenziale tra delitto e disperazione senza rimedio a reggere, come le fondamenta reggono un palazzo, l’architettura del romanzo giallo. Qualcuno muore, qualcuno viene ucciso, un fondamentale equilibrio (la socialità, indispensabile per l’uomo) si rompe ed è necessario fare tutto il possibile per ripristinarlo; così si comincia a indagare, a farlo è di volta in volta la polizia, un detective privato, un uomo comune spinto da motivazioni fortissime (la vendetta, il desiderio di giustizia…) o all’opposto qualcuno che di comune non ha nulla e che può contare su un’intelligenza superiore, su un intuito geniale, sulla capacità di vedere ciò che nessuno oltre lui riesce a vedere. La galleria letteraria di investigatori (dilettanti e professionisti) è a dir poco affollata e non potrebbe essere altrimenti dal momento che tocca a questi uomini (e donne, non dimentichiamolo) consegnare alla giustizia il colpevole e, come già accennato, riportare l’equilibrio. Certo, la morte resta qualcosa di irrimediabile, ma la cattura dell’assassino è la risposta necessaria, e deve essere data. Di quanto elencato fin qui (uccisione, di una giovane nel caso specifico, contingenza che contribuisce a rendere ancor più tragico l’evento, indagine, cattura del responsabile) nulla manca nel romanzo L’uomo che voleva uccidermi di Yoshida Shuichi (Feltrinelli, traduzione di Gala Maria Follaco), ma questi elementi non esauriscono la narrazione pur offrendole un indispensabile nutrimento. Questo libro, infatti, è senza dubbio un giallo ma è anche altro, e cioè un racconto che dal giallo nasce e al giallo finisce per tornare ma che nel corso del suo viaggio assume altre forme; più precisamente è un romanzo che afferma che l’omicidio, per quanto terribile, può non essere la cosa peggiore, bensì un tassello, forse inevitabile, di un puzzle perverso, dove a trionfare è una solitudine assoluta, onnipresente, onnipotente. Una giovane uccisa, dunque, ma oltre questa povera vittima, morta per strangolamento, un ragazzo abbandonato dai genitori e cresciuto dai nonni (dei quali deve prendersi cura, a causa soprattutto de problemi di salute del nonno, bisognoso di ricoveri frequenti), uno studente ricco e arrogante, convinto di potersi permettere qualunque arbitrio, ammirato e ricercato ma solo per ciò che da lui si può prendere e un suo taciturno compagno, che di quel ragazzo cui nulla importa tranne se stesso vede con chiarezza l’anima e forse anche per questo reagisce chiudendosi nella sua stanza, rifiutando ogni contatto, voltando le spalle agli studi e stordendosi con film a luci rosse. E con loro, e perduta come loro in un Giappone freddo, lontano, indifferente, le cui bellezze, così come le oscenità, le brutture, sembrano non avere nulla a che fare con le persone, non incidere in alcun modo nelle loro vite, se non alimentando a dismisura l’isolamento dei personaggi, specchio di una società che pare aver smarrito ogni compassione (paradigmatico, in questo senso, il reiterato richiamo ai love hotel, rifugi dove si consumano, assorbiti e soffocati dall’atto sessuale, le storie d’amore che attraversano il romanzo e che sono il fallito contrappunto, il tragico, abortito controcanto, della morte che apre la vicenda; perché i love hotel, ancora una volta, altro non sono che simboli ferocemente concreti dell’impossibilità d’amare) un’altra ragazza, convinta di essere nata “dalla parte sbagliata della vita”, di non poter aspirare a nulla, almeno fino al giorno in cui, per puro caso, per fortuna, per buona sorte, o forse perché davvero le cose stanno finalmente cambiando, non prende un pullman che verrà dirottato da un criminale.
Non è per caso che L’uomo che voleva uccidermi dal punto di vista dell’intreccio non riserva particolari sorprese. Malgrado molti dei protagonisti (soprattutto le figure cardine della storia) mentano, il lettore comprende quasi immediatamente chi sia il colpevole; quel che rimane misterioso fino alla fine è la ragione dell’assassinio, il motivo per il quale una ragazza ha perso la vita, qualcosa tuttavia di diverso da un movente, o se si preferisce dai moventi classici del genere giallo (gelosia, vendetta, ambizione, avidità…), qualcosa che affonda le radici nella condanna senza appello d’essere soli, d’esserlo senza colpa, o forse per una colpa che non si conoscerà mai. Così il romanzo, alla fine, torna al giallo come si diceva, e al più classico dei racconti gialli: l’arrivo della polizia, la cattura del colpevole, ma la soluzione del mistero, che in realtà vero mistero non è mai stato, non risistema nulla, non riporta alcun equilibrio. Perché non è stata quella morte a spezzarlo; l’umanità ritratta da Yoshida Suichi lo aveva già perduto da tempo.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
La statale 263 collega le città di Fukuoka e Saga e si estende per circa quarantotto chilometri da nord a sud attraverso l’area montuosa di Sefuri e il valico di Mitsuse.