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L’evoluzione inorganica


recensione-l-invincibile-stanislaw-lem“Un’astronave scende su un pianeta inesplorato: vi trova una enigmatica civiltà […]; cerca di

risolvere il mistero; vi riesce oppure fallisce: cosa c’è di più tipico nella fantascienza di questo schema essenziale? […]. La fantascienza non è limitata da nulla, se non dall’evitare di entrare in contraddizione con le premesse (logiche, pseudo-logiche, a-logiche o anche di una logica diversa) che essa stessa di volta in volta si pone […]. La fantascienza, come il fantastico di cui è una categoria, è un po’ simile alla Biblioteca di Babele: è fatta di innumerevoli volumi di un certo numero di pagine, tutti uguali (perché i canoni letterari sono limitati) ma allo stesso tempo tutti diversi (perché le combinazioni possibili sono enormi anche se non infinite). Una sequenza di variazioni sul tema impossibili da elencare e contare tutte […]. Una delle pagine di questo straordinario Libro Totale è quella dedicata al pianeta Solaris, un’altra è quella dedicata al pianeta Regis III nella costellazione della Lyra, ai margini della Galassia. Su questo lontanissimo pianeta è scomparso l’incrociatore Condor, il mezzo gemello, l’Invincibile, viene mandato alla sua ricerca con il compito di svelare il mistero […]. Lem accumula enigmi su enigmi, stranezze su stranezze, sino al loro sciogliersi, che però non avviene […] nelle ultime pagine del libro […] ma esattamente a metà della narrazione, quando, dopo una serie di ipotesi, il capo biologo dell’Invincibile, Lauda, espone al comandante della spedizione, l’astrogatore Horpach, la sua soluzione, che è, secondo un noto assioma di Lem, ‘conforme alla logica e non in contraddizione con se stessa’ (naturalmente la ‘logica’ che domina la realtà di Regis III) […]. L’uomo […] non è affatto al centro della creazione […] sicché, sembra dire Lem, nel suo girovagare nel cosmo l’umanità non potrà trovare che due sole cose: o intelligenze talmente super-razionali, super-logiche, come quella di Regis III, tali da raggiungere l’alienità – e quindi l’ostilità – nei confronti degli esseri biologici; oppure troverà se stessa; ma non l’aspetto migliore di se stessa, bensì quello peggiore”. La bella introduzione di Gianfranco de Turris nel raccontare l’angosciante romanzo di Stanislaw Lem intitolato L’invincibile (Mondadori, traduzione di Renato Prinzhofer) squaderna magistralmente i temi cardine dell’intera produzione del grande scrittore nato a Leopoli e scomparso esattamente 20 anni fa; in primo luogo quello dell’incomunicabilità (in questo specifico caso tra differenti forme di intelligenza) che porta, con una consequenzialità meccanica che in realtà non è altro che applicazione, a meri fatti, di una logica stringente, a una tragedia, o meglio al ripetersi, come in fotocopia, di un orrore già accaduto, e destinato ad accadere di nuovo al riapparire di determinate condizioni (che sono anche cause scatenanti).

L’invincibile è nel medesimo tempo un romanzo d’attesa e d’azione, una riflessione filosofica, o meglio un’indagine (razionale, scientifica) ma anche un affastellarsi caotico di ipotesi e contro-ipotesi alla ricerca di una barlume di luce in un oceano di tenebre, e una resa di fronte a quel residuo di inconoscibile, a quel brandello di mistero che rimane anche quando si riesce a raggiungere una spiegazione dei fatti dinanzi ai quali ci si trova; una spiegazione abbastanza solida da essere in grado di fornire non la ragione tutto, bensì una possibile ragione di tutto. Cosa è successo all’incrociatore spaziale Condor, del quale si è perduta ogni traccia una volta che l’astronave ha raggiunto il pianeta Regis III (apparentemente disabitato, almeno sulla terraferma, desertica e rocciosa, con forme di vita organica limitate ai mari) atterrandovi? Che fine hanno fatto i membri dell’equipaggio? Che ne è della potentissima dotazione di macchine per l’esplorazione, la difesa, l’analisi dei campioni raccolti? A queste domande deve rispondere l’Invincibile, nave gemella del Condor (e ancor più potente della prima) che porta con sé un gruppo di scienziati di primissimo ordine. Ma ciò che gli uomini dell’Invincibile si trovano di fronte sembra superare ogni capacità di elaborazione razionale degli uomini: non si tratta di non riuscire a spiegare ciò cui giorno dopo giorno si assiste, la questione è più profonda; quel che si sa, per quanto avanzate siano le conoscenze che gli uomini posseggono (fisici, chimici, biologi, planetologi, esperti di cibernetica…), non è abbastanza, non può essere abbastanza, perché nessuno di questi saperi ha potuto fare esperienza della realtà di Regis III. Le distanze siderali, l’immensità della galassia, il mistero che essa rappresenta prima ancora di celare, sono il grimaldello narrativo che Lem utilizza nella costruzione di questo romanzo (ma un lavoro assai simile dal punto di vista concettuale l’autore ha computo nello splendido Solaris) per raccontarci ma soprattutto metterci di fronte ai nostri limiti, alle nostre fragilità, alle nostre gravi, incurabili imperfezioni, in una parola alla nostra nudità, che lo scudo tecnologico (l’Invincibile e tutte le sue macchine sono costantemente protetti da un campo di forza, ma non sarà questo pur potentissimo strumento di difesa a salvarli), non importa quanto sofisticato, non importa quanto avanzato, non riuscirà a tenere al sicuro. Alla galassia, alla vita, l’uomo appartiene nello stesso modo in cui un granello di sabbia appartiene alle distese che compone: senza poterle in alcun modo dominare.

Romanzo di silenzi e d’esplosioni, di tormenti personali ed epiche battaglie, L’Invincibile è un piccolo gioiello letterario che lascia il lettore, in pari tempo, affascinato e sgomento. Un libro difficile da dimenticare. Come tutti i buoni libri dovrebbero essere.

Eccovi, invece dell’incipit, l’assioma di Lem su cui si regge l’intero romanzo. Buona lettura.

Qualsiasi esperimento di pensiero è lecito purché sia conforme alla logica e non in contraddizione con se stesso.

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