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Il canto della sirena

recensione - elsa morante - l'isola di arturoUna voce adulta, di disillusione e forse anche di annientamento, torna a cavallo della

memoria a farsi voce di fanciullo, recupera un tempo quasi mitico, governato dall’immaginazione, dal desiderio di avventura, dalla tragedia della solitudine trasfigurata attraverso la fantasia nell’attesa, colma di meraviglie, dell’avverarsi di un destino già scritto, che infallibilmente sarebbe giunto a ripagare di tutti i sacrifici fatti; patiti, anche se a più riprese negati, incisi nella carne e nello spirito malgrado l’una e l’altra, sorretti dalla volontà, fingessero la più assoluta intangibilità. Una casa diroccata che si finge castello in un’isola che è principio e fine di ogni cosa; un piroscafo che assicura i collegamenti tra l’isola (Procida) e il resto d’Italia che si fa concreta manifestazione di quelle colonne d’Ercole invalicabili per gli antichi (e altrettanto inavvicinabile per il ragazzo protagonista della storia che, uomo, ricorda quando dal molo vedeva il padre partire, un padre adorato, mitizzato, che tuttavia mai si era occupato di lui, lasciando la cura del figlio ad altri, a persone del luogo, non potendo al piccolo provvedere la madre, morta giovanissima di parto, e non volendo in alcun modo lui assumersi questa responsabilità e meno che mai ascoltare il richiamo del dovere genitoriale); infine il mondo tutto, a malapena percepito come un rumore di fondo, che corre per conto proprio mentre i giorni seguono ai giorni nell’apparente, sonnolenta immobilità di Procida. Il quadro presentato nel romanzo di Elsa Morante, L’isola di Arturo (Einaudi) è un quadro d’attesa, d’invadente silenzio (sono rari gli scambi dialogici tra il piccolo Arturo e il padre, rari quanto le parentesi che i due trascorrono assieme sull’isola, momenti quasi trappati ai continui, misteriosi viaggi del genitore, che Arturo si convince essere viaggi di scoperta delle meraviglie del mondo e missioni eroiche, e splendori guerrieri, gli stessi che egli vive come può, leggendo, e una volta conclusa la lettura inventando; non a caso il miglior amico di Arturo negli anni della prima giovinezza è un cane), un cammino d’esasperante lentezza che d’improvviso subisce brusche accelerazioni. La prima e più importante di esse è il matrimonio del padre, che un giorno fa ritorno all’isola con una ragazza poco più grande di Arturo, che egli, probabilmente per gelosia, rifiuta, pur senza ricevere in cambio dalla giovane neosposa un rifiuto uguale e contrario, ma all’opposto un affetto premuroso, candido, innocente.

È la donna a innescare altri straordinari cambiamenti; la sua maternità, il difficile parto che ne mette a rischio la vita (come già era successo per la mamma di Arturo, la sola figura femminile alla quale egli avrebbe dato per sempre il suo amore, il suo rispetto, la sua devozione – una certezza assoluta elaborata nei primi anni di vita: “Nessun affetto nella vita uguaglia quello della madre”, intendendo con affetto tanto quello avuto quanto quello di rimando restituito” – costringe Arturo a riflettere sul proprio comportamento e a svelarne a se stesso la sostanziale finzione, finzione che crolla una volta per tutte di fronte al fratellastro e alle attenzioni che la mamma (non più matrigna, non più estranea, ma madre di sangue, madre di carne) gli riserva. La felicità di quella donna divenuta madre è dolore per Arturo, e non importa che l’arrivo del bambino in nulla abbia mutato l’atteggiamento della donna verso di lui: ciò che conta è che non è più necessario che Arturo parli affinché Nunziata, questo il nome della ragazza sposata dal padre di Arturo, abbia la possibilità di dire qualcosa, di parlare anche lei; non è più necessario che Arturo conceda spiragli e permetta a Nunziata di emergere, anche solo per poco, anche solo per un istante, dal suo abisso di solitudine, ora c’è Carmine, anzi, Carmine Arturo, perché così la madre ha deciso di chiamarlo.

Carmine e Arturo incarnano per Nunziata due forme d’amore; amore di madre il primo, amore di donna il secondo, e un amore della stessa natura, inconsapevole e travolgente, a un certo punto emerge anche in Arturo, e ancora una volta tocca a Nunziata (come era toccato a lei, al principio del suo arrivo a Procida e per lungo tempo, accogliere la cieca rabbia del ragazzo, che aveva fatto di lei, innocente, un fin troppo comodo bersaglio) arginare l’esplosione emotiva di Arturo, il violento eruttare di un caotico mondo interiore di cui nessuno si è mai fatto carico. Pagandone un prezzo insopportabilmente alto. Finché quello stesso prezzo, seppur in forma differente, toccherà ad Arturo pagarlo; nell’attimo in cui tutto ciò che egli considerava mito, e come tale perfetto, si rivelerà null’altro che meschina, patetica realtà.

Romanzo di non comune bellezza e forza, L’isola di Arturo è molto più di una semplice storia di formazione; è uno sguardo profondo, lacerante e commosso sulla giovinezza e la vita, sul suo tragico canto di sirena, che spesso ha la voce suadente e falsa di coloro che più amiamo.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome.

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