Si può scrivere di qualsiasi cosa e su qualsiasi cosa, d’accordo. Di cosa si può scrivere dunque?
Tutta la letteratura è autobiografia, nessun dubbio. Ma questo cosa significa esattamente? Cosa significa dal punto di vista di ciò che viene scritto? Che Agatha Christie era una delle investigatrici più geniali mai esistite? Che Thomas Mann ha ricevuto la visita del demonio (o era così tanto e così gravemente malato da immaginarlo vividamente)? Che Scott Fitzgerald e Nick Carraway erano la stessa persona e Orwell ha subito l’indicibile nella stanza 101? Nessuna di queste domande, è fin troppo ovvio dichiararlo, merita risposta; si tratta, è evidente, di uno scherzo, o al massimo di una sorta di bonaria provocazione. Domande come queste, tuttavia, con tutto il loro carico di assurdità, con tutto il loro carico paradossale e grottesco vengono evocate – senza che sia necessario farlo esplicitamente, a chiare lettere – da Cancellazione di Percival Everett (La Nave di Teseo, traduzione di Marco Bosonetto), che ha nello scrittore nero d’estrazione borghese Thelonious Ellison (detto Monk), due fratelli, entrambi professionisti con una buona posizione, una madre anziana che mostra i primi sintomi del mordo di Alzheimer e un padre morto suicida, un protagonista difficile da dimenticare. Monk ama il suo lavoro di scrittore anche se i libri scritti finora non rendono; e visto che le cose possono sempre peggiorare la sua ultima fatica sembra non trovare nessun editore disposto a pubblicarla. Tutto questo, per quanto non faccia piacere e qualche frustrazione la crei, non sconvolge l’autore, non ne scuote le certezze; finché Monk non si imbatte in un romanzo intitolato “Vita nel ghetto”, quint’essenza dei più triti luoghi comuni sulla condizione sociale ed economica dei neri svantaggiati, di coloro che vivono ai margini, tra sussidi, interventi della pubblica assistenza, schiere di figli piccoli lasciati a se stessi, alla cura della strada, e naturalmente piccole e grandi incursioni nel sottobosco criminale. L’autrice di questo libro, divenuto in un attimo un best seller, proprio dal ghetto viene, o questo almeno è ciò che recensioni, interviste, comparsate televisive sbandierano ai quattro venti, e questa sua opera, che ha il pregio inestimabile della verità, dell’autenticità, è ben più di un’occasione di riscatto, è una rivincita. Ma come può essere una rivincita una storia che inanella tutte, nessuna esclusa, le più patenti banalità sulle persone di colore non integrate? Come può essere una rivincita un libro che sembra essere scritto da un bianco armato soltanto di granitici pregiudizi? Eppure è così che “Vita nel ghetto” viene accolto da critica e pubblico, come qualcosa che mancava, di cui si sentiva la necessità; di più, come il concretizzarsi di ciò che l’arte, qualche che sia la forma che assume, dovrebbe essere: disvelamento.
A questa allucinazione di massa Monk reagisce quasi d’istinto: costretto a prendersi della cura della madre sempre più malata, alle prese con il dolore per la morte della sorella, medico abortista assassinata da un fanatico con ogni probabilità convinto di agire in nome di chissà quale giustizia divina, scrive in pochi giorni una sorta di cinica parodia di “Vita nel ghetto”, la intitola “Stato patologico”, la firma con uno pseudonimo e la invia al suo agente. Risultato? Un’offerta ricchissima per la pubblicazione, interesse del cinema affinché il libro diventi un film, addetti ai lavori che gridano al capolavoro. Che fare a questo punto, si chiede Monk? Accettare la finzione, prendere il denaro (che sarebbe utilissimo) e dare in pasto al pubblico, che “Vita nel ghetto” non ha saziato, una nuova presa in giro? Oppure smascherare l’inganno, rinunciare al successo e tornare a essere uno scrittore i cui libri, quando trovano un editore, hanno un mercato residuale? Quel che facciamo ha un prezzo? Quel che siamo ha un limite? Sì, naturalmente. L’orwelliana (e già citata) stanza 101 di 1984 è la realizzazione della tortura perfetta, infallibile perché chiunque entri lì si trova a tu per tu con il limite che definisce se stesso, che gli permette di riconoscersi come uomo, quel limite che egli sa che non oltrepasserà mai (pena il dissolversi della sua umanità, del senso stesso del suo esistere) e che pure, malgrado ogni resistenza, si lascerà alle spalle, qui la stanza 101, o meglio ciò che tra quelle mura accade, è letterariamente vestito dal non-romanzo (perché del romanzo è la negazione) “Stato patologico”, e Everett racconta magistralmente, alternando dramma e commedia, la doppia metamorfosi del suo personaggio (che è un po’ anche il suo alter ego) che dapprima diventa ciò che odia di più e poi riflette sulla possibilità di tornare sui propri passi denunciando la tragicomica situazione alla quale condanniamo l’arte, ogni arte, che da intenzione di fare diviene dapprima incapacità di comprendere, e infine opportunità di sfruttare questa incapacità. Sotto la silenziosa, implacabile sovranità assoluta dell’ignoranza.