“Tre anni fa non sapevo nulla della condizione dei sordi e non avrei mai immaginato che essa
potesse far luce in tanti ambiti diversi, soprattutto in quello del linguaggio. Poi, e fu una scoperta sorprendente, venni a conoscenza della storia dei sordi e delle straordinarie sfide (linguistiche) che essi devono affrontare; scoprii anche, con meraviglia, che esisteva un linguaggio completamente visivo, i Segni, che si esprimeva in una modalità diversa dalla mia lingua – può occorrere l’impatto con un’altra lingua, o piuttosto con un’altra modalità di linguaggio, per ritrovare la nostra antica meraviglia. Quando lessi per la prima volta dei sordi e della loro singolare modalità di linguaggio, i Segni, ne fui spronato a imbarcarmi in un’esplorazione, in un viaggio; questo viaggio mi ha portato tra i sordi e le loro famiglie; mi ha fatto approdare alla scuole per sordi, e alla Gallaudet, l’unica università per sordi che esista; mi ha portato a Martha’s Vineyard, l’isola del Massachussets dove un tempo esisteva una forma ereditaria di sordità e tutti (gli udenti non meno dei sordi) parlavano con i Segni; mi ha portato in città come Fremont e Rochester, dove esiste un’interessante interfaccia tra comunità di sordi e comunità di udenti; mi ha fatto conoscere i grandi studiosi dei Segni e delle condizioni del sordo […]. Questo viaggio mi ha portato a vedere il linguaggio, la natura del parlare e dell’insegnare, lo sviluppo del bambino, la crescita e il funzionamento del sistema nervoso, la formazione della comunità, dei mondi, delle culture, in un modo del tutto nuovo, che mi ha allietato e mi ha fatto imparare tanto. Ma, soprattutto, mi ha permesso di vedere in una prospettiva sorprendente problemi antichissimi, di concepire in modo diverso e imprevedibile il linguaggio, la biologia, la cultura… È stato un viaggio che ha reso per me strano ciò che era familiare, familiare ciò che era strano”. Le parole che Oliver Sacks sceglie, nella prefazione al suo bellissimo, appassionante saggio Vedere voci (Adelphi, traduzione di Carla Sborgi), per descrivere cosa ha significato per lui occuparsi di sordità (o meglio di linguaggio attraverso l’esplorazione di quella straordinaria lingua che è la lingua dei segni), rispecchiano quel che il lettore prova (o se preferite il lettore che sta scrivendo queste righe) nel momento in cui affronta queste pagine. Quel che accade, infatti (quel che mi è accaduto, ma sono certo accadrebbe a chiunque decidesse di affrontare questo lavoro, e mi auguro siano in molti a farlo; il libro non è nuovo, è del 1989, ma non so quanto sia noto, tanto rispetto ad altre opere più famose di Sacks quanto in generale), è di venire catapultati in un mondo nuovo, sorprendente, nel quale l’accento non è sulla deprivazione, sulla disabilità che dovrebbe essere il centro di gravità dello studio, ma su ciò che il concentrarsi sull’acquisizione di una lingua, e di una lingua articolatissima, profonda, densa di significati, di sfumature, permette di comprendere di noi stessi, dei nostri bisogni e non ultimo delle nostre potenzialità. A partire da ciò che la parola Segni significa, e sulla quale io per primo non sapevo nulla – chiarisce Oliver Sack in una nota, e vale la pena sottolineare che in questo libro le note sono abbondanti e significative e rilevanti quanto e spesso più del testo portante: “[…] uso [il termine Sign] per indicare tutte le lingue nazionali di segni, passate e presenti (per esempio l’American Sign Language, la lingua dei segni francese, quella italiana, quella cinese, quella yiddish, l’Old Kentish Sign). Da tale termine sono escluse invece le forme segnate delle lingue vocali (qual è, per esempio, il Signed English), che sono mere traslitterazioni, prive delle strutture presenti nelle vere lingue dei segni”.
Ed ecco il punto, le lingue dei segni sono lingue autentiche, lingue vive, lingue complesse al pari di quelle utilizzate da noi parlanti, non piatte traduzioni di un’altra lingua, di una lingua per cosi dire “ufficiale”, titolare di diritti; ed è prendendo le mosse da qui, dalla dignità e dalla centralità dei Segni (e non solo per chi è sordo; Sack dimostra in più occasioni come si arricchisca anche la capacità di ragionamento, e con essa la profondità di pensiero in chi affianca alla propria lingua madre la lingua dei segni, come per esempio hanno fatto alcuni genitori parlanti di bambini sordi, esponendo questi ultimi, fin dalla più tenera età, al linguaggio e consentendogli dunque di crescere senza privazioni, la più grave delle quali è proprio quella legata al linguaggio, che rischia impedire per sempre a coloro che non ne hanno accesso comprensione e utilizzo della rappresentazione astratta e simbolica) che Sack racconta storie splendide e tragiche, muovendosi da una generale ricostruzione della “questione sordità e di come affrontarla” a indimenticabili racconti di vita personali, come quello di un ragazzo di nome Massieu, nato sordo e rimasto completamente senza istruzione fino a quasi quattordici anni e poi aiutato da un maestro, con il quale riesce a compiere straordinari progetti, fino al momento in cui arriva a conquistare il significato dei nomi (di più, la ragione del loro uso). Scrive Sacks a questo punto: “Perché dare un nome a un oggetto suscitava in Massieu tanta gioia, e faceva espandere e crescere la sua anima? […]. A che cosa serve dare dei nomi? […]. Il disegno di una quercia rappresenta un particolare albero di quercia, ma il nome «quercia» denota l’intera classe delle querce […]. Vigotskij scrive: «Una parola non si riferisce a un singolo oggetto, ma a un gruppo, o classe, di oggetti. Ogni parola è quindi già una generalizzazione. La generalizzazione è un atto verbale di pensiero, che riflette la realtà in un modo del tutto diverso dal modo in cui la riflettono la sensazione e la percezione». Non c’è un modo migliore per dirlo: Vedere voci va letto. Anche più di una volta.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
La casa dei miei genitori era stata aggredita alle fondamenta da una massa di alberelli.