“Ora voglio parlare, in questa cerchia ristretta, di una questione che voi, compagni di partito,
avete dato tutti per scontata, ma che è diventata la più difficile della mia vita: la questione ebraica. Tutti voi constatate con gioia il fatto ovvio che non ci siano più ebrei nelle vostre province. Tutti i tedeschi, con pochissime eccezioni, si rendono perfettamente conto che non avremmo potuto resistere alle bombe e alle tensioni del quarto, forse anche di un quinto e addirittura di un sesto anno di guerra, se questa piaga corrosiva fosse ancora presente nel corpo della nostra nazione. La frase ‘Gli ebrei devono essere sterminati’, con le sue poche parole, signori, è facile da pronunciare. Ma per coloro che devono farsene carico, è la cosa più difficile di tutte […]. Vi chiedo di ascoltare soltanto, ma di non parlare mai di ciò che vi sto dicendo qui oggi. Noi, vedete, ci siamo trovati di fronte alla domanda: ‘Che fare delle donne e dei bambini?’. E, anche in questo caso, ho optato per una risposta molto chiara. Perché sentivo che non sarei stato nel giusto se avessi sterminato – intendo ucciso, o fatto uccidere – gli uomini lasciando che i loro figli crescessero e si vendicassero sui nostri figli e nipoti. Si è dovuto prendere la difficile decisione di sradicare questo popolo dalla faccia della terra. Per l’organizzazione che ha dovuto eseguire l’ordine, non c’è mai stato nulla di più difficile […]. Le immense fortune requisite agli ebrei sono state consegnate fino all’ultimo centesimo al ministro dell’Economia del Reich […]. Questo conclude il mio discorso sulla questione ebraica. Ora siete informati e terrete per voi queste informazioni. Forse in seguito potremo pensare di parlarne con il popolo tedesco. Mi credo che sia più opportuno che noi, tutti insieme, nell’interesse del nostro popolo, ci assumiamo la responsabilità… la responsabilità di un atto, non solo di un’idea… e poi ci portiamo il segreto nella tomba”. Fu Heinrich Himmler, di fronte a un pubblico formato dai Gauleiter (governatori, capi, responsabili delle diverse province tedesche) a pronunciare queste parole – che nessun altro avrebbe mai dovuto sapere: lo fece a Posen (oggi Poznan, in Polonia). Albert Speer, architetto preferito di Adolf Hitler e suo amico intimo, nella misura in cui il dittatore tedesco, e con lui lo stesso Speer, erano capaci d’amicizia, nonché, dalla morte di Fritz Todt nel 1924, ministro degli Armamenti e della Produzione Bellica, espressamente chiamato in causa da Himmler nel suo discorso – “Naturalmente, questo non ha nulla a che fare con il camerata Speer, lei non era coinvolto. Ed è proprio di produzioni belliche di questo tipo che io e il camerata Speer ci sbarazzeremo nelle prossime settimane. Lo faremo con la mancanza di sentimentalismi che è necessaria in tutto, in questo quinto anno di guerra: senza sentimentalismi, ma dal profondo del cuore, per la Germania…” – era al corrente dei massacri, sapeva dei milioni di morti, degli innocenti uccisi senza sosta, dell’annientamento di un popolo? A Posen fu citato, è vero, ma non era presente mentre Himmler parlava, mentre confessava ciò che non sarebbe mai dovuto diventare di pubblico dominio, ma naturalmente non è questo semplice fatto a rivestire un qualsivoglia valore; quel che importa è la conoscenza, ciò che si sapeva, in un tempo e in un luogo, la Germania nazista dalla presa dei potere di Adolf Hitler fino alla rovinosa caduta del Terzo Reich, in cui sapere poteva essere, a qualsiasi livello, molto pericoloso.
Di Albert Speer, e della sua battaglia con la verità combattuta per una vita intera (ma soprattutto a partire dalla condanna a vent’anni di carcere inflittagli a Norimberga fino alla morte nel 1981) racconta Gitta Sereny, già autrice del bellissimo e terribile In quelle tenebre, nel monumentale (quasi mille pagine) Albert Speer (sottotitolo, vale la pena di ripeterlo, La sua battaglia con la verità), in Italia edito da Adelphi nella traduzione di Valeria Gattei. Un libro splendido, straziante per molti aspetti (e le terrificanti violenze perpetrate dal sistema nazionalsocialista non solo verso gli ebrei; si pensi, per limitarsi a un solo esempio agli orrori del programma T4, in base al quale venivano uccisi tutti coloro che, giudicati anormali, non erano ritenuti in grado di vivere una vita degna, rappresentano solo uno di questi aspetti), che ha il pregio che dovrebbe essere obbligo di ogni libro, quello di una cristallina onestà intellettuale. Sereny racconta Speer con oggettività quasi sovrumana, e non perché la sua sensibilità venga fatta tacere, omessa, esplulsa a viva forza – l’autrice non manca mai di prendere posizione (verso ciò che è stato, verso Speer, nei riguardi di ogni sua dichiarazione) – ma perché non permette mai che a prendere il sopravvento, nella sua cronaca dei fatti, dei fatti così come Albert Speer li ricorda e sceglie di raccontarli, sia il suo giudizio. Un giudizio che, pur non vedendo a mancare, non si sostituisce mai alle parole di colui che ha il diritto di pronunciarle, e di venire ascoltato. Un giudizio che perfettamente si rispecchia, per pietà, capacità d’ascolto e soprattutto di comprensione (nel senso etimologico della parola, che si significa prendere con sé, farsi carico) nella breve e intensissima citazione delle parole dal pastore e teologo calvinista olandese Willem Adolf Wisser’ t Hooft “Le persone non si capacitavano… mancavano dell’immaginazione… nonché del coraggio per affrontare… un orrore inimmaginabile. È possibile vivere in una zona d’ombra tra il sapere e il non sapere”.
Di Albert Speer Sereny racconta ogni cosa; la difficile giovinezza, priva dell’amore dei genitori, in special modo della madre, gli studi, l’incontro con Hitler e la fascinazione subita, che si infranse, se mai si infranse, nel momento più cupo della disfatta, quando il suo Führer, la guida della Germania che tanti entusiasmi aveva suscitato nei primissimi anni di governo, ordinò, di fronte all’inarrestabile avanzata delle truppe russe e Alleate, di fare terra bruciata di ogni cosa nel Paese e Speer disobbedì, adoperandosi in ogni modo per salvare tutto ciò che era possibile salvare, dalle industrie alle città, affinché per il popolo allo stremo potesse esserci ancora una speranza, un domani. E dopo il suicidio di Hitler nel bunker di Berlino, ecco arrivare Norimberga, il processo, la necessità di guardare in faccia quello sterminio di sei milioni di ebrei di cui lui si disse sempre all’oscuro; e ancora il bisogno di assumersi la responsabilità per il lavoro forzato cui furono costretti altri milioni persone, prigionieri di guerra le cui condizioni di vita furono terribili (e di cui Speer, come ministro della Produzione Bellica era effettivamente responsabile); le sue aperte critiche a Hitler, bollato come criminale, che gli alienarono le simpatie dei compagni di prigionieri; le sue inesauste riflessioni (in solitudine dapprima, poi in compagnia degli uomini che lo aiutarono a diventare un uomo diverso da quel che era stato, in primo luogo Georges Casalis, cappellano calvinista nel carcere di Spandau, dove Speer trascorse i vent’anni di carcere cui era stato condannato, poi il rabbino Robert Raphael Gies) che divennero libri di straordinario successo, il tormentato ritorno in famiglia dopo la liberazione. E sempre, sempre, l’incancellabile rumore di fondo dei milioni di ebrei sterminati: Speer sapeva? Cosa sapeva? Quanto sapeva? E da quanto tempo? La questione, come è giusto in un libro serio e non sensazionalistico né ad effetto quale è quello di Gitta Sereny, viene dibattuta, ma senza ossessiva insistenza e soprattutto senza l’ansia di giungere a una conclusione definitiva, che inevitabilmente suonerebbe come una condanna (Speer era già stato condannato, aveva scontato la pena e comunque non cessava di condannare se stesso per ciò che aveva fatto come per ciò che aveva evitato di fare) fino al momento in cui Sereny dice al suo interlocutore che se qualcosa egli ha sospettato in merito alla soluzione finale del “problema ebraico”, allora doveva sapere; non si può sospettare sul nulla. Speer invece di rispondere le porse un foglio: “Nell’aprile del 1977 Speer ricevette una lettera da D. Diamond, direttore del South African Jewish Board of Deputies, che gli chiedeva di assistere la sua organizzazione nell’azione legale contro gli editori e i distributori dei libelli Did Six Million Die? e The Hoax of the Twentieth Century, per impedirne la distribuzione in Sudafrica. Speer avrebbe dovuto dichiarare sotto giuramento: a) che, contrariamente a quanto sosteneva Did Six Million Die? c’era stato davvero un piano per sterminare gli ebrei d’Europa; b) che aveva sentito parlare di quel piano e poteva testimoniare che esisteva; c) che il piano era stato messo in atto e come era venuto a saperlo. La dichiarazione giurata che Speer inviò in risposta [si] concluse con le parole più rivelatrici che avesse mai scritto: ‘Riconosco ancora oggi che i motivi per cui sono stato condannato dal tribunale militare internazionale erano, nel complesso, fondati. Ma, soprattutto, ritengo ancora oggi giusto assumermi la responsabilità, e perciò la colpa, di tutti i crimini commessi dopo la mia nomina nel governo di Hitler, l’8 febbraio 1942. Non pesano su di me i singoli atti, per quanto gravi, ma la mia condotta come membro della classe dirigente. Per questo motivo ho accettato una responsabilità generale nel processo di Norimberga e la ribadisco ora. Tuttavia ancora oggi considero la mia principale colpa il tacito consenso [Billigung] alla persecuzione e al massacro di milioni di milioni di ebrei” [il corsivo è dell’autrice]
Leggete In quelle tenebre e Albert Speer di Gitta Sereny, oggi più che mai. Ogni altra parola è superflua.