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Dove tutto accade senza che nulla succeda

recensione - László Krasznahorkai - Herscht 07769Accade tutto dove sembra non debba succedere nulla. Ma affinché accada bisogna che ci sia un

inizio, un principio, un avvio, e questo avvio, questo principio, questo inizio, che un po’ somiglia (anzi molto somiglia) al prendere fiato che precede la parola, il discorso, è come se restasse fermo sulla lingua, sulle labbra, non arrivasse a “rompere il muro del suono”, a farsi udire, a divenire racconto, storia. Eppure la storia esiste, il racconto si snoda; lo fa per quasi cinquecento pagine in un’unica emissione – ma c’è davvero questa emissione? Possiamo esserne certi? – di voce se così ci si può esprimere, in una sola frase composta di migliaia e migliaia di rivoli secondari che senza sosta si moltiplicano diramandosi per ogni dove per poi, d’improvviso, tornare a raccogliersi, a farsi torrente, fiume o lago, a fermarsi quasi, per riprendere ancora, in un’accelerazione che per quanto prevedibile riesce sempre inaspettata, a moltiplicarsi in una miriade di ulteriori canali, vecchi e nuovi insieme, già percorsi per un tratto magari eppure ancora tutti da scoprire. Ma il respiro originalissimo e trascinante – al punto da non riuscire, se non con estrema fatica e riluttanza, ad abbandonare il libro – della scrittura, della prosa, non è che il primo e per molti versi il più superficiale dei pregi che caratterizzano Herscht 07769 (Bompiani, traduzione di Dóra Várnal), romanzo-capolavoro dello scrittore ungherese László Krasznahorkai, Premio Nobel per la Letteratura 2025. Perché la scelta di costruire un’opera intera su fondamenta apparentemente fragilissime quali sono quelle di una frase interminabile (nel cui labirinto è fin troppo facile smarrirsi; quante volte, del resto, parlando, e inserendo nei nostri discorsi incisi più o meno lunghi, digressioni più o meno coerenti , “perdiamo il filo”? non ritroviamo più l’argomento da cui eravamo partiti?) è funzionale al piccolo mondo nel quale veniamo gettati (ci ritroviamo sarebbe più esatto dire, poiché la sensazione che si prova aprendo il libro, a giudizio di chi scrive, è quella sperimentata quando ci si risveglia in un luogo poco noto, ed è necessario qualche minuto prima di ritrovare la realtà e di capire dove si è e perché si è lì e non altrove, dove ci si aspetterebbe di essere), una cittadina anonima e depressa della Germania (della Turingia), ostaggio della crisi economica, del fallimento politico (così come vissuto dai cittadini, persone a prima vista comunissime ma ciascuna segnata da qualche particolare sgradevole, da qualche stortura, consumata, forse addirittura corrosa, dalle piccole miserie umane di cui tutti siamo ostaggio, e dinanzi alle quali, il più delle volte, mentiamo), di un presente privo di speranza.

“Impossibile amare gli uomini”, scrive Louis-Ferdinand Céline, “mentono troppo”. E così è a Kana, città immaginaria che è qualsiasi città vogliamo sia, perché ogni luogo si risolve in chi lo abita, in coloro che, vivendoci, gli danno vita, dove non si trova nessuno da amare davvero, nessuno che si riesca davvero ad avvicinare – ma anche in questo caso è necessario fare attenzione, chiarire, specificare, guardare bene, perché la galleria di eccentricità e, per certi versi, mostruosità, che l’autore presenta ha i suoi gradi di abiezione e crudeltà, al punto che, di fronte al capo indiscusso del manipolo di neonazisti che in qualche misura tiene in ostaggio Kana, un energumeno a tutti noto solo con il soprannome di Boss, il resto dei cittadini di Kana rincula, per così dire, sullo sfondo – a eccezione dell’orfano Florian, Florian Herscht, un ragazzo puro d’animo e di cuore, ingenuo al punto da non vedere malizia in nessuno, un perfetto idiota insomma, circondato da un unanime sentimento che oscilla tra la compassione la pietà. Florian lavora per il Boss, il cui mestiere è ripulire i muri degli edifici da graffiti e disegni, che lo paga in nero e lo sfrutta, e nel tempo che gli rimane svolge altri mansioni di fatica per chiunque glielo chieda perché lui è dotato di una forza sovrumana e se solo volesse potrebbe fare a pezzi chiunque senza sforzo. Ma perché Florian dovrebbe ricorrere alla violenza? Non vuole il male di nessuno lui. Non vede il male in nessuno Florian. E così le cose procedono in una sorta di eterno presente a Kana, nell’attesa però che le insostenibili condizioni economiche, sociali e politiche del luogo e della Germania e dell’Europa e del mondo non esplodano (senza contare un’emergenza sanitaria, una specie di epidemia, che chissà se esiste davvero o se è un’invenzione di chi detiene il potere a livello globale, della quale si vocifera con sempre più insistenza…), e allora sì che ci sarà da fare, ripete senza sosta il Boss alla sua cricca, quel Boss che non sa nulla di nulla ma che inspiegabilmente ama alla follia la musica di Bach, spirito nobilissimo e invincibile di tutto ciò che è tedesco e che per questa ragione, cioè per il fatto di essere tedesco, non solo mai morirà ma è destinato a trionfare un giorno, quel giorno che il passato ha derubato alle generazioni di oggi. Ma Florian a questo presente così complesso non pensa, ha un altro problema da risolvere lui, perché ha compreso, grazie a delle lezioni di fisica che ha seguito, che il mondo, il nostro mondo, tutto ciò che conosciamo e dunque anche noi stessi, è frutto di una casualità, di una particella di materia sopravvissuta chissà come (chissà come, è questo il punto…) al potere annichilente dell’antimateria, una particella in più su miliardi di particelle che si annientano in continuazione nel tempo. Ma se le cose stanno così, ed è così che stanno, lui ne è certo, allora ne deriva che domani, tra un’ora, tra un secondo, nello scontro incessante tra materia e antimateria potrebbe esserci, invece che una particella in più di materia, una particella in più di antimateria. Che succederebbe allora? Cosa accadrebbe? Il mondo, tutto ciò che conosciamo, compresi noi, sparirebbe nel nulla. E allora Florian si rende conto che una tale verità deve essere conosciuta ai livelli più alti, affinché le menti migliori della Germania, anzi del mondo intero, intervengano a trovino un rimedio e lo applichino. Per questo lui, senza sosta, scrive ad Angela Merkel, alla Cancelliera, perché sia messa al corrente, e faccia ciò che è necessario… Comincia così Herscht 07769, con un avvertimento: il baratro, la fine, è qui. Il modo in cui arriverà davvero, a ben guardare, è quasi superfluo.

Mai una parabola fantastica (venata di malinconico umorismo) ha rappresentato così fedelmente la realtà. László Krasznahorkai è un maestro.

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