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Verrà la morte e avrà gli occhi di tutti

recensione - mathias enard - il banchetto annuale della confraternita dei becchiniViene da pensare, con abbondanti dosi di ingenuità, s’intende, che immaginando di scegliere un

tema romanzesco capace di offrire la massima quantità di spunti e riflessioni, niente come la morte, la fine cui ciascuno di noi è destinato, risponda meglio a una tale necessità, e proprio per l’universalità della Grande Consolatrice, che per l’appunto è ovunque, nello spegnersi di persone e animali, certo, ma anche nel venir meno di alberi, piante, fiori, nel disseccarsi della terra, nel figurato dissolversi di idee, fantasie, sogni, e l’elenco potrebbe continuare. Scrivere di morte, dunque, significa scrivere di un qualsivoglia tramonto, di una fine, sia reale o simbolica poco importa. Ma se fino a questo momento a orientare il discorso è stato il buon senso – semplificato, lo si riconosca pure, fino all’eccesso – un’affascinante direzione eccentrica (prendere le mosse dalla morte, dalla sua pervasività, dal suo essere ovunque, dalla sua realtà che sembra più reale di qualsiasi altra cosa) prende il grande scrittore francese Mathias Énard (due suoi romanzi trovate commentati in questo blog, Zona e Bussola) ne Il banchetto annuale della confraternita dei becchini (E/O, traduzione di Yasmina Mélaouah); egli infatti, lungo il sottilissimo filo di un’acuta, intelligente ironia che pur senza mai venir meno a più riprese è velata dal dramma, dall’antiretorica lucidità di uno sguardo gettato su un presente, su un oggi sempre meno in grado di pensarsi criticamente, di autocorreggersi, di provare a salvarsi, da singole eppure in qualche modo comuni storie di disperazione, principia dalla morte non per tornarci (in una circolarità narrativa che esalterebbe null’altro se non l’eternità assoluta della morte, la sua immortalità declinata nella fine, ineluttabile, di tutto ciò che è vivo) ma per contrapporle amore, gioia, speranza. Gioca su più tavoli il grande scrittore francese in questo libro delicato e sovrabbondante, attraversato da pagine di furore dionisiaco che hanno la potenza di terremoti e da sussurri di dolore che quasi si fatica a cogliere e che pure si impongono all’attenzione e alla sensibilità del lettore proprio grazie al loro vestito dimesso, alla loro prosa quasi timida, che si approssima alla tragedia (che sempre significa morte, e morte ingiusta) resistendole quanto può, rendendo più lunga la strada per mezzo di uno studiato rallentamento di passo, e che infine si chiude al giungere della Fine, cui non spetta giudicare l’iniquità del mondo. Gioca su più tavoli Énard anche nella mescolanza di voci (e di stili) che si alternano nella narrazione; se un centro, per quanto precario, esiste in questo romanzo, questo è incarnato dal giovane antropologo David Mazon (o per dir più esattamente aspirante tale, alle prese con una impegnativa tesi di dottorato) che da Parigi  si immerge nella profonda campagna francese per portare a termine uno studio sulla vita lontano dalle città nel XXI secolo, tuttavia ben presto – cioè al termine della prima parte del libro, a carattere diaristico, utile al lettore per familiarizzare con la figura di Mazon, con il teatro della sua ricerca e naturalmente con gli abitanti che il giovane studioso incontra – la storia si dilata, nel tempo e nei protagonisti, fino al momento in cui il lettore incontra il senso del titolo, il banchetto annuale della confraternita dei becchini e cioè i tre giorni di feste e libagioni che i becchini (e tutti coloro che assieme a essi si occupano professionalmente della morte) di Francia, riuniti in una sorta di società se non segreta certo gelosissima di sé, si concedono ogni anno per omaggiare la Morte, loro faro e sostegno, regina e dea di cui essi sono a un tempo ancelle e sudditi, la quale in cambio, in quella manciata di ore dedicate a inesauste orge di cibo e parole, ferma la propria eterna mietitura.

Ed è proprio dal banchetto, per la precisione dalla sua conclusione, che tutte le strade aperte fino a quel momento vengono riprese e portate a una conclusione. Naturalmente anche in questa seconda parte non manca una sorta di centro di gravità, ancora una volta da indovinare più che individuabile con sicurezza, rappresentato dalla nascente storia d’amore tra David e una donna del luogo impegnata in una lotta estenuante a difesa di un’agricoltura capace di rispettare davvero l’ambiente, di valorizzarlo, difenderlo, collaborando con esso non in una miope ottica di brutale sfruttamento ma attraverso concrete soluzioni (che sì, ci dice Énard attraverso David, che l’agricoltura la scopre poco alla volta, sorpreso dalle sue potenzialità, immense anche oggi, malgrado un collasso planetario sempre più vicino, sono possibili, anzi esistono già, vanno solo moltiplicate, estese) capaci di mantenere in equilibrio necessità differenti che tuttavia, se davvero lo si vuole, possono incontrarsi. Viene da pensare, per riprendere quanto scritto all’inizio, che può apparire fin troppo scontato contrapporre alla morte l’amore, ed è così, non è un problema ammetterlo, ma farlo al modo di Énard, costruendo un’architettura di storie la cui incessante meraviglia ricorda le geometrie impossibili e indimenticabili allo stesso tempo dei disegni di Escher – non a caso, tra le tante citazioni non solo letterarie che costellano il romanzo, brillano quelle gargantuapantraguelesche di Rabelais, il più immaginifico, esilarante e profondo scrittore di Francia – è cosa concessa solo ai più grandi. Permettetemi dunque, del resto né danno né favore posso fare, considerando che la mia è voce pressoché inascoltata nel deserto digitale che a perdita d’occhio circonda Il Consigliere Letterario, di sperare, in un giorno non troppo lontano, un Mathias Ènard insignito del Premio Nobel per la Letteratura.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Questo posto, va da sé, ho deciso di chiamarlo il Pensiero Selvaggio.

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