A
parere – sindacabilissimo, s’intende – di chi scrive, fino a questo momento, e per questo
momento intendo le 11.00 circa di stamane, quando ho concluso la lettura de Il baco da seta di Robert Galbraith (Salani, traduzione di Andrea Carlo Cappi), e qui, mi si perdoni per favore il non disvelamento del non segreto (R.G. è lo pseudonimo scelto da J.K. Rowling per questa sua nuova avventura letteraria, una serie di libri gialli con protagonisti l’investigatore privato Cormoran Strike e la sua assistente Robin Ellacott; nel caso vi interessasse, del primo lavoro, Il richiamo del cuculo, ho scritto quel che ne penso qui), la più che meritatamente celebre autrice britannica non aveva sbagliato un colpo. Ogni libro un centro perfetto. Fino, dicevo, a Il baco da seta, forse non a caso ambientato nel velenoso, tossico, irrespirabile mondo editoriale. Già, perché protagonisti di questo intricato romanzo che incessantemente si muove tra ambizioni e illusioni, segreti, bugie e patetiche miserie (disegnate, il più delle volte, senza particolare partecipazione emotiva, quasi che i personaggi messi in mostra, alle prese con esistenze non certo esaltanti si siano in qualche modo meritati il grigiore assoluto dei loro tragicomici destini) sono i libri, o per essere più esatti, coloro che li scrivono, ciascuno con la certezza di aver prodotto un capolavoro e ciascuno, va da sé, condannato a far naufragio, irrimediabilmente condannato dal canto di sirena della propria vanità, dell’ipertrofica sopravvalutazione del proprio talento (che pagina dopo pagina, pare quasi superfluo chiarirlo, il lettore scopre inesistente, senza peraltro stupirsene). Galbraith-Rowling, dunque, scrive di ciò che conosce benissimo (e che ancora meglio governa) ed è senz’altro per questa ragione che, a parer mio è bene ribadirlo, cioè con ogni probabilità per eccesso di sicurezza (un po’ come accade a chi, troppo fidando della propria abilità alla guida tende a distrarsi con facilità e finisce fuori strada), la piega grottesca dell’intera vicenda, adottata quale comoda (ed efficace, non si discute) metafora degli eccessi, delle eccentricità – manteniamoci, o sforziamoci di farlo, nel riservato boudoir degli eufemismi – insomma delle debolezze non proprio innocenti di donne e uomini di lettere, il cui particolare rapporto d’elezione con la parola, anzi con la parola scritta, garantisce uno statuto speciale, una sorta di innata superiorità spirituale (nonché materiale nei casi più fortunati, purtroppo rarissimi), superiorità in merito alla quale non v’è personalità letteraria, espressione che comprende, oltre a scrittrici e scrittori, editor, agenti letterari, proprietari e amministratori di case editrici, e l’elenco potrebbe continuare, in grado di coltivare in sé il più insignificante barlume di dubbio, lungi dal regalare alla vicenda la giusta dose di divertita, compiaciuta perfidia, finisce per trasformarla in un ritratto innaturale e soprattutto inautentico, talmente falso da risultare irritante.
Ridotta all’essenziale la trama del romanzo è fin troppo semplice da riassumere: uno scrittore non proprio di primo piano (restiamo agli eufemismi), alla vigilia della pubblicazione di un romanzo destinato a fare scalpore (la cui trama è quanto di più inverosimilmente ridicolo una scrittrice, e una scrittrice del calibro di Galbraith-Rowling mi permetto di aggiungere, potesse inventarsi) scompare. Nessuno se ne preoccupa perché questo autore, sempre alla disperata ricerca di pubblicità e di qualcuno che finalmente ne riconosca la grandezza (non c’è uno scrittore, nel romanzo, che, mutatis mutandis, non si comporti come l’eroe-antieroe de Il baco da seta, registrato all’anagrafe letteraria come Owen Quine, mi scuso per averlo taciuto finora, e sono ben disposto a crederlo, facendo anche io parte dell’infinita schiera di coloro che scrivono e sognano la gloria letteraria, ma nessuno, ahimè, o quasi fino a oggi ha letto i miei libri, né credo che questo stato di cose cambierà in futuro, ma devo anche aggiungere che l’arrendevolezza con cui queste figure, nessuna esclusa, di fronte a elementari – e strumentali, manifestamente strumentali! – lusinghe alzano le mani rinunciando finanche all’ultima, infinitesima oncia di rispetto di sé e di tutela della propria dignità, è a dir poco disarmante, per tacere dell’abusatissimo cortocircuito tautologico che vuole che solo uno scrittore, uno scrittore vero, riesca a comprendere, a comprendere sul serio, il simbolico e culturale universo letterario e di significato dell’opera di un collega-avversario) aveva già in più occasioni utilizzato questo stratagemma. Nessuno tranne la moglie. Che per avere un aiuto si rivolge a Cormoran Strike. Il resto è indagine, ma indagine che si trascina tra assurdità sempre più marcate, i cui poli opposti di riferimento sono i libri di Quine (che naturalmente verrà trovato cadavere, ucciso con una ferocia che, come tutto in questo romanzo, fa sorridere d’incredulità per il suo gratuito eccesso di ferocia, che neppure la scoperta del colpevole giustifica), quello che sta per essere pubblicato, Bombyx Mori, nome scientifico del baco da seta per l’appunto, delirante viaggio simbolico-erotico-sanguinario di uno scrittore deciso a mettere in piazza le più orrende oscenità sui propri colleghi e amici, ritratti volta a volte come bestie, assassini, deviati sessuali, torturatori, masochisti… e i suoi precedenti – uno dei quali, intitolato I fratelli Balzac, ha come figure principali per l’appunto due fratelli, chiamati Vas e Varicocele, con il secondo alle prese, a quanto pare per l’intera durata del racconto, a massaggiarsi la parte offesa in cerca di un impossibile sollievo. Vale la pena continuare (la domanda è retorica, naturalmente)? – tutti variazioni sull’unico tema di una sessualità che per forza di cose deve dare scandalo o provocare repulsione. Mentre tra i libri satelliti di questa costellazione senza capo né coda non mancano fantasy erotici e abbondanti dosi di misoginia (dove a far capolino è qualche lavoro minimamente credibile).
Cosa aggiungere a questo punto? Che gli ingredienti del giallo classico ci sono tutti. La storia è fin troppo complessa e in più di un’occasione il lettore (questo lettore) rischia di perdere il filo, ma Galbraith-Rowling sorveglia l’intero romanzo da par suo, dunque con sicurezza ed indubbia eleganza fino al finale, che lascia sorpresi (e questo per un giallo è un punto di merito). Cormoran Strike si conferma l’ottimo personaggio che ci è stato consegnato all’esordio, così come riesce facile ritrovare con gioia la sua bella e brava assistente Robin. Londra, ancora una volta, viene restituita con accuratezza e precisione ma ogni nota positiva, l’architettura del romanzo in sintesi, e la prosa della scrittrice, sempre fluida, precisa, penetrante dove è necessario, poggia su fondamenta d’argilla. Peccato.
P.S. Se la citazione di Graham Green (scritto così) si riferisce a Graham Greene, l’autore, tra gli altri capolavori, de Il console onorario e Il nostro agente all’Avana, si tratta di un refuso davvero antipatico, di una disattenzione fastidiosa,visto che compare in un libro che parla di libri e di autrici e autori di libri (sia pure improbabili, gli uni quanto gli altri)
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
«Sarà meglio» mormorò la voce rauca all’altro capo della linea, «che sia morto qualcuno di grosso, Strike».