A spaventare, a terrorizzare della morte, è forse la sua dimensione di assolutezza. L’inevitabile,
incontrovertibile banalità del fatto che dalla morte non c’è ritorno. Chi muore non è più, qualsiasi cosa sia stato, o abbia cercato di essere, quando era in vita; e non è più non tanto per ciò che riguarda se stesso, o se stessa, ma per tutti coloro che l’avevano conosciuto, o conosciuta. A morire, nella persona che scompare, è l’arto amputato di chi quella persona aveva incontrato, amato, odiato. Ed è la morte, il suo significato metafisico, psicologico, la sua ragione (cioè il modo in cui vivi cercano di rendere ragione della morte che senza sosta accade loro intorno) che Ingeborg Bachmann mette al centro del suo breve e folgorante racconto Requiem per Fanny Goldmann (Adelphi, traduzione di Magda Olivetti) parte di un ciclo narrativo incompiuto (così come a tratti lacunoso è questo stesso lavoro) non a caso intitolato Cause di morte. Ma di che genere di morte si narra in queste pagine? Secondo quanto la stessa Bachmann scrive qui siamo di fronte alla storia “di un sublime assassinio dell’anima”. Viene dunque da chiedersi a questo punto che cosa sia un assassinio sublime, e più ancora cosa voglia dire assassinare un’anima. La scrittrice austriaca prova rispondere moltiplicando le prospettive e in primo luogo ribadendo che, pur esplorando le regioni spirituali dell’anima, la morte resta comunque qualcosa che ha il carattere dell’eternità, eternità che per tutti coloro che morti non sono significa irraggiungibilità. Ecco allora che le prime parole del suo racconto proprio a questa irraggiungibilità (che sarà quella della morte, del sublime assassinio dell’anima quando sopraggiungerà) fanno riferimento: “In un tempo ormai lontano”. Quel tempo, il tempo in cui Fanny Goldmann era viva, era giovane, era bella, era donna, era tutto questo e molto altro ancora, è oggi, mentre lo si rievoca, un tempo morto, un tempo sepolto, un passato cui non si può tornare se non con lo zoppicante, incerto e sterile passo della memoria, che nulla di ciò che è stato ha il potere di cambiare. Una volta prese le mosse da qui, Bachmann passa a descrivere il delitto sublime, un delitto che si consuma passo dopo passo nella forma, consueta, conosciuta – replicata più e più volte in ogni stagione, connaturata a quel che l’uomo è al punto di essere espressione della sua essenza (non l’unica forse, ma di certo una delle più evidenti, quali che siano gli sforzi fatti per celarla) – del raggiro sentimentale finalizzato allo sfruttamento.
L’assassinio sublime è quello che mette in atto, ai danni della bella e fragile Fanny Goldmann (nata Fanny Wischnewski) il giovane Anton Marek, che nel giro di una pagina diverrà Toni, l’indispensabile, amato Toni, il cui interessato corteggiamento l’autrice riassume, con rara potenza ed efficacia espressiva, in un indimenticabile pugno di righe, trattando questa “mossa d’apertura” del delitto perfetto proprio come si guarda all’avvio di una partita di scacchi, che procede e a memoria, quasi meccanicamente, con pezzi che vengono spostati senza neppure guardare, seguendo precise indicazioni stabilite in decenni di studi, congelate nella loro perfezione dalle partite dei maestri: “Quella sera Fanny non tornò a casa sull’automobile di un amico, ma fece la strada a piedi, guidata da Marek in una Vienna che le parve un luogo di sogno, le accadde di riscoprirla, di vederla tutta nuova, non più la sua Vienna logora e devastata, bensì una città dove bisognava fermarsi a ogni angolo per tirare un respiro profondo […]. Al Burgtor lui la abbracciò per la prima volta, e verso le tre del mattino, mentre il cielo si faceva chiaro, Fanny arrivò al suo appartamento con le ginocchia tremanti e la faccia smunta, lo mandò via e disse, certamente non la rivedrò più […]. Era già seduta sul letto quando squillò il telefono, e una voce che ormai conosceva le disse che no, non poteva tornare a casa, era nella cabina telefonica all’angolo, stava guardando su verso la sua finestra, e Fanny disse, lei le mie finestre non sa neanche dove sono, e lui disse che era crudele fargli guardare le finestre sbagliate, e dopo un’ora passata così al telefono, quando aveva la sensazione di essere sul punto di cadere a pezzi, alla fine Fanny si decise a scendere e aprì il portone […]. Poco tempo dopo Fanny era succube di Toni”. E Toni procede con le altre fasi del suo sublime assassinio dell’anima (e di conseguenza del corpo, della carne) di Fanny. Il suo obiettivo è elevarsi socialmente, farsi strada come scrittore, e per raggiungere questi traguardi, i traguardi della sua vita, Fanny gli è necessaria, anche se, a misura che il suo agognato successo si fa sempre più concreto, la necessità si assottiglia, infragilisce, e Fanny diviene superflua, la si può mettere da parte, la si può umiliare, la si può tradire, la si può lasciare. Finalmente la si può lasciare. La si può lasciare dopo aver scritto un libro nel quale la si fa a pezzi. L’esordio letterario fatto di tutto ciò che una donna ha detto all’uomo che amava perché lo amava e per nessun’altra ragione. Il sublime assassinio di un’anima. “In cucina, se ne stava lì in piedi, immobile […]. Poi andò in camera, aveva già rifatto il letto, si gettò sul letto, stese la mano per prendere il libro e si mise a leggere un’altra volta. Sì, lo conosceva là, ma cominciò a leggerlo ancora una volta, in realtà non lo leggeva più, lo rimasticava con gli occhi […]. Lui scriveva, e lei leggeva […]. Il libro parlava di lei, così diceva a se stessa, lui l’aveva conosciuta per due anni e poi non più, e tuttavia il libro parlava di lei […]. Nei primi tempi stentava a credere che Toni avesse scritto il libro [ma] lui l’aveva sbudellata, come un macellaio, di lei aveva fatto salsiccia e arrosto e tutto il resto, lui l’aveva macellata, lei era macellata nelle 386 pagine di un libro”.