Italia

Verso la fine

Recensione di “L’amore molesto” di Elena Ferrante

Elena Ferrante, L’amore molesto, e/o

L’attrazione che muta in repulsione, il desiderio che si fa disgusto, il corpo che sembra perdere ogni bellezza, ogni armonia, ogni incanto, per ridursi ai suoi elementi primi, alla carne grigia e inerte insultata dal tempo, al moltiplicarsi delle sue imperfezioni, a quell’anonimato replicato in milioni di volti, gambe, mani, busti, fianchi cui inutilmente si tenta di fuggire attraverso il seducente miraggio della biancheria intima più costosa e raffinata, o nascondendosi nella rassodante illusorietà di creme per la pelle, o ancora trasformando se stessi in qualcosa d’altro immergendosi nello stregato calderone del belletto, dove senza sosta bollono gli ingredienti di una seduzione nata vecchia: le mille e mille sfumature del rossetto, i colori posticci del fard, le scale di intensità del pallore regalate dalla cipria.Leggi tutto »Verso la fine

Alle cose stesse

In ricordo di Massimo Bordin

Massimo Bordin, Una passione unica, Il Foglio

Si parla sempre di se stessi. Il più delle volte proprio quando si fa ogni sforzo per cercare di evitarlo. Io per esempio qui parlo di me tutte le volte in cui scrivo di un libro, e lo faccio non perché voglia o per chissà quale narcisismo patologico non ancora diagnosticato ma per il semplice fatto che provare a raccontare alcune pagine è dire anche perché mi sono piaciute così tanto e perché vorrei che altri le leggessero.Leggi tutto »Alle cose stesse

Inchiostro rosso sangue

Recensione di “Il maestro della testa sfondata” di Hans Tuzzi

Hans Tuzzi, Il maestro della testa sfondata, Guanda

Tutto comincia poco dopo le cinque di una fredda mattina. Il palcoscenico è l’incolore, depressa periferia milanese. L’architettura nata povera degli edifici popolari, le strade invase dalla fanghiglia, il cemento dell’urbanizzazione stretto d’assedio dal verde selvatico di una campagna che sembra non volerne sapere di farsi città, l’esibita miseria delle roulotte di fortuna di un campo nomadi, strette le une alle altre nella grottesca imitazione di un abbraccio. Comincia tutto qui, agli estremi confini di una Milano che faticosamente cerca di stirare le proprie membra, di ingrandirsi, svilupparsi, crescere.Leggi tutto »Inchiostro rosso sangue

Molto più di un secolo

Recensione di “L’Italia nel Novecento” di Miguel Gotor

Miguel Gotor, L’Italia nel Novecento, Einaudi

Una storia d’Italia. Un quadro politico, economico, sociale e di costume che prende le mosse dagli ultimi anni del XIX secolo – per la precisione dal momento più buio e terribile della guerra d’Abissinia, la battaglia di Adua, che segnò una cocente sconfitta per l’esercito italiano, che fu “non una pugna, ma un macello” – e giunge fino alla rivoluzione tecnologico-digitale nella quale siamo immersi, che ancora una volta, come già tante volte accaduto nel passato di questo Paese, registra vincitori e vinti: i grandi colossi del web da una parte, lo sterminato esercito di “consumatori” della Rete, in grande maggioranza ignari della tragica marginalità del loro ruolo dall’altra.Leggi tutto »Molto più di un secolo

Fu guerra civile

Recensione di “La bella Resistenza” di Biagio Goldstein Bolocan

Biagio Goldstein Bolocan, La bella Resistenza, Feltrinelli

“Nella memoria e nella retorica di chi la Resistenza l’ha combattuta davvero, di chi ha visto cadere i propri compagni di lotta, la guerra del 1943-1945 è stata una guerra di liberazione nazionale contro l’invasore tedesco e il suo complice fascista, traditore della patria; è stata il sacrificio di un intero popolo che lavava l’onta e la vergogna della dittatura, combattendo a fianco degli Alleati la lotta finale contro la barbarie nazifascista.Leggi tutto »Fu guerra civile

“Se avessimo una fantastica…”

Recensione di “Grammatica della fantasia” di Gianni Rodari

Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Einaudi

Scrive Novalis: “Se avessimo anche una fantastica, come una logica, sarebbe scoperta l’arte di inventare”. Prende le mosse da qui, da questa intuizione – splendida perché feconda – la Grammatica della fantasia di Gianni Rodari, un libro unico, che verrebbe voglia di definire magico se solo si riuscisse a credere ai libri magici (ma non è forse leggendo gioielli come questo che può compiersi il miracolo? Non è forse perdendosi nell’arte di inventare storie che si giunge a rendere possibile l’impossibile, a dotarsi di ali e finalmente volare?), un saggio coltissimo e meravigliosamente semplice capace di regalare sorprese a ogni pagina, di stupire, affascinare, coinvolgere, divertire, e quel che più conta insegnare senza mai dare l’impressione di farlo, o per dir con più esattezza senza mai volerlo fare. Perché il fantastico, la fantasia, l’invenzione, la creatività non sono “materie d’esame”, non sono un insieme di regole da mandare a memoria, una lezione da imparare da cima a fondo per far bella figura all’interrogazione e portarsi a casa un buon voto, non sono oggetto di verifica, sono l’esatto opposto di tutto questo, e insieme (se ben comprese, s’intende, ma soprattutto se vissute come meritano, e cioè con la spontaneità, la libertà e la gioia che suscitano e che sempre e ovunque le accompagna) ciò che sta alla base e in qualche modo fonda la scuola così come la conosciamo e ne facciamo esperienza, con tutto il suo corollario di pedantesca istituzionalizzazione e di pratiche che replicano se stesse anno dopo anno, quasi che il tempo non fosse altro che un trascurabile accidente. Ma cosa significa esattamente inventare storie? E perché è così importante? E come può qualcosa che in fondo somiglia a un gioco (e che forse è davvero soltanto un gioco) rivestire così tanta centralità? Ecco la risposta di Rodari, che è anche il passo d’avvio dell’indimenticabile avventura letteraria, culturale e più di tutto umana rappresentata dalla Grammatica della fantasia: “Un sasso gettato in uno stagno suscita onde concentriche che si allungano sulla sua superficie, coinvolgendo nel loro moto, a distanze diverse, con diversi effetti, la ninfea e la canna, la barchetta di carta e il galleggiante del pescatore. Oggetti che se ne stavano ciascuno per conto proprio, nella sua pace o nel suo sonno, sono come richiamati in vita, obbligati a reagire, a entrare in rapporto tra loro. Altri movimenti invisibili si propagano in profondità, in tutte le direzioni, mentre il sasso precipita smuovendo alghe, spaventando pesci, causando sempre nuove agitazioni molecolari […]. Non diversamente una parola, gettata nella mente a caso, produce onde di superficie e di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni, in un movimento che interessa l’esperienza e la memoria, la fantasia e l’inconscio e che è complicato dal fatto che la stessa mente non assiste passiva alla rappresentazione, ma vi interviene continuamente, per accettare e respingere, collegare e censurare, costruire e distruggere”.
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Da un’amica scrittrice

Recensione di “Trenta denari (una storia d’amore)” di Paolo Vitaliano Pizzato

Paolo Vitaliano Pizzato, Trenta denari (una storia d’amore), Prospero Editore

Trenta denari (una storia d’amore) edito da Prospero nel 2019, quarta fatica di Paolo Vitaliano Pizzato dopo Ripaferdine (Giraldi, 2017), inizia con un tenue fascio di luce che forse rappresenta l’offerta di un altrettanto tenue appiglio, dentro la stanza e dentro il protagonista, per la salvezza da un pervasivo sentimento di vergogna. E l’intero romanzo, difatti, si potrebbe intendere come un far luce su tale sentimento, attraverso la penetrazione della propria ombra da parte di Alberto De Monti. Un uomo in conflitto che avverte di essere al tempo stesso artefice e vittima della sua nuova condizione sentimentale, quella di promesso traditore (vissuta però come la vive chi è tormentato al solo pensiero di tradire e che considera a pieno titolo un tradimento il contorno di messaggi di apprezzamento e d’intesa, di brama, di complicità che conduce all’instaurazione di una relazione extraconiugale, prima ancora che eventuali rapporti fisici abbiano luogo). Condizione che da un lato gli provoca ansia e disagio ma dall’altro è ingresso imprevisto per un mondo sconosciuto, eccitante. In fondo non è mai troppo chiaro se il disagio provato dal personaggio principale si nutra più del timore di potersi ingannare (“si chiese se il suo corpo sarebbe stato capace di mentire”) o se invece del senso di colpa.
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Un libro con Giancarlo

Recensione di “Un ragazzo normale” di Lorenzo Marone

Lorenzo Marone, Un ragazzo normale, Feltrinelli

Giancarlo Siani, giornalista pubblicista de ‘ll Mattino’, è stato ammazzato dalla camorra sotto la sua abitazione, nel quartiere residenziale del Vomero, il 23 settembre 1985. Per rendergli giustizia e capire il perché del suo assassinio ci sono voluti dodici anni e tre pentiti. Nel 1997 la Corte d’Assise di Napoli ha condannato all’ergastolo i fratelli Nuvoletta e Luigi Baccante come mandanti dell’omicidio e Ciro Cappucci e Armando Del Core come esecutori materiali. Nel suo articolo apparso sulle colonne de ‘ll Mattino’ il 10 giugno dell’ottantacinque, Giancarlo arrivò a ipotizzare che l’arresto del boss Valentino Gionta fosse stato possibile grazie a una soffiata della famiglia Nuvoletta, alleata dei Corleonesi di Totò Riina che erano interessati a spodestare il boss Gionta per porre fine alla guerra con il clan dei Bardellino. Siani si tirò contro le ire dei fratelli Nuvoletta che, agli occhi degli altri boss partenopei e di Cosa Nostra, passavano come ‘infami’, e ne fu sentenziata, perciò, la morte. L’organizzazione del delitto richiese circa tre mesi, durante i quali furono eseguiti appostamenti e perlustrazioni della zona da parte dei sicari […]. Questi sono i fatti. Il romanzo, però, non è e non vuol essere un resoconto degli ultimi mesi di vita di Giancarlo Siani, né si propone il compito di rivelare verità o aneddoti privati. Non è un libro su Giancarlo insomma, ma un libro con Giancarlo”. Lorenzo Marone, autore del delicato e bellissimo Un ragazzo normale (Feltrinelli), spiega così il suo romanzo, un omaggio timido a un giovane giornalista che aveva scelto di non chiudere gli occhi narrato in toni innocenti, quasi fiabeschi, attraverso la mediazione di un’età unica, quella della preadolescenza. Protagonista del lavoro di Marone, infatti, è il dodicenne Mimì, figlio dei custodi di uno stabile al Vomero, costretto nei due locali della portineria oltre che con mamma e papà, con la sorella Beatrice, di sei anni più grandi, due nonni e un cane. Povero ma tutt’altro che infelice, appassionato di letteratura, scienza, di ogni cosa che abbia a che fare con il sapere e la cultura, attratto dall’eloquenza, dal buon parlare, da un ricco vocabolario da sfoggiare in famiglia e con gli amici, Mimì è una specie di curiosa eccezione nel suo quartiere. Un ragazzo normale, certo, un ragazzo come tanti, ma nello stesso tempo qualcosa di diverso, una persona cui il calcio interessa poco, che comprende a fatica il delirio di gioia che travolge la città (e i suoi cari) all’annuncio dell’acquisto di Maradona, uno dei più grandi campioni di tutti i tempi, da parte del Napoli; un ragazzo il cui migliore amico è il figlio di salumiere ma che ai giochi in strada ama alternare esperimenti (nonché esercitarsi nella trasmissione del pensiero). E infine un ragazzo che si innamora perdutamente di una giovane che a fatica si accorge di lui, una fanciulla bellissima e benestante, quasi inavvicinabile e che pure Mimì in qualche misura, a prezzo di enormi sforzi, riesce a raggiungere. Merito delle parole, delle parole contenute nelle pagine dei libri.
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La lingua del mare

Recensione di “Horcynus Orca” di Stefano D’Arrigo

Stefano DìArrigo, Horcynus Orca, Rizzoli

“A sentire Alberto Savinio, «uno dei probabili etimi di Mare, e proposto come tale da Curtius, è il sanscrito Maru, che significa deserto e propriamente cosa morta, dalla radica Mar, morire». Ebbene, ambientato in un piccolo paese della riva siciliana dello Stretto di Messina, Horcynus Orca è un romanzo di morte e di mare che si chiude sopra il deserto dei valori di un mondo travolto dalla guerra […]. Epica e religione? Epica sì: c’è ogni genere di letteratura in Horcynus Orca (dalla favola alla satira menippea, dal teatro alla narrativa lirica, la comicità e la tragedia, o i linguaggi bassi che ravvivano il sublime della popolare Opera dei Pupi). In quanto alla religione, c’è soprattutto quella laica dell’arte. Oppure quella pagana dei poveri pescatori che chiedono a ogni dio del mare di mandare molti pescispada e di tener lontani i delfini, o fere. Così li chiamano loro, che ci combattono quotidianamente come gli eroi di Ariosto in guerra con gli infedeli […]. L’opera di Stefano D’Arrigo, se per allegoria è il romanzo della fine del mondo, nella realtà racconta la fine del mondo in cui da millenni si sono avvicendati sullo Stretto di Messina i pescatori. Privi di scrittura, con parole povere quanto il loro cibo (il pescespada lo pescano ma non lo mangiano quasi mai, troppo lusso, troppo caro), essi comunicano anche ciò che il dialetto calabro-siculo non sa dire con precisione e che il narratore non può né intende dire naturalisticamente […]. Questo romanzo parla sempre di quanto vedi (il suo realismo, il suo nuovo realismo) e di quanto stravedi (il suo simbolismo, il suo ermetismo, il suo neoespressionismo). O più precisamente, il dato naturale è insieme metaforico: quanto può esserlo un tratto di mare stretto fra due sponde che, riempiendosi di corpi esanimi di marinai morti in guerra, può sembrare un fiume come l’Acheronte […]. Il romanzo di D’Arrigo possiede la solidità di chi racconta fatti veri, il funambolismo linguistico di chi fa acrobazie ignaro di quando e dove toccherà terra, la fantasia di un visionario che allunga le mani su un sogno che crede realtà […]. Romanzo globale, Horcynus Orca contiene ogni modo di narrare e di descrivere, di dialogare e di farsi musica. C’è la figuratività che dà rilievo ai personaggi e c’è il materico nel quale insegui quello di cui ignori il volto e il senso. C’è la comicità nei suoi vari gradi…. E ci si può commuovere più per la morte di due delfini che non per quella degli uomini […]. Ogni giorno ci sarà la fine del mondo e ogni giorno dovremo trovare il linguaggio nuovo in virtù del quale ottenere il rinvio della condanna. Horcynus Orca in affetti ha un linguaggio inaudito. Può anche sembrare talvolta sterile, autoreferenziale, manieristico ma, visto dal mare di D’Arrigo, ora il mondo è diverso. Il Sud? Non solo: questo romanzo dà nuova luce e musica a tutti i punti cardinali”.
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Un procedere per miraggi

Recensione di “Affetti collaterali” di Eleonora Molisani

Eleonora Molisani, Affetti collaterali, Giraldi

Come una messa a fuoco impossibile, come un’incolmabile divaricazione, come la distanza allo stesso tempo illusoria e terribilmente reale che separa lo sguardo dal miraggio che occhi colmi di desiderio e disperazione hanno creato. E ancora come una particolare forma di cecità, un cortocircuito dell’anima e dei sensi che nasconde la realtà, la sua presenza, il suo incessante manifestarsi per sostituirla con un’immaginazione battezzata nel rimpianto, con una fantasia ubriaca di rancore, con silenzi ingombri di tutte le parole che non sono state dette quando era il momento giusto per pronunciarle e che ora si consumano nell’urlo strozzato di rivendicazioni espresse solo in parte, di minacce abortite, di vendette pianificate in ogni dettaglio e poi messe da parte, nell’inconfessata speranza di non doversene servire mai. Così è il labirinto di esistenze perdute che Eleonora Molisani disegna nel suo secondo, intenso romanzo intitolato Affetti collaterali (Giraldi Editore). Se nel suo lavoro d’esordio, la raccolta di racconti Il buco che ho nel cuore ha la tua forma (nel caso vi interessasse la recensione, la trovate qui), la giornalista e scrittrice milanese guardava alle derive, ai naufragi, al deragliare che ognuno di noi, spesso senza accorgersene, sfiora ogni giorno della sua vita, e raccontava con implacabile durezza d’accenti l’umana tragedia dell’assenza di pietà, in questa sua nuova fatica esplora, con una radicalità e un coraggio che suscitano ammirazione e lasciano storditi, l’ombra di infelicità e disordine che uomini e donne portano con sé, quasi fosse il fardello d’Atlante, non tanto per la responsabilità di aver fatto scelte sbagliate, ma per una sorta di essenziale incapacità di comprendere la propria natura e di dare a essa voce e dignità. Leggi tutto »Un procedere per miraggi