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L’istante, raggelato, in cui si vede davvero

Recensione di “Pasto nudo” di William S. Burroughs

recensione William S. Burroughs, Pasto nudo, Adelphi

William S. Burroughs, Pasto nudo, Adelphi

 

L’apocalittica profezia di una rovina che sta compiendosi nel momento stesso in cui la si immagina, il disegno di un eterno presente, allo stesso tempo fantastico e scandalosamente autentico, che ha i contorni d’incubo della più brutale delle dittature (“Ogni cittadino di Annexia doveva presentare domanda formale per ottenere e successivamente portare sempre appresso una cartella piena di documenti.

I cittadini erano passibili di fermo e l’Esaminatore […] dopo aver controllato ciascun documento vi apponeva un timbro. Nel corso dell’ispezione successiva si richiedeva al cittadino di mostrare i timbri debitamente apposti nel corso dell’ispezione precedente. Quando fermava un folto gruppo di persone l’Esaminatore controllava e timbrava soltanto le carte di alcuni. Quindi gli altri erano passibili di arresto perché i loro incartamenti non erano debitamente timbrati […]. I documenti rilasciati in inchiostro non indelebile sbiadivano e si trasformavano in vecchie polizze di pegno […]. A nessuno era permesso chiudere a chiave la porta e la polizia aveva dei passe-partout per ogni stanza della città”), e ancora il delirio, senza meta e senza fine, della tossicodipendenza, il penoso singhiozzare di un pensiero incapace di riconoscere se stesso, il perpetuo ripresentarsi dei medesimi orrori, delle ossessioni, dei desideri, volta a volta travestiti, mascherati dal piacere elettrico della cocaina, dalla morbida carezza della morfina, dall’irresistibile seduzione dell’eroina, dall’orgiastico vagabondare degli allucinogeni, dalle promesse d’abbandono moltiplicate negli specchi deformanti del fumo, delle pastiglie, delle siringhe. Tracce di tutto questo, e di molto altro ancora, solcano, come disperati graffi sul muro di una prigione, il labirinto narrativo di Pasto nudo di William S. Burroughs, opera impossibile da classificare (e per numerosi tratti quasi impossibile da leggere), groviglio inestricabile di esperienze sensoriali, vissuti psicologici e derive carnali, irrefrenabile biografia di un alienato, grottesco “io confesso” di una mente perdutamente innamorata del trauma, del disagio, caotico (ma dettagliatissimo) resoconto di una malattia. 

Forse nessuno come Jack Kerouac, che suggerì all’autore il titolo del suo lavoro, che significa, letteralmente, come scrive lo stesso Burroughs, “l’istante, raggelato, in cui si vede quello che c’è sulla punta della forchetta” (che, se considerato nella sua essenzialità, trasforma il naturale atto di nutrirsi in qualcosa di agghiacciante, in un inimmaginabile atto di perversione), ha compreso Pasto nudo, il senso del suo continuo correre in cerchio tra rovine fisiche e metaforiche, la ragione ultima del richiamo spudorato al legame psicopatologico tra sesso e morte, il cupo, cieco orizzonte della droga che invade ogni pagina come fumo denso e racconta di una necessità che è sì quella di fuggire da una condizione giudicata insopportabile ma ben oltre questa prima, banalissima stratificazione di significato sembra essere il destino ultimo di un’umanità che non ha più nulla di umano (se mai lo ha avuto) e kafkianamente muta in ogni sorta di essere repellente (centopiede, moscibecco – creatura priva di fegato che si nutre esclusivamente di dolci e dal pene eretto secerne “un liquido che dà assuefazione prolunga la vita rallentando il metabolismo” – mangiacarne, rettile). Ma la di là di Kerouac e della sua lucidità, omaggio a un uomo che egli considerò un maestro, Pasto nudo continua a sfuggire, a bisbigliare una lingua universale e incomprensibile, ad attrarre i lettori come un canto di sirena per poi stritolare le menti e i cuori in un’allucinata iperbole di violenza e di abiezione che non conosce limiti né riposo: Burroughs, non so dire quanto consapevolmente, non ha offerto al suo pubblico (ammesso che abbia mai pensato di averne uno, o che lo abbia in qualche misura cercato) alcun strumento per comprendere il suo scritto, solo una bussola per orientarcisi, un principio, una legge, imperscrutabile e misteriosamente esatta come quelle che governano il mondo: “In quindici anni di tossicodipendenza ho potuto constatare con esattezza come opera il virus della droga. Esso forma una piramide, in cui un livello divora quello sottostante […] su su fino in cima, o alle cime, poiché esistono diverse piramidi della droga, tutte ugualmente interessate a sfruttare i popoli della terra e tutte costruite sui principi base del monopolio.

 
1- Non dare mai niente per niente
2- Non dare mai più di quel che si deve (prendere sempre per fame il cliente e farlo aspettare)
3- Riprendersi sempre tutto se possibile.
 
Lo Spacciatore si riprende sempre tutto”. 
 
Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione (edizione Adelphi) è di Franca Cavagnoli. Buona lettura. E tanti auguri di buone feste a tutti.
 
Sento sul collo il fiato caldo della Legge, li sento che fanno le loro mosse, piazzano pupe diaboliche come informatori e canticchiano davanti al cucchiaino e al contagocce che butto via alla fermata di Washington Square, salto su un cancelletto girevole, scendo a precipizio due rampe di scale di ferro, prendo la metropolitana in direzione uptown… Una checca con l’aria da pubblicitario, giovane, carino, capelli a spazzola, targato Ivy League, mi tiene aperta la porta. Evidentemente sono il suo tipo. Sapete, uno di quelli che se la fa con baristi e tassisti, sempre lì a parlare dei ganci giusti e dei Dodger, e che chiama per nome il barman di Nedick’s. Un vero stronzo.

2 commenti su “L’istante, raggelato, in cui si vede davvero”

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