Vai al contenuto
Home » Recensioni » Romanzi » In Germania

In Germania


Recensione di “Simplicius Simplicissimus” di Hans Jakob Christoffel von Grimmelshausen

recensione - Hans Jakob Christoffel von Grimmelshausen, -L'avventuroso Simplicissimus
Hans Jakob Christoffel von Grimmelshausen, L’avventuroso Simplicissimus, Mondadori

“Nel suo racconto Das Treffen in Telgte Günter Grass si accinge a descrivere un

incontro fittizio di scrittori tedeschi del Seicento, nella piccola città nei pressi di Munster, con il proposito di riflettere tramite la sua prosa il ricordo di un incontro, questo sì reale, avvenuto nell’anno ’47 del nostro secolo. ‘Ieri sarà ciò che è stato domani’ […]. Il filo narrativo di Das Treffen in Telgte crea un complesso gioco ironico-allusivo tra i due piani temporali, sì che, se è possibile individuare questo o quell’autore vivente, è altrettanto possibile comprendere in che modo lo scrittore contemporaneo giudichi gli scrittori del passato liberandoli dalla fissità delle loro cornici storiche. Lo sfondo comune risiede nello scenario di distruzione: i campi di sterminio e le città bombardate, nel 1947; il silenzioso scivolare di cadaveri sul fiume Ems, a poca distanza dalle sedi in cui i potenti s’incontrano al tavolo della pace di Westfalia […]. Le due apocalittiche distruzioni della Germania in età moderna rappresentano dunque il fondo comune sul quale s’innalza il racconto. E qui Grass contrae un debito considerevole con la filologia e con la storia letteraria per il fatto che utilizza certi loro risultati per esprimere il comportamento di ogni singola figura […]. Così Paul Gerhardt ci apparirà sempre severo, pio e sospettoso luterano, l’internazionale Harsdörffer, invece, non può vivere senza avere accanto a sé editori; il satirico Johann Michael Moscherosch […] approva entusiasta la scatologia nella letteratura […]; il trasognato giovinetto Johannes Scheffler […] si perde altrettanto bene nella contemplazione dell’immagine della Madonna e nei favori che gli elargiscono le servette della locanda […]. Eppure, nell’altalena delle simpatie e delle antipatie, degli accordi fragili e delle rotture, si possono individuare alcuni punti fermi. Un polo d’attrazione è rappresentato da Andreas Gryphius […], lo scrittore slesiano sa attirare su di sé l’attenzione mentre parla della verità totale, del totale accecamento cui l’uomo è soggetto, della nullità totale del mondo […]. Del tutto opposto alla rotonda figura di Gryphius appare un giovane venticinquenne, alto, magro, col volto pieno di pustole e con una barba fulva […] che dopo aver sistemato l’intera compagnia di poeti nella locanda di Telgte non manca di stuzzicarla e di irritarla con la sua lingua tagliente […]. Se Gryphius nelle sue condanne universali è la figura del consenso, Christoffer Gelnhausen – così si chiama qui il nostro Grimmelshausen – si presenta personaggio rissoso, per niente mansueto, velleitario ma non ancora legittimato in campo poetico […]. Pronto ad andarsene, promette di far ritorno, anch’egli scrittore, ma scrittore di opere ben diverse dai carmi convenzionali che ha sentito in quell’incontro: opere vive, scritte in una lingua viva“. La bellissima introduzione al Simplicius Simplicissimus (o L’avventuroso Simplicissimus) presenta, attraverso il travestimento letterario della figura del suo autore, Hans Jakob Christoffel von Grimmelshausen, nello stesso tempo l’architettura stilistica e il senso del suo lavoro più noto e celebrato, la biografia d’invenzione di un uomo che non solo sopravvive (senza neppure troppo patire) alle devastazioni e agli eccidi della Guerra dei Trent’anni, ma che vive di continuo tra alterne fortune, toccando le più alte vette della buona sorte e i più neri abissi della disgrazia senza tuttavia mai perdere il proprio ottimismo, e sempre fidando in una sorta di miracoloso, trascendente buonumore che egli pare trarre naturalmente dalle cose del mondo, in fondo ordinate con saggezza e bontà da Dio (e non importa quanto gli uomini facciano, con impegno senz’altro degno di miglior causa, per mandare a monte il suo misericordioso disegno).

Il Simplicius Simplicissimus, a partire dalla giocosa allitterazione del titolo, è un affascinante gioco di prestigio; è la verbosità torrenziale dell’imbonitore che grazie al suo lavoro si è fatto finissimo psicologo e alla fine riesce a vendere le proprie cianfrusaglie a chiunque, è la curiosità insaziabile del Grand Siècle, che tutto voleva conoscere perché aveva compreso di poter conoscere ogni cosa e che gli sterminati campi del sapere non attendevano altro che uomini che li arassero e ne cogliessero i frutti, è la libertà sfrenata della fantasia, la fiduciosa apertura verso il meraviglioso, ed è soprattutto l’acrobazia leggera e meravigliosa di una lingua insieme schietta e lirica, cupa e solare, ingenua e filosofica, cui fa da contrappunto l’arguto dire e ribattere dei personaggi, guidati sempre dalla “semplicità” invincibile del protagonista, dal suo ignorare ogni cosa del mondo che altro non è se non un trucco, o se si vuole l’altra faccia di una conoscenza vera, autentica delle cose, quella vissuta e non affidata esclusivamente a un’erudizione sterile, disincarnata, fredda, immobile, sclerotizzata e fine a se stessa.

Grimmelshausen scrive della guerra e nella guerra; la morte, le disgrazie, la miseria sono presenti in ogni sua pagine, pure essa è come se fosse sempre sullo sfondo, percepita come un rumore lontano; è ogni volta il rumoreggiare del cielo che annuncia il temporale, mai l’acquazzone che piomba su città e villaggi, fa esondare i fiumi, distrugge i raccolti e non lascia che rovine dietro di sé; nonostante ciò tutto questo esiste e l’autore non manca di darne conto; egli si muove in un paese in rovina sempre però riuscendo a cavarsela, a trarre il meglio per sé e i compari, diversi di volta in volta perché Simplicius è un uomo libero e la sola fedeltà che sente di dovere è quella verso se stesso e il proprio interesse. Per quanto strano possa sembrare, si ride di gusto seguendo questo eroe che sembra non avere nulla di eroico ma che ha molto, moltissimo di autenticamente umano (e forse non può esserci eroismo maggiore di questo) e con piacere si parteggia per lui, per il suo egoismo a volte eccessivo, per la sua sfacciata buona sorte (che mai lo abbandona, neppure nei più neri frangenti), perché egli riesce a non farci dimenticare né sottovalutare la guerra e i suoi effetti pur togliendoci di dosso il suo insopportabile fardello.

Eccovi l’incipit (la traduzione è di di Ugo Dèttore e Bianca Ugo). Buona lettura.

Ai nostri tempi (che taluni considerano l’ultima era del mondo), domina, tra la gente di bassa estrazione, una mania per cui, quelli che ne sono affetti, quando hanno racimolato e rubacchiato quel tanto che basta a sentirsi risuonar qualche pillaro in saccoccia e a comprarsi un pazzo vestito all’ultima moda con nastri e fronzoli di seta, o son riusciti a mettersi un po’ in vista, grazie a qualche fortunata combinazione, vogliono passar per cavalieri e nobili di antichissimo lignaggio; ma spesso spesso, dopo diligenti ricerche, si trova solo che i loro ascendenti erano spazzacamini, braccianti, carretteri e facchini, i loro cugini mulattieri, giocolieri, ciarlatani e saltimbanchi, i loro fratelli sbirri e carcerieri, le sorelle cucitrici, lavandaie, granataie o addirittura puttane, le madri ruffiane o magari streghe, insomma, tutta la sequela dei loro trentadue antenati era così sporca e maculata quanto può esserlo la corporazione dei frittellai di Praga; , già, questi nuovi nobili, il più delle volte, sono addirittura neri come se fossero cresciuti nella Guinea.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *