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I Figli di Giacobbe


Recensione di “I testamenti” di Margaret Atwood

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Margaret Atwood, I testamenti, Ponte alle Grazie

La distopia è realtà. E lo è esattamente nella misura in cui non ce ne

accorgiamo. La guerra è pace, La verità è menzogna scriveva George Orwell in 1984 (ne trovate la recensione in questo blog nel caso vi interessi), uno dei suoi capolavori più noti; a fine ottobre 2019, all’indomani della decisione dell’ex Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump di ritirare le truppe americane dalla Siria nordorientale, la Turchia guidata dal dittatore Erdogan organizza un’offensiva militare ai danni dell’odiata popolazione curda (in prima linea nella guerra contro lo Stato Islamico). Come sempre accade, questa operazione riceve un nome di battesimo: Sorgente di Pace. La distopia è realtà. Lo sanno bene gli scrittori che ci si sono misurati, i quali non hanno inventato nulla, o quasi; si sono limitati a spingere un po’ più in là un’immaginazione abbondantemente nutrita dai fatti, perché in fondo, a ben guardare, che differenza c’è tra una società che considera ignoranza e impreparazione titoli di merito di cui andare fieri e una realtà nella quale i libri vengono bruciati oppure dove buona parte della popolazione viene costretta all’analfabetismo? Nessuna, viene da rispondere. Nessuna differenza. Semplicemente, quel che viene descritto in un libro è un’anticipazione di ciò che infallibilmente accadrà se non si pone rimedio per tempo. Solo che di tempo a disposizione ne è rimasto pochissimo. E proprio l’analfabetismo, per la precisione quello femminile, è il cuore del romanzo I testamenti della grande scrittrice canadese Margeret Atwood (in Italia pubblicato da Ponte alle Grazie nella traduzione di Guido Calza), attesissimo seguito di uno dei suoi lavori più celebri, Il racconto dell’ancella (anche in questo caso trovate la recensione). Difficile affrontare quest’opera se non si conosce il primo romanzo, anche se la Atwood si sforza di rendere autonomo il suo scritto, soprattutto perché una delle tre voci narranti della vicenda (raccontata in una sorta di presente storico, dove sono la memoria, la cronaca degli avvenimenti, a guidare ogni cosa, proprio come quando, all’apertura di un testamento, le disposizioni scritte tracciano il percorso lungo il quale si possono recuperare le cose accadute, o meglio il modo in cui sono state vissute e giudicate) è tra i personaggi principali del primo romanzo, e qui la chiave di tutto.

In questa nuova storia Margaret Atwood affronta i “meccanismi psicologici della dittatura” analizzandoli secondo le due polarità essenziali che definiscono il confine etico e comportamentale dell’umano: resistenza e adattamento. Attraverso la resistenza ricostruisce genesi e storia della moderna teocrazia che ha inventato, ne mette sul piatto le ragioni, ne squaderna i crimini e infine ne disegna la rovinosa caduta (descritta come inevitabile in ragione di un lieto fine comprensibile anche se letterariamente un po’ debole) come conseguenza di una meditata e sottile vendetta; riflettendo sull’adattamento, invece, l’autrice mostra tanto il devastante effetto di una studiata, implacabile deprivazione (le donne, sottomesse in tutto all’uomo, non hanno il permesso di leggere, vengono educate in un timor di Dio che sconfina nel terrore e sistematicamente imprigionate in un’idea onnipervasiva del peccato che rende quasi impossibile l’atto stesso del pensare, ma a far loro tutto questo, a renderle letteralmente schiave, ad amputarle di loro stesse per renderle docili strumenti al servizio della gloria di una nazione cui non appartengono e che di loro si serve nei modi più abietti, sono altre donne, le Zie, a un tempo custodi della fede e della virtù, guide spirituali e implacabile milizia ideologica dello Stato, non solo perfettamente alfabetizzate ma al corrente, almeno al livello più alto, di tutti i più importanti segreti del regime), quanto i meccanismi più nascosti della manipolazione dei singoli e delle masse, l’arte complessa e terribile dell’inganno. l’interiore scissione di chi si obbliga all’interessato ossequio pubblico di ciò che è falso per poi abbandonarsi a un privato disprezzo o a un patente tradimento degli articoli di fede a più riprese professati. Cosa resta dunque, esauriti resistenza e adattamento? Nulla, sembra rispondere Margaret Atwood, che nelle quasi 500 pagine de I testamenti mette in scena una distruzione annunciata; quella dell’ingannevole regno di Dio in terra, dove a governare è la più assoluta corruzione di corpi e menti, ma anche quella delle persone, delle vittime, di chi non ha conosciuto altro che mortificazione e il cui estremo sacrificio non può essere in nulla diverso dall’umiliante silenzio che ha segnato, giorno dopo giorno, un’intera vita. Anche se si tratta del più luminoso tra gli atti di eroismo

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura. 

Solo chi è morto ha diritto a una statua; a me, invece, ne è stata dedicata una in vita. Sono già di pietra.

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