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La (ri)scoperta dell’America

William Least Heat-Moon, Strade blu., Einaudi

William Least Heat-Moon, Strade blu., Einaudi

Bisogna stare attenti ai pensieri che vengono di notte; non hanno la giusta direzione, arrivano a tradimento da luoghi remoti e son privi di senso e di limiti. Prendiamo ad esempio l’idea che mi è venuta il 17 febbraio, un giorno di speranze distrutte, il giorno in cui ho saputo di aver perso il posto di insegnante d’inglese per il calo degli iscritti al college e in cui mia moglie, dalla quale ero separato da nove mesi, nel corso della telefonata in cui le davo la triste notizia si è lasciata sfuggire che aveva un «amico», Rick, o Dick o Chick, qualcosa del genere.


Nasce così, in uno dei giorni peggiori della sua vita, Strade blu, splendida avventura letteraria on the road del professor William Trogdon, sangue indiano nelle vene (il suo nome da pellerossa, Least Heat-Moon, è quello che decide di adottare per firmare il romanzo), allievo di John G. Neihardt, l’autore di Alce Nero parla. È il resoconto di un viaggio di tre mesi a bordo di un furgone scalcinato ma affidabile – ribattezzato non senza ironia Ghost Dancing – lungo le “strade blu” d’America, quelle che sulle vecchie mappe indicavano i percorsi secondari (niente highways, dunque, e meno che mai grandi città). Ed è una sorprendente riscoperta dell’America, vista anche attraverso le storie personali (a partire da quella dell’autore) di chi la vive e la abita.

È un nuovo modo di raccontare, un canto di sirena per tutti coloro che amano la letteratura di viaggio.

Strade blu (pubblicato in Italia da Einaudi nel 1988 ma per nulla datato) è il primo capitolo di una trilogia. Degli altri libri che la compongono, a partire dall’originalissimo Prateria, parlerò in un prossimo futuro.

E ora l’itinerario. Mettetevi comodi. Buon viaggio.

La mia rotta prevedeva di toccare quei piccoli centri che, quando va bene, sono segnati sulle carte stradali solo perché al cartografo è rimasto uno spazio vuoto da riempire: Remote, Oregon; Simplicity, Virginia; New Freedom, Pennsylvania; New Hope, Tennessee; Why, Arizona; Whynot, Mississippi; Igo, California (proprio sulla strada per Ono). A tutti i paesini: eccomi, sto arrivando.

4 commenti su “La (ri)scoperta dell’America”

  1. Scusa ma noto che forse c'è stata una cattiva traduzione del romanzo che citi. Qui negli US nessuno si riferisce ad un “native American” come “sangue indiano” o “indiano.” Insomma non è proprio politically correct, e sopratutto non preciso, perché oggi ci sono comunità di indiani (ovviamente dell'India) in tutti gli stati. Forse andava bene ai tempi del far west, ma non ne sono sicuro, perché il governo federale è abbastanza preciso nei documenti dell'epoca. C'è poi il fatto che quando facevo antropologia i “native americans” si facevano chiamare con il nome della tribù (altro termine scorretto, perché loro usano: nazione/nation), non gli andava neanche il nome “pellerossa” che non significava niente in effetti.
    Ho dato un'occhiata al tizio di cui parli, ed i suoi antenati sono dell'Osage Nation, ma come sempre qui la cosa diventa ridicola, perché dalla foto mi sembra un WASP, infatti le sue origini sono inglesi ed irlandesi, oltre che alla Osages Nation appena citata. Credo che sarebbe interessante leggere tale romanzo in inglese, per vedere se lo scrittore ha infranto uno dei tabù della società americana che è “dire o scrivere” come hai appena fatto (in pratica sarebbe accusato di razzismo, o come minimo di mancanza di sensibilità nei confronti di una minoranza che ha sofferto).

  2. Non posso dire di conoscere le implicazioni lingustico-razziali di termini come “nativo americano” o “pellerossa”. Molto banalmente, li uso come li userebbe qualsiasi altra persona, per indicare gli indiani (d'America, ovviamente). Hai ragione quando parli di nazione, e infatti Least-Heat Moon, nelle primissime pagine del libro, quando parla di sé, cita proprio la nazione. Io il libro l'ho letto tradotto, se volessi leggerlo in inglese potresti toglierti ogni perplessità (e toglierla a me), anche se dubito che l'autore possa essersi lasciato sfuggire espressioni irriguardose, o peggio offensive, verso chiunque. È colto, sensibile, preparato, e nel libro ha anche un lungo colloquio con un giovane indiano (anche in questo caso d'America).

  3. Ho controllato sul sito che vende libri, la grande A, e che permette di vedere le prime pagine. Lo scrittore usa il termine “Siouan People,” ma sicuramente in tutto il libro userà i termini corretti, visto che insegnava inglese. Credo tuttavia che ci sia un ulteriore riflessione da fare.
    Io assumevo che la “letteratura” potesse migliorare il lettore, renderlo diverso da quello che era prima della lettura di quel libro, insomma fargli cambiare la visione del mondo basata su modelli assorbiti quando era giovane, a volte modelli errati. Dalla tua risposta sembra che ciò non sia successo, perché parli di uso “banale” come li userebbe qualsiasi persona, che non ha letto tale libro, o che non è mai entrata in contatto con la cultura di queste nazioni.
    La formazione della mente si basa sulla lingua (di conseguenza le credenze e le banalità si basano sul periodo storico in cui quella lingua si è imparata), e credo che più che leggere libri, imparare lingue diverse cambi la nostra “persona” perché ci fa confrontare il modello di base che eravamo (con le credenze che la lingua ha installato nella nostra mente: “indiano” è un esempio), con la trasformazione tale modello di base/persona subisce entrando in un nuovo mondo grazie alla nuova lingua imparata, sia esso l’inglese, il cinese, l’arabo, o il bulgaro, per citarne alcune che hanno avuto influenza sulla mia vita.
    La seguente domanda è retorica, ossia se consigliando di leggere “The color purple” useresti il termine “negra” per l’autrice Alice Walker. Se la risposta è no, c’è da chiedersi perché, visto che di sicuro non è il romanzo “The color purple” che ha cambiato la tua visione del mondo, e dei termini usati per descrivere certe persone.
    Vorrei concludere che se un giorno andrai all’estero, ti renderai conto che invece di usare il termine italiano, per descrivere qualcuno nato in Italia, di solito viene usato il termine “mafioso” ovviamente in maniera “banale” o colloquiale, magari non lo useranno di fronte a te, aspetteranno che andrai in bagno, e forse la cosa ti ferirà, come magari potrebbe ferire chiamare qualcuno “pellerossa,” “indiano,” ecc.
    Sappiamo bene che gli italiani non sono mafiosi, suonatori di mandolino, od altre banalità, eppure nel resto del mondo, sia che vai in Germania, che negli US, il termine usato per descriverli è mafiosi, stalloni, ed altre assurdità secondo me abbastanza offensive.
    Nota anche come sia strano che il cristianesimo, la cui lezione principale è trattare gli altri come vorremmo essere trattati, non sia riuscito a cambiare tale mentalità, poiché è facile discriminare gli altri in maniere a cui noi non piacerebbe venire discriminati. Un esempio è la persecuzione cristiana nei confronti dei giudei. Chissà se riusciremo mai a creare un mondo dove ci sia più compassione, e rispetto, ovviamente ne dubito, ma continuo a sperare.

  4. Come sempre, nelle tue riflessioni ci sono un sacco di cose, messe insieme un po' confusamente, e non è facile starti dietro. Allora, con ordine. La discussione sulla letteratura, sulla sua importanza, sul suo ruolo “educativo” (inteso nel senso più largo del termine) l'abbiamo già fatta privatamente. Qui mi limito a riassumerla; io credo che i libri promuovano gli esseri umani, tu no. Opinioni differenti, tutto qui. Personalmente ritengo di aver imparato qualcosa leggendo; ho imparato a guardare il mondo, mi sono formato una scala di valori, ho imparato a riflettere, a prendere delle posizioni, a mettere in discussione quel che mi è stato insegnato. Per come la vedo io, non è poco. Nello specifico di Strade blu, tutto quel che posso dirti è che è un libro di viaggio non un testo che si propone di insegnare ai lettori chi siano gli indiani d'America e come vadano chiamati senza recar loro offesa. Non ho letto praticamente nulla che riguardasse gli indiani d'America, a parte Alce Nero parla; ho a casa una biografia di Cavallo Pazzo che non ho ancora approcciato ma ancora una volta non è questo il punto. Il punto è che i libri non insegnano tutto; semplicemente, possono insegnare qualcosa se chi li legge è disposto a imparare, ha almeno un po' di apertura mentale ed è pronto ad ascoltare. Altrimenti sono lettera morta. E soprattutto, i libri sono libri, un indispensabile strumento di crescita personale a mio avviso, ma non di certo una soluzione sufficiente a sradicare una volta per sempre i mali del mondo. Se così fosse, infatti, in America non dovrebbero più esserci problemi razziali, visto che uno dei libri più belli e intensi sull'argomento, Il buio oltre la siepe (da cui è stato tratto anche un celebre film), è di una scrittrice americana, Harper Lee.
    Tu hai perfettamente ragione quando dici che i viaggi, la conoscenza diretta delle lingue e delle culture diverse da quella cui apparteniamo spalanchi i nostri orizzonti più di qualsiasi altra esperienza, sono d'accordo con te al 100%, e invidio (o meglio, ammiro) molte delle cose che hai fatto (e che a me mancano); tuttavia sbagli quando contrapponi la lettura a tutto questo, come se fossero due cose tra loro irriducibili. Non lo sono, anzi.
    Quanto all'ignoranza del mondo; beh, quella non credo si riuscirà mai a sconfiggere. Tutti noi tendiamo a ragionare per stereotipi, è semplice, immediato e ci offre l'illusione di comprendere qualcosa della realtà che ci circonda. In una parola, è rassicurante. Siamo messi male lo so, pensa come saremmo se non ci fossero i libri!

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