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La sincerità (per nulla banale) del male

Recensione di “Le memorie di Barry Lyndon” di William Makepeace Thackeray

William M. Thackeray, Le memorie di Barry Lyndon, Fazi

William M. Thackeray, Le memorie di Barry Lyndon, Fazi

Tra le canaglie letterarie, il giovane e spregiudicato protagonista de Le memorie di Barry Lyndon, capolavoro di William Makepeace Thackeray, merita senza dubbio un posto d’onore. Non tanto per la perfidia, la sfrenata ambizione, l’inclinazione verso qualsiasi tipo di piacere dei sensi (donne, gozzoviglie, gioco d’azzardo), quanto per l’esibita – e a più riprese rivendicata – integrità delle sue azioni, o meglio, degli scopi che le alimentano.


In un Settecento ingioellato e sfarzoso al pari delle dimore dei nobili, cinte da splendidi giardini e circondate da vastissimi possedimenti di caccia, cui fanno da contraltare le miserabili condizioni di vita del popolo e la dura esistenza dei soldati, sbandati senza altri mezzi di sussistenza che in cambio di vitto, alloggio e di una paga poco più che simbolica marciano disciplinati verso il massacro nei teatri di guerra di mezza Europa; in questo secolo illuminato e fragile, geniale e feroce, raffinato e ferino, Barry Lyndon insegue con tutte le sue forze il successo mondano, una posizione di privilegio e il riconoscimento dei lord (il diritto a vivere come loro e assieme a loro) senza tuttavia mai smettere di spregiare le affettate e ipocrite regole della buona società.

Barry, irlandese di umili origini che con ridicola pompa dichiara per sé e per la propria famiglia discendenze addirittura regali, non si fa certo scrupolo di mentire, né di ingannare o di raggirare, ma lo fa senza mai rinnegare se stesso, senza mai mostrare altro volto che il proprio. Le sue azioni non hanno nulla a che vedere con il mellifluo doppiogiochismo dell’uomo di corte, con il belletto squisitamente formale delle buone maniere, con il miserevole espediente della lealtà tradita nell’attimo stesso in cui la si manifesta; è un uomo che non manca di coraggio, e che tiene in gran conto l’onore, seppur considerato secondo una propria, personalissima prospettiva.

Barry Lyndon ama e odia con lo stesso infantile impeto che nutre la sua brama di ricchezza e prestigio; senza calcoli, senza mediazioni. Quel che conta è che il suo appetito venga soddisfatto. E così Barry, pur con tutto il suo carico di spregevoli atti, si salva dall’unanime condanna del mondo e veste (con l’affascinante noncuranza propria solo degli imbroglioni impenitenti) i panni dell’eroe di un rocambolesco romanzo d’avventura, nel quale i toni leggeri della commedia – e perché no, della farsa – resistono ai peggiori rovesci della sorte e al verificarsi dei più tragici accadimenti.

E ai drammi di questo spavaldo guascone – così come ai suoi successi – il lettore partecipa con una sorta di istintiva simpatia: responsabile della sua ascesa tanto quanto della sua caduta, Barry affronta ogni svolta della propria vita con la medesima fermezza dimostrata in battaglia; guardandola negli occhi, da uomo. A conti fatti, la sua sincera cattiveria è di gran lunga preferibile alla tela di ragno della menzogna lungo i cui fili corre la quasi totalità dei rapporti umani.

Ora l’incipit del romanzo, di travolgente bellezza fin dalle prime righe. Buona lettura.

Dai tempi di Adamo in poi, non s’è mai fatto danno a questo mondo senza che ci fosse di mezzo una donna. E da quando ha avuto origine la nostra famiglia (dev’essere stato molto vicino ai tempi di Adamo – tanto antica, nobile e illustre è la stirpe dei Barry, come tutti sanno), le donne hanno svolto un ruolo cruciale nei destini della nostra stirpe.

Immagino che non ci sia gentiluomo in Europa che non abbia sentito parlare della casata dei Barry di Barryogue, del regno d’Irlanda: in tutto Gwillim o D’Hozier non si trova nome più famoso del nostro. Benché io, da uomo di mondo, abbia imparato a disprezzare di cuore le pretese di nobiltà di certi impostori che non hanno più sangue blu del lacchè che mi lucida gli stivali; e per quanto io disdegni e derida le vanterie di tanti miei compatrioti, che son tutti rampolli dei Re d’Irlanda, e se possiedono un fondo da farci appena pascolare un porco, ne parlano come di un principato; tuttavia devo affermare (per amor del vero) che la mia famiglia fu la più nobile dell’isola, e forse dell’universo mondo […]. Metterei senz’altro la corona irlandese in cima al mio stemma, se non ci fossero tanti sciocchi che arrogandosi quest’onore ne fanno una cosa volgare.

P.S. Dal meraviglioso romanzo di Thackeray, Stanley Kubrick ha tratto un film altrettanto bello. Non del tutto fedele al libro (specie per  quel che riguarda il finale), la trasposizione del grande regista americano merita comunque di essere vista e rivista. Vi invito, però, a conoscere prima il Barry Lyndon letterario; vi aiuterà ad apprezzare meglio le sue gesta cinematografiche.

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