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Al crocevia di un’epoca

Recensione di “Quello era l’anno” di Dennis Lehane

Dennis Lehane, Quello era l'anno, Piemme

Dennis Lehane, Quello era l’anno, Piemme

Boston, 1918. È qui che Dennis Lehane ambienta Quello era l’anno, con ogni probabilità il suo lavoro più ambizioso. Un affresco corale di notevolissimo spessore, che unisce – nell’ampio respiro del romanzo storico, cadenzato da un magistrale ritmo narrativo – un tumultuoso concatenarsi di eventi alla profondità e all’incisività del dramma (sociale e individuale). 


Alle prese con una grandiosa costruzione letteraria, Lehane – che si è meritatamente conquistato gli elogi di pubblico e critica grazie a veri e propri gioielli come La morte non dimentica, Gone Baby Gone e L’isola della paura, tutti tradotti con successo al cinema – si conferma scrittore maturo e di enorme talento; la sua prosa fluida e ricchissima spazia in continuazione dal particolare all’universale, dall’invenzione personale alla documentata ricostruzione d’ambiente, e in ogni pagina regala emozioni intensissime al lettore, conquistandone in un colpo solo cuore e mente.

Storia d’amore e d’amicizia, di lealtà e di vendetta, di giustizia e di morte, Quello era l’anno racconta le esistenze parallele di Luther Lawrence, giovane di colore costretto a fuggire da casa e ad abbandonare la moglie incinta dopo aver ucciso un uomo (per legittima difesa, ma quanto conta la legittima difesa nella cieca ferocia razzista dell’America di inizio Novecento?), e di Danny Coughlin, poliziotto bianco di origini irlandesi in servizio a Boston, figlio di un ufficiale rispettato (e soprattutto temuto).

Insieme a loro, destinati a incontrarsi, conoscersi, comprendersi e dividere un drammatico tratto di strada cercando l’un l’altro di salvarsi, Dennis Lehane dà vita a una galleria di ritratti indimenticabili (su tutti, la fiera Nora O’Shea, amata da Danny, il gangster Diacono Broscius, il subdolo e malvagio tenente Eddie McKenna, il capo del dipartimento di polizia di Boston Stephen O’Meara) e voce a un intero mondo, a una realtà colta nell’attimo cruciale del cambiamento, nella quale i sogni di riscatto delle masse dei poveri si fermano ai bordi dei campi da baseball – teatro delle leggendarie imprese di Babe Ruth, stella dei Red Sox – per riprendere vigore nei vibranti discorsi degli anarchici italiani emigrati, nelle riunioni clandestine dei comunisti russi, nei primi, imbarazzati passi mossi dal sindacato di polizia cittadino, impegnato a chiedere alle istituzioni rispetto, considerazione, e degne condizioni di vita per gli uomini in divisa.

A segnare indelebilmente le vite di tutti, il tragico esplodere dell’epidemia di influenza spagnola con il suo impressionante carico di vittime, l’affarismo spietato delle organizzazioni mafiose, la follia degli attentati dinamitardi organizzati dalle frange rivoluzionarie più estremiste, l’affacciarsi della legge sul proibizionismo e il primo, storico sciopero delle forze di polizia.

Quello era l’anno è un’opera splendida, un romanzo avvincente, trascinante, che vorreste non finisse mai.

Eccovi l’incipit (che presenta Babe Ruth e Luther, con Babe che vede Luther giocare e ne rimane impressionato), buona lettura.

Per via delle restrizioni imposte dal Dipartimento della Guerra, le World Series del 1918 furono disputate in settembre e suddivise in due turni. Le prime tre partite vennero ospitate dai Chicago Cubs, mentre le quattro successive vennero giocate a Boston. Il 7 settembre, dopo la terza partita, persa dai Chicago Cubs, le due squadre salirono su un treno della linea Michigan Central, imbarcandosi in un viaggio di ventisette ore, durante il quale Babe Ruth si ubriacò e si dedicò al furto dei cappelli.

Avevano dovuto caricarlo a forza sul treno. Dopo la partita se l’era filata in un locale a qualche isolato da Wabash, dove era sempre possibile trovare un’ottima riserva di liquori, un tavolo dove giocare a carte e una donna o due, e se Stuffy McInnis non avesse saputo dove trovarlo, Babe sarebbe rimasto lì […].

Il lanciatore non perse tempo. Aveva le braccia maledettamente lunghe e, senza neanche caricare il tiro, allungò la destra come se la palla dovesse attraversare l’oceano; persino dal punto in cui si trovava, Babe fu stupito dalla velocità con cui si dirigeva verso il piatto. Il battitore rispose con prontezza, ma mancò la palla di qualche centimetro.

Colpì la successiva, la colpì forte, con uno schiocco così sonoro da dare l’impressione che la mazza si fosse spezzata, e la palla si alzò decisa per poi impigrirsi nel cielo azzurro, come un’anatra che si fosse messa a nuotare sul dorso, poi l’esterno centro mise i piedi in posizione e aprì il guantone, dove la palla andò a depositarsi, quasi con un senso di sollievo. 

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