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L’uomo comune di Menandro: l’antieroe senza eroi

Recensione di “Il misantropo” di Menandro

Menandro, Il misantropo, BUR
Menandro, Il misantropo, BUR

Intatta quanto a forza comica e vivacità espressiva rispetto alla commedia antica aristofanesca, la commedia nuova di Menandro se ne differenzia in un punto fondamentale; mentre nelle opere di Aristofane è centrale la difesa della polis, della superiorità etica e politica di Atene (ai suoi tempi minacciata e già in piena decadenza, ma sostanzialmente ancora viva), in quelle di Menandro il destino della Grecia, ormai segnato, perde del tutto d’importanza.


Non contano più strategie, decisioni, risoluzioni favorevoli o sfavorevoli alla collettività, percepiti alla stregua di eventi superumani, che accadono, si scatenano come le tempeste e proprio come le tempeste vanno sopportati; tutto quel che ha importanza comincia e finisce con la vita quotidiana degli uomini, con il loro lavoro, la loro vita di relazione, la loro scala di valori morali. Privato di un contesto che ne trascende l’individualità, non più considerato un simbolo né in qualche modo chiamato a interpretare un ruolo che solo parzialmente ha a che fare con le vicende della sua vita (e le cui implicazioni, in realtà, sono di carattere generale), o peggio a compiere imprese eroiche – per quanto ridicolizzato, un eroe non cessa di essere quel che è – l’uomo di Menandro è il singolo, quel che la modernità apostrofa come “uomo comune”, o “uomo qualunque”; in una parola, l’esatta “proiezione” (altro termine moderno) del pubblico cui le sue commedie sono destinate. L’uomo “misura di tutte le cose” del sofista Protagora è dunque anche l’uomo di Menandro, la misura della sua arte.

Psicologo raffinato e profondo, il commediografo greco gioca con sapienza sulle sfumature che delineano fin nei dettagli il mondo interiore dei suoi personaggi, approcciando i caratteri cui dà vita con la talentuosa leggerezza dell’artista e nello stesso tempo con l’attenzione severa dello studioso. Lo fa in modo magistrale ne Il misantropo, l’unico dei suoi lavori giunto praticamente integro fino a noi, messo in scena per la prima volta nel 316 avanti Cristo.

L’antieroe della storia (uno dei più affascinanti e riusciti paradossi della commedia di Menandro è la presenza, voluta, di autentici antieroi, il solo tipo d’uomo possibile in un mondo in massima parte ridotto alle meschinità del microcosmo domestico, in stridente contrasto con la mancanza, altrettanto voluta, di eroi, ricordo di una stagione finita per sempre) è Cnemone, un vecchio incapace di provar altro che fastidio e irritazione verso il prossimo. La sua radicale sfiducia negli uomini, che spesso sfocia in aperta avversione, è frutto d’esperienza – o se si vuole di una cattiva lettura delle esperienze fatte – ma quel che conta davvero è che la sua disposizione, paragonabile a una malattia, non si può cambiare. Cnemone odia, e non sa fare altro. A far le spese della sua terribile misantropia è soprattutto la figlia (significativamente priva di un nome proprio, a dimostrazione che anche i legami di famiglia per Cnemone non contano nulla), la cui triste condizione di solitudine muove a compassione perfino un dio, Pan, che mette sulla sua strada il giovane Sostrato, cittadino di classe nobile. Costui si innamora immediatamente della ragazza e manda un messaggero da Cnemone affinché chiarisca le sue intenzioni. La reazione del vecchio, naturalmente, è rabbiosa, ma, a dispetto delle sue intenzioni, un effetto positivo comunque la sua scenata lo ottiene; desta l’attenzione di Gorgia, il figliastro di Cnemone, che prima sospetta di Sostrato pensando che le sue intenzioni non siano oneste, ma poi, in seguito a un chiarimento con lui, si convince della sua serietà e gli promette aiuto. Anche insieme, però, i due potrebbero fare ben poco per persuadere Cnemone a dare in sposa la figlia, ed è a questo punto che interviene il caso a risolvere tutti i problemi (anche qui, colpisce l’originalità di Menandro: Pan, la divinità che dà inizio alla vicenda, àncora la commedia a uno degli stilemi del teatro greco classico, soprattutto quello tragico, anche se lì presenza e azione degli dei avevano una funzione ben precisa, diversa e soprattutto più importante di quella concessa da Menandro, ma il procedere dell’azione si deve soltanto al caso, e non potrebbe essere altrimenti in questa realtà che conosce soltanto la dimensione del quotidiano, dell’ordinario, della “routine” per dirla con un linguaggio più vicino ai nostri tempi). Simiche, serva di Cnemone e nutrice della figlia, perde in un pozzo un’anfora e una zappa, il vecchio si cala per recuperarle ma rischia di morire affogato. Salvato da Gorgia e Sostrato, e grato suo malgrado per questo, concede che la tutela della figlia vada al fratellastro, il quale, finalmente, può darla in moglie all’amico.

Piacevole, divertente, narrata con impeccabile eleganza, Il misantropo non è una semplice commedia. È un compiuto ritratto psicologico e insieme un ardito tentativo di sistematizzazione di un modo diverso fare teatro in Grecia. È un modo nuovo di parlare, necessario per raccontare tempi nuovi, tempi che con il passato, al di là del ricordo, non hanno, né possono avere, altri legami.

Eccovi l’inizio. Buona lettura.

Pan: Dovete figurarvi che questo luogo sia File nell’Attica; il ninfeo da dove sono uscito è l’illustre santuario dei Filasii, contadini capaci di coltivare anche le pietre. Il podere alla destra è di Cnemone, un misantropo, collerico con tutti, che non ama la gente. Ma che dico «la gente»? Da quando è nato non ha mai scambiato volentieri una parola con nessuno, non ha mai rivolto per primo la parola a nessuno, tranne a me quando mi passava davanti, costretto dalla vicinanza. E subito dopo se ne pentiva, lo so benissimo. Con questo carattere, ha sposato una vedova, con un figlio ancora piccolo dal primo marito, e con lei litigava non solo tutto il giorno, ma la maggior parte della notte. Una vita da cani. Gli nasce una bambina: peggio ancora. Resasi conto che quella vita era più che mai dolore, amarezze, dispiaceri, la donna se n’è andata dal figlio di primo letto. Questi possiede un piccolo podere nelle vicinanze, grazie al quale mantiene a stento sé, la madre e un unico servo, ereditato dal padre, fedelissimo. È un ragazzo che ha più cervello della sua età; perché l’esperienza delle difficoltà fa crescere. Il vecchio vive invece con la figlia e una vecchia serva, zappando, raccogliendo legname, faticando sempre e detestando tutti quanti, a cominciare da sua moglie e dai vicini, per finire fino ai Colargesi. La ragazza, grazie all’educazione ricevuta, ignora totalmente il male.

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