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Il tragicomico autunno della modernità

Recensione di “Prove per un incendio” di Shalom Auslander

 

recensione - Shalom Auslander, Prove per un incendio

Shalom Auslander, Prove per un incendio

Stockton, sperduto borgo d’America. Un villaggio rurale di poco più di duemila anime del tutto privo di storia, dove sui paraurti delle auto fanno bella mostra di sé adesivi che vantano l’anonimato del luogo – “Qui non ha dormito nessuno”, “Luogo di nascita di nessuno” – e che un artista ha “impreziosito” di lapidi a memoria di eventi mai accaduti (“In questo punto i Padri della Costituzione degli Stati Uniti d’America non si sono mai incontrati”, “Questo non è il luogo in cui George Washington combatté contro gli inglesi. Quel luogo è da un’altra parte”).


Stockton, rifugio ideale, non fosse per i roghi alle fattorie appiccati da un misterioso piromane, per lo stressato, complessato e disadattato Solomon Kugel – a tal punto impaurito dalla vita da aver adottato, come scaramantica strategia di difesa, un singolare hobby: segnare su un taccuino le sue possibili “ultime parole” così da poter scegliere, quando giungerà il momento di farlo, qualcosa di significativo, di forte, che almeno i suoi familiari ricorderanno, e magari, perché no, potrebbe perfino essergli utile – e la sua famiglia: la moglie Bree, aspirante scrittrice, il figlio Jonah, di soli tre anni, dolcissimo ma cagionevole di salute, e la madre di lui, anziana, malata e soprattutto ostinatamente convinta (lei, nata in America dopo la Seconda Guerra Mondiale, alle spalle una vita serena e priva di traumi se si esclude l’abbandono del marito) di essere una superstite dell’Olocausto.

Eroe (suo malgrado) del romanzo di Shalom Auslander Prove per un incendio, Solomon Kugel è una maschera tragicomica, un vinto che porta su di sé – senza altra colpa se non quella di un’eccessiva passività, di una scoraggiante arrendevolezza – il peso di un passato che non gli appartiene (lo sterminio nazista) e la responsabilità morale di un’esistenza nei confronti della quale, al di là dell’affetto e del rispetto, non ha doveri.

Ironico, sarcastico, dissacrante, surreale, l’autore, attraverso la figura di Kugel e nel racconto delle sue disavventure disegna, cadenzandolo come un dramma familiare, il ritratto di una generazione orfana (di esperienza, dolore, ideali, illusioni, sconfitte, vittorie; in una parola, di vita), invisibile, priva di una propria identità, di una riconoscibilità, costretta ad adottare la memoria di altri per poterne esibire una propria.

Kugel, costantemente preda di una paura così onnipresente da poter essere qualsiasi cosa (e che dunque non è nessuna cosa specifica), porta la propria famiglia a Stockton per ricominciare, per lasciarsi alle spalle il passato; ma nel suo passato, proprio come in quello dei suoi cari, non c’è nulla che meriti di essere dimenticato, solo una malattia del loro figlio (e quale famiglia non l’ha affrontata?), grave, certo, ma superata. E allora ecco che a colmare il vuoto di sofferenza e terrore che solo può giustificare le ansie di Kugel intervengono i falsi ricordi della madre, le sue grottesche rievocazioni degli orrori (mai) patiti nei campi di sterminio (che lei, insieme al figlio piccolo, ha visitato in un’unica occasione, da turista); Kugel sa che la madre mente, sa che quel che dovrebbe fare è dirglielo a chiare lettere, affrontare a muso duro la sua reazione e infine costringerla ad andarsene, a lasciarlo finalmente in pace, libero di vivere con la sua famiglia, con la moglie e il figlio, ma sa anche che non può prendere questa decisione, perché farlo significherebbe distruggere dalle fondamenta il castello di menzogne su cui è stata edificata tutta la sua esistenza (prima da sua madre, e poi da lui stesso).

Ma la storia, per fortuna o sfortuna di Kugel, non abita solo nelle patetiche assurdità di sua madre; ha infatti trovato rifugio nella soffitta di casa sua, dove Anne Frank, l’autrice del celebre Diario che tutti credono morta, si è nascosta per finire il suo secondo libro, un romanzo, un’opera che deve essere perfetta e rivelare a tutti la vittima-simbolo della barbarie hitleriana (le cui memorie hanno venduto ben trentadue milioni di copie, nessuna delle quali letta da Kugel) per quello che realmente è: una scrittrice. Una grande, grandissima scrittrice.

Shalom Auslander narra con stile asciutto, divertito, piacevolissimo, ma non si limita alla canzonatura (peraltro quasi sempre felice), né alla sterile provocazione; grazie all’esplosività del linguaggio comico – che l’autore forza, catapultandolo fin nella dimensione dell’assurdo – infatti, a emergere non è soltanto il desolante affresco di un autunno della modernità, ma la tragedia di un mondo, di una società naufragata, dispersa, incapace di affrontare la vita in tutta la sua complessità, accettare l’inevitabilità della morte, la sofferenza, la gioia, la responsabilità dell’esistere.

L’ingannevole semplicità di Prove per un incendio è con ogni probabilità la caratteristica migliore del romanzo: invita alla lettura, permette al pubblico di goderne fino in fondo, e intanto fa sì che le sue riflessioni e i suoi interrogativi, anche i più scomodi, germoglino. Il confronto con Shalom Auslander, un confronto impegnativo, comincia subito dopo aver concluso il suo libro.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

 
Buffo: non è il fuoco a ucciderti, è il fumo.
Tu sei lì che batti contro le finestre, arrampicandoti sempre più in alto mentre la tua casa brucia, cercando di fuggire, di uscire, sperando che forse, se riesci a evitare le fiamme, sopravviverai all’incendio, ma intanto soffochi lentamente, i polmoni ti si riempiono di fumo. Sei lì e ti aspetti che l’orrore arrivi da qualcun altro, dal di fuori, e nel frattempo stai morendo – senz’aria, a poco a poco – dal di dentro.
Compri una pistola – per difesa personale, dici – e quella notte resti secco per un attacco di cuore.
Fai mettere il chiavistello alla porta. Sbarre alle finestre. Inferriate intorno a casa. Telefona il dottore: «È cancro» dice.
Nuotando, sali in superficie per sfuggire a uno squalo minaccioso, ti viene la malattia dei palombari e anneghi.
Decidi, in un capodanno pieno di sole, di rimetterti in forma. Questo è l’anno giusto, insisti. Un nuovo inizio. Una nuova partenza. Sarai più forte, più tosto. La mattina dopo, in palestra, proprio mentre stai cominciando la terza serie di esercizi di sollevamento pesi, hai un crampo muscolare, il bilanciere ti collassa sul collo e ti schiaccia la trachea. Non riesci a gridare. La faccia ti diventa blu. Le mani ti diventano molli. E su un poster attaccato alla parete accanto a te, ecco le ultime parole che vedi, prima che i tuoi occhi si chiudano e il buio ti avvolga per l’eternità: BELLA FREGATURA.

Buffo.

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