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Un ostinato scintillare, anche nelle tenebre più fitte

Recensione di “Resurrezione” di Lev N. Tolstoj

Lev N. Tolstoj, Resurrezione, Mondadori

Lev N. Tolstoj, Resurrezione, Mondadori

Un viaggio nella colpa e nella redenzione, il tormentato percorso di un’anima, la dolorosa e catartica trasformazione di un uomo divenuto d’improvviso consapevole del significato delle proprie azioni e delle conseguenze che hanno prodotto; e ancora il racconto di una straziante discesa agli inferi, di un riscatto personale perseguito con fermezza, con volontà ferrea, di una dignità difesa a ogni costo; e sui destini dei singoli, come un cielo carico di nubi tempestose, il giudizio severo della società, la giustizia divenuta sistema, organizzazione, che emette sentenze, stabilisce pene e separa con nettezza gli onesti dai delinquenti, i “sani” dai “malati”.


 
Corre lungo questi binari, in una sorta di tripla narrazione che tuttavia costantemente si intreccia dando vita a un quadro unico, Resurrezione di Lev Nikolaevic Tolstoj, un romanzo amaro, vibrante, umanissimo, colmo di quella particolare pietà per il prossimo che riescono a provare soltanto coloro che hanno imparato a giudicare se stessi prima di chiunque altro.
Eroe, e nel medesimo momento antieroe dell’opera del grande scrittore russo, è l’affascinante principe Nechljudov, seduttore di una giovane cameriera (liquidata con cento rubli e dimenticata immediatamente dopo) e anni dopo membro della giuria chiamata a giudicarla per un crimine brutale: l’avvelenamento, in concorso con altri, di un uomo a scopo di rapina.
Dapprima con stupore, poi con angoscia crescente, Nechljudov riconosce nell’imputata, Ekaterina Maslova, la ragazza che aveva conquistato, e scopre quel che le è accaduto dopo il suo abbandono: la gravidanza (procurata da lui), l’abbandono del bambino e la sua prematura morte, la costante ricerca di impiego da parte della donna frustrata dalle importune attenzione degli uomini presso cui riusciva a trovare servizio, e infine l’abisso della prostituzione, illusoria promessa di libertà e autonomia abbracciata più per disperazione che come frutto di meditata scelta – “E, da quel giorno,”, scrive Tolstoj con accenti indimenticabili, che rinunciano alla facile scorciatoia del disprezzo e della condanna morale, riservata non agli individui, ma all’apparato statale che ne sfrutta le debolezze, per aprirsi a una compassione viva, autentica, piena, “aveva avuto inizio per la Maslova quella vita di cronica trasgressione delle leggi divine e umane, che viene condotta da centinaia e centinaia di migliaia di donne, non solo col beneplacito, ma sotto l’egida dell’autorità dello Stato, preoccupato del bene dei suoi cittadini; quella vita che poi va a finire, per nove donne su dieci, in tormentose malattie, in una precoce debilitazione, e nella morte”.
 
Essenziale, trattenuta, come se non ci fosse spazio per la raffinatezza letteraria in sé, nella narrazione dei fatti, la scrittura di Tolstoj tocca vertici di splendore espressivo (e di profondità d’analisi) quando si concentra sui caratteri, sulle persone, e sui loro sentimenti: l’autore non inventa nulla, come se i personaggi che descrive esistessero già (non a caso l’intreccio gli fu suggerito da un amico procuratore), ma ne osserva con attenzione ogni moto interiore: Nechljudov, smarrito, colpevole, prima cerca di far assolvere Ekaterina (lei è innocente, ma non è questo che interessa Tolstoj; se infatti la giustizia degli uomini, fallibile per definizione, in questo caso non sbagliasse, per il principe non ci sarebbe possibilità di redimersi. Per la sua salvezza è necessario un sacrificio, e la vita ha già da tempo condannato Ekaterina), poi decide di condividerne il destino – la condanna ai lavori forzati e la deportazione – rinunciando a tutti i suoi averi e seguendola.
Dal canto suo, la donna sopporta le proprie pene con la rassegnata semplicità dei vinti; certo, alla lettura della sentenza scoppia in singhiozzi e protesta la sua estraneità al delitto, ma poi accetta con composta dignità la pena, si guadagna il rispetto, l’ammirazione (e in un caso perfino l’amore) degli altri condannati e, quando Nechljudov le propone di sposarlo, ha ancora sufficiente rispetto di sé per rifiutare. 
 
Ad abbracciare queste due figure principali e le loro pene è il mondo nascosto, cupo e violento delle carceri, del regime detentivo, che Tolstoj denuncia in tutta la sua fallimentare brutalità: “«È come se ci si fosse proposti il problema di quale fosse il modo migliore, il più efficace, di guastare il più gran numero di persone», diceva a se stesso Nechljudov, penetrato ormai nell’intimo di quel che accadeva nelle prigioni e nei luoghi di tappa. Centinaia di migliaia di uomini, anno per anno, venivano condotti al più alto grado di corruzione; e quando erano ben corrotti, venivano rilasciati in libertà, affinché diffondessero quanto nelle prigioni avevano assimilato di corruzione fra tutto il resto del popolo.
 
Resurrezione è un romanzo che pretende molto dal lettore. Tolstoj racconta una vicenda dura, ignobile e meschina senza mai attenuarne la sgradevolezza e parla degli orrori che si consumano nelle prigioni con la precisa intenzione di smascherarli (ed è triste constatare quanto le sue pagine siano di impressionante attualità anche oggi), ma sa anche volgersi agli uomini con una purezza di sguardo che non può non lasciare commossi.
 
L’uomo di Tolstoj regala speranza; per quanto fitta sia la tenebra che lo circonda, egli non smette di irradiare luce.
 
Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
 
Per quanto gli uomini, raccogliendosi su un breve spazio in parecchie centinaia di migliaia, si sforzassero di snaturare quel tratto di terra su cui s’accalcavano; per quanto avessero ricacciato sotto le pietre la terra, affinché nulla ci crescesse sopra, e rinettassero qualsiasi erba ne spuntasse fuori, e affumicassero tutto di carbone e petrolio, e mozzassero gli alberi, e allontanassero tutte le bestie e gli uccelli, la primavera era primavera anche in città. Il sole scaldava, l’erba, tornata a vita, saliva e verdeggiava dovunque non fosse stata sarchiata, non solo nelle aiuole dei viali, ma perfino fra le lastre delle strade; e le acacie, i platani, i vìscioli dilatavano le gommose, profumate foglioline, e i tigli gonfiavano le gemme, che scoppiavano; e le gracchie, i passeri, i piccioni, con quel brio che hanno a primavera, avevano già preparato i nidi, mentre le mosche ronzavano lungo i muri, riscaldandosi al sole. Allegri erano tutti: piante, e uccelli, e insetti, e bambini. Ma gli uomini – gli uomini grandi, gli uomini adulti – non smettevano d’ingannare e di tormentare se stessi e gli altri.
Credevano, gli uomini, che la cosa più sacra e più importante non fosse quella mattinata di primavera, non fosse quella bellezza del mondo, concessa per il bene di tutte le creature, giacché era una bellezza che disponeva alla pace, all’accordo e all’amore: ma fosse, la cosa più sacra e più importante, ciò che essi stessi avevano escogitato per poter dominare gli uni sugli altri.

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