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La profezia di un garibaldino

Recensione di “La battaglia soda” di Luciano Bianciardi

recensione - Luciano Bianciardi, La battaglia Soda

Luciano Bianciardi, La battaglia soda

Nel suo stile vigoroso, aspro, che colpisce come uno schiaffo ma che possiede la bellezza rarissima della verità e soprattutto il coraggio di sceglierla, di schierarsi dalla sua parte e di difenderla, Luciano Bianciardi con La battaglia soda (1964) affronta il romanzo storico, la memoria; racconta con entusiasmo il Risorgimento magnificandone lo spirito, e con la medesima forza, con identica passione civile, ne denuncia il tradimento degli ideali e il sostanziale fallimento.


Figura complessa e sfuggente, giornalista, scrittore, traduttore, polemista arguto, intellettuale rigoroso e severo, tenace nella fedeltà alle proprie convinzioni, Bianciardi dà vita un’opera per molti versi mirabile.

La battaglia soda, infatti, è un accurato lavoro di ricostruzione (dedicato alla memoria del garibaldino Giuseppe Bendi, il libro si basa sulla vita dell’uomo e su quanto riportato in un suo volumetto) e insieme un racconto fiammeggiante, rapinoso, perfetto nel taglio dei caratteri, di impareggiabile bellezza nel disegno degli ambienti, vivido e preciso nelle scene di battaglia; è come se l’autore, consapevole di lavorare a qualcosa di ben più importante di un “semplice” romanzo, avesse voluto arricchirlo quanto più possibile, così che risaltasse, oltre alla sua potenza espressiva, il suo carattere di monito, di avvertimento, e anche, se non soprattutto, di denuncia, implacabile eppure stanca, sfinita.

Come una voce che si ostina a gridare “Al fuoco” pur sapendo che nessuno l’ascolterà e che le fiamme divoreranno ogni cosa. Come spiega Emilio Tadini nell’introduzione al volume edito da Bompiani, “Quando Bianciardi scrive questo libro, la liberazione dal fascismo, la fondazione del nuovo stato democratico, il duro contrasto fra destra e sinistra, l’inizio del predominio centrista-democristiano sono tutti fatti presenti, o il cui ricordo è ancora molto vivo […]. Per Bianciardi il romanzo storico si propone anche come analisi del momento in cui la Nazione, avventurosamente si fonda – tra la spedizione dei Mille e la disfatta di Custoza. Per Bianciardi, si manifestano, qui, vecchi vizi italiani. E in un modo che sarà determinante per quanto riguarda anche il futuro del paese […]. La rivoluzione mancata del Risorgimento diventa quasi una trasparente allegoria per parlare della situazione italiana quale Bianciardi poteva vederla e giudicarla nella propria attualità, a pochi anni dalla fine della guerra e della Liberazione. È un po’ come se, parlando dei garibaldini, Bianciardi parlasse dei partigiani. Come se, parlando di certi politici e di certi militari piemontesi, Bianciardi parlasse del potere democristiano. Come se, parlando di una deviazione del Risorgimento, parlasse di una deviazione della Resistenza […]. Scrivendo un romanzo sul Risorgimento tradito, Bianciardi vuole tornare alle origini della contemporaneità italiana. Tornare al passato per meglio capire il presente. La storia come manifestazione delle regole di un gioco calcolabile di spinte e di controspinte, di azioni e di reazioni: di cause e di effetti. E di corrispondenze, naturalmente”.

Per nulla interessato a educare, a indicare una via, a dare al proprio scritto un’impronta pedagogica; scomodo ma neppure troppo nei panni di Cassandra, l’autore de La vita agra (recensita qui) affida la propria profetica rabbia alle risorse pressoché infinite del linguaggio. Dà alla alla verità del suo lavoro storico lo stile greve e sincero (a tratti sorprendentemente ampolloso, ma mai mistificato o sistemato ad arte per ottenere un “bell’effetto”, un sospiro d’eleganza formale) della parlata popolare, e a tal proposito scrive: “Gente con la barba – vera – che parla vero, s’incazza, piange, s’appassiona, urla, bestemmia, dice: ‘Chiudi il becco se non vuoi che lo chiuda io coi ceffoni che si scordò di darti tuo padre’. Capisci? Prolissa e retorica anche nell’ira, ma sinceramente retorica, sinceramente appassionata). Bianciardi scrive “traducendo” i fatti, e sono i fatti, quelli nobili e quelli meschini, a determinare il modo in cui devono essere raccontati, devono farsi memoria collettiva.

La battaglia soda è uno splendido romanzo, un libro che si legge d’un fiato, la magnifica opera di uno scrittore che, pur vittima della miopia (spesso malevola) del mondo culturale italiano, ha lasciato di sé traccia indelebile. Per nostra fortuna.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

L’ultima volta che parlai con il gran vecchio fu il primo novembre del sessanta, davanti alle mura di Capua assediata. Ormai i generaloni piemontesi avevano deciso di bombardare, e difatti le batterie stavano già pronte in postazione, dietro i gabbioni di graticcio interrati, con le piramidi delle palle ben ravversate e le cataste delle cariche e gli artiglieri in pieno assetto, con le loro borse e gli alti cheppì dal pennacchietto di crine e gli scovoloni impugnati, quasi volessero impressionarci con tanta ostentazione d’ordine e di perizia. E noi li stavamo a guardare, senza che tuttavia si barattasse una parola.

A quei tempi, come già ho spiegato, io comandavo un battaglione della brigata Basilicata, general Clemente Corte, primo reggimento. Le disposizioni erano che tutto il mio riparto avrebbe trascorso la notte accosto al cimitero di Santa Maria, e i miei uomini si andavano sistemando come meglio si poté, quando comparve Garibaldi in fondo allo stradone di Caserta.

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