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L’inspiegabile, e irresistibile, estasi di un gol

Recensione di “Febbre a 90′” di Nick Hornby

 

recensione - Nick Hornby, Febbre a 90', Guanda
Nick Hornby, Febbre a 90′, Guanda
 

Per quanto possa apparire sorprendente, esistono anche ossessioni benigne. Non che non diano problemi, s’intende, solo non è necessario considerarle per forza di cose come manifesto di terribili disordini mentali, o peggio ancora come l’unico attendibile indice di pericolosità sociale.


Si tratta, infatti, di normalissime passioni, che per quanto spinte all’accesso, nutrite senza sosta d’ansia e d’entusiasmo, vissute come se fossero la cosa più importante della nostra vita, non mutano il loro carattere di genuine forme d’amore. Ed è proprio così, come il più classico degli innamoramenti, che il brillante scrittore inglese Nick Hornby descrive, nello spassoso Febbre a 90’, il suo rapporto con il calcio, o per dir meglio con la squadra di cui è accanito tifoso, l’Arsenal.

La prosa di Hornby, asciutta eppure sempre assai ricca di sfumature, ammiccante, complice, immediata senza per questo essere banale, d’impatto, quasi come il linguaggio parlato, ma anche raffinata, elegante, godibilissima, possiede il raro pregio della sincerità: così l’autore dà vita, nell’originalissima forma di un diario personale scandito dalle partite giocate dall’Arsenal in un arco di circa quindici anni, a un “romanzo-confessione” allo stesso tempo disarmante e trascinante; senza apparente sforzo crea con il lettore la medesima confidenza che nasce tra sconosciuti sulle gradinate degli stadi e lo diverte, lo commuove, lo coinvolge spiegando (o meglio provandoci, perché il destino dell’ossessionato, di qualunque ossessionato, è la menzogna) cosa significhi davvero amare la propria squadra, amarla al di sopra di tutto, e di conseguenza subordinare la propria vita, il resto della propria vita, dal lavoro agli amici, fino ai rapporti d’amore, agli appuntamenti irrinunciabili con il campo da gioco.

Intelligente, acuto, pungente, l’autore narra la propria epopea di tifoso con lucidità ammirevole: a partire dalla già citata necessità del ricorso alla bugia (nelle splendide pagine dell’introduzione), unico mezzo a disposizione dell’“appassionato compulsivo” per non perdere del tutto il contatto con gli altri, i “normali”, le sue riflessioni, pur non mancando di strappare sorrisi, si rivelano profonde, puntuali, dense di implicazioni e soprattutto proiettate ben al di là del singolo, in una prospettiva sociale che ci riguarda tutti, poco importa se tifosi o meno.

“Se dicessimo sempre la verità”, scrive l’autore tra l’orgoglioso e il rassegnato, “non riusciremmo a mantenere rapporti con chi vive nel mondo reale. Verremmo lasciati marcire con i nostri dépliant dei programmi dell’Arsenal, o con la nostra collezione di dischi originali della Stax con etichetta blu o con i nostri spaniel King Charles, e i nostri sogni di due minuti ad occhi aperti si farebbero lunghi, sempre più lunghi, finché perderemmo il lavoro e smetteremmo di lavarci e di raderci e di mangiare, e giaceremmo a terra nel nostro sudiciume riavvolgendo in continuazione la videocassetta nel tentativo di imparare a memoria l’intero commento, compresa l’esperta analisi di David Pleat, della notte del 26 maggio 1989. (Credete che abbia dovuto controllare la data? Ah!).

Impareggiabile nelle descrizioni d’ambiente, furbescamente nostalgico nella pagine dedicate allo sbocciare della passione per il calcio (degne di nota quelle sulla storica “doppietta” centrata dall’Arsenal nel 1971 – anno in cui vinse Campionato e Coppa d’Inghilterra – trionfi che l’autore non riuscì a vedere di persona nel primo caso perché ancora troppo giovane per andare agli incontri infrasettimanali e nel secondo perché il padre non fu in grado di trovargli un biglietto malgrado gli avesse promesso il contrario; “e sì”, sottolinea, “sono ancora risentito a distanza di vent’anni”), irresistibilmente arguto e spassoso nella costruzione dei dialoghi, rigoroso nelle conclusioni, quasi la posta in gioco fosse una dimostrazione filosofica di capitale importanza o la messa alla prova di una qualche rivoluzionaria ipotesi scientifica, Febbre a 90’, oltre a essere un libro scritto benissimo, è un viaggio dolcemente istruttivo nei sogni e nelle piccole manie che ciascuno di noi, più o meno segretamente, coltiva.

Con umiltà preziosa, stando attento a non prendersi troppo sul serio, Hornby discute della vita. Della sua e delle nostre. Ed è una discussione così magistralmente condotta che vorremmo proseguisse ben oltre la conclusione del suo splendido lavoro.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

 
                                                                                                         Arsenal-Stoke City 14.9.1968
 
Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé.

Nel maggio del ’68 (una data significativa, naturalmente, ma è tuttora probabile che io pensi a Jeff Astle piuttosto che a Parigi), poco dopo il mio undicesimo compleanno, mio padre mi chiese se mi sarebbe piaciuto andare con lui alla finale di Coppa fra West Brom ed Everton; un collega gli aveva offerto un paio di biglietti. Gli dissi che il calcio non mi interessava, neppure la finale di Coppa – il che era vero, per quanto ne ero consapevole – ma rimasi comunque incollato alla televisione per l’intera partita. Alcune settimane più tardi guardai, incantato, l’incontro Manchester United – Benfica, con mia mamma, e alla fine di agosto mi alzai presto per sentire come era andato lo United nella finale della Coppa Intercontinentale. Amavo Bobby Charlton e George Best (non sapevo niente di Denis Law, il terzo della Santissima Trinità, che aveva saltato l’incontro con il Benfica a causa di un infortunio) con un ardore che mi aveva preso completamente di sorpresa; durò tre settimane, finché mio padre non mi portò ad Highbury per la prima volta. 

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