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Ama e fa’ ciò che vuoi

Recensione di “Un amore” di Dino Buzzati

recensione - Dino Buzzati, Un amore, Mondadori

Dino Buzzati, Un amore, Mondadori

È una Milano “città-involucro”, confortante come un’abitudine e nello stesso tempo misteriosa ed estranea, a tratti perfino impersonale, quella raccontata da Dino Buzzati nel romanzo Un amore.


Scenario di straripante materialità – quella di strade, piazze ed edifici, descritti con la sincerità piena di una confessione screziata di rabbia trattenuta, di strisciante delusione, di commosso affetto – e luogo dell’anima nei cui spazi chiusi (appartamenti e stanze ingombri di intimità implorata come elemosina, di passioni fiammeggianti e di gelido cinismo) i sentimenti danzano il folle girotondo di un cortocircuito esistenziale, questa balbettante metropoli impigrita nel reale, così lontana dalla magia semplice e meravigliosa che contraddistingue la prosa del grande scrittore milanese, perfettamente sfumata tra il fiabesco e l’ombroso, è il teatro dell’iniziazione amorosa dell’architetto Antonio Dorigo, affermato professionista di mezza età incapace di costruire rapporti stabili con l’altro sesso.

Dorigo, ostaggio di questa paralisi emotiva nei confronti delle donne, si rifugia in relazioni estrinseche, nel sesso mercenario, nella soddisfazione squisitamente fisica del desiderio, priva di complicazioni, di strascichi, di coinvolgimento.

“Di fronte alla donna”, scrive Buzzati al principio del romanzo, dando vita a un magistrale ritratto psicologico del suo protagonista, “ non era più l’artista ormai quasi celebre, citato internazionalmente, il geniale scenografo, la personalità invidiata, l’uomo immediatamente simpatico, lui stesso si meravigliava di riuscire simpatico così subito ma con le donne era tutto diverso, egli diventava uno qualunque, scostante perfino, se ne era accorto un’infinità di volte, le donne restavano intimidite e più si sforzava di mostrarsi disinvolto e spiritoso, più era peggio, la donna lo guardava disorientata e quasi impaurita, ci voleva una grande confidenza perché egli ritrovasse se stesso e si mostrasse naturale ma per arrivare a una vera confidenza ce ne occorreva del tempo, gli inizi erano sempre stentati e laboriosi”.

Ma la nuova ragazza che incontra, Laide, minorenne, ballerina alla Scala, proprio nel momento in cui l’uomo riflette sulla prostituzione, sulla sua “comodità”, sulla sua essenziale bellezza, sulla sua sostanziale neutralità etica – “che cosa meravigliosa la prostituzione […]. Crudele, spietata, quante ne restavano distrutte. Però che meravigliosa. Si stentava a credere che possibilità del genere potessero esistere nel mondo d’oggi, così regolamentato e squallido. Il sogno realizzato, a un colpo di bacchetta magica, per ventimila lire […]. C’era del male nel fare questo? Non mancavano a Dorigo gli scrupoli morali. Ma per quanto ci avesse pensato a lungo non era riuscito a trovare il punto debole. Se tutti facessero come me, sarebbe peggio o meglio? Si chiedeva. E non vedeva il possibile danno” – sconvolge ogni suo equilibrio e lo precipita nella spirale, dolcissima e tormentosa, dell’innamoramento.

Antonio Dorigo, sorpreso, sgomento, entusiasta, si scopre preda dell’amore, quell’amore cui aveva sempre guardato da lontano, quasi di sfuggita, senza mai capirlo (o magari comprendendolo alla perfezione, e proprio per questa ragione fuggendolo), e prigioniero delle sue sabbie mobili ritrova come per incanto il fuoco della giovinezza, sperimenta l’ebbrezza del volontario sacrificio di sé, il dolore dell’assenza della persona amata, lo scorrere del tempo, generoso e imperfetto come una carezza nei fuggevoli momenti di incontro (spasmodicamente cercati, voluti, morsi e consumati con la scomposta ferocia di un predatore), e maligno, impietoso, irraggiungibile, indomabile negli intervalli di forzata lontananza, dilatati a dismisura dall’ansia e dal desiderio. Ma ecco che fronte a lui, la giovanissima Laide, vendicativa maschera del destino, oppone al disperato coinvolgimento di Dorigo una paralizzante freddezza; protetta dal suo ruolo di prostituta, indossato con impeccabile professionalità, non si concede mai all’uomo se non nei termini del “contratto” stipulato tra loro, umiliandolo a più riprese, schernendone la debolezza. Finché tra i due il conflitto non esplode e tutto va in pezzi, finché la finzione del rapporto meretrice-cliente non cede all’erompere del sentimento, alla sua verità, alla sua innocenza. Debole, eppure in qualche modo invincibile.

Un amore è un romanzo di grande intensità, un’esplorazione coraggiosa e lieve delle ragioni del cuore che avvince dall’inizio alla fine. È unopera splendida, scintillante.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

 
Un mattino del febbraio 1960, a Milano, l’architetto Antonio Dorigo, di 49 anni, telefonò alla signora Ermelina.
«Sono Tonino, buongiorno sign…»
«È lei. Quanto tempo che non si fa vedere. Come sta?»
«Non c’è male, grazie. Sa in questi tempi un mucchio di lavoro e così… senta potrei venire questo pomeriggio?»
«Questo pomeriggio? Mi faccia pensare… a che ora?»
«Non so. Alle tre, tre e mezza.»
«Tre e mezza d’accordo.»
«Ah senta, signora…»
«Dica, dica.»
«L’ultima volta, si ricorda?… insomma quella stoffa per essere sincero non mi finiva di piacere, vorrei…»
«Capisco. Purtroppo alle volte io stessa…»
«Qualcosa di più moderno, mi spiego?»
Sì, sì. Ma guardi ha fatto bene a telefonarmi oggi, c’è un’occasione… insomma vedrà che resterà soddisfatto.»
«Tessuto nero, preferibile.»
«Nero, nero, lo so, come il carbone.»
«Grazie, a più tardi allora.»
Mise giù la cornetta. Era solo nello studio. Anche Gaetano Maronni, il collega che occupava la stanza vicina, quel mattino era uscito.

Era una mattina qualsiasi di una giornata qualsiasi. Il lavoro procedeva bene.

2 commenti su “Ama e fa’ ciò che vuoi”

  1. Buzzati riscrive sempre lo stesso romanzo e Un amore non è un’eccezione. Anche se gli attori sul palcoscenico cambiano Dorigo è sempre Drogo e sempre Buzzati, che si mostra innocentemente al pubblico di lettori. Le manie, il sadomasochismo, il delirio d’amore è tutta roba sua. Per me la magia resta sempre e va cercata dietro alle cose vere: la grande torre scura che è la Velasca, negli alberi che parlano sfrecciando in autostrada.

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