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Una verità definitiva che non può bastare

Recensione di “Gli scomparsi” di Daniel Mendelsohn

Daniel Mendelsohn, Gli scomparsi, Neri Pozza

Daniel Mendelsohn, Gli scomparsi, Neri Pozza

Una famiglia, sei persone, padre, madre e quattro figlie. Una famiglia sterminata dalla brutalità nazista nella cittadina polacca di Bolechow. Ma quando esattamente? E come si è svolto il massacro? Chi è stato ucciso per primo? E qualcuno ha provato a nascondersi, a scappare? Cosa è accaduto di preciso?

Interrogativi angosciosi, che tradiscono la disperazione e l’affanno di chi li formula: parenti e amici di tutti quelli che non ce l’hanno fatta, di chi non è riuscito a fuggire ai rastrellamenti, alle esecuzioni sommarie, alla fatica bestiale del lavoro forzato, alla ferrea logica dell’annientamento che presiedeva l’organizzazione dei campi di sterminio del Reich.

È per rispondere a queste domande, ascoltate più volte in tenera età nelle riunioni di famiglia e poi fatte proprie, acquisite, ricevute come un’eredità, che l’ebreo americano Daniel Mendelsohn, di professione docente universitario, una solida cultura classica alle spalle, ha dedicato cinque anni della sua vita a raccogliere il materiale necessario per scrivere Gli scomparsi, un romanzo che ha l’intreccio di una saga generazionale, la scomoda profondità tematica di un saggio e il respiro libero di un’avventura, di un viaggio inaspettato e impossibile da dimenticare. Il lavoro di Mendelsohn non è semplicemente quello archeologico della ricostruzione, della memoria del passato e della testimonianza, né soltanto un’indagine filosofica sul male; è un libro insieme universale e intimo.

L’autore, infatti, racconta l’Olocausto in tutto il suo orrore, in tutta la sua incomprensibilità, ma senza mai perdere di vista il suo vero oggetto d’indagine, la scoperta del destino toccato al suo prozio (il fratello del nonno) e ai suoi cari. La generalità di quanto successo nella Polonia occupata dai tedeschi (e in ogni luogo controllato dai nazisti) è un aspetto che Mendelsohn non può certo trascurare, eppure per quanto sia ben presente la sterminata galleria di abiezioni che ciascuno di noi abitualmente associa alla persecuzione antisemita del regime hitleriano (dalla Notte dei Cristalli ad Auschwitz), il lettore comprende con chiarezza che il senso del romanzo, la sua vera ragion d’essere, riposa da un’altra parte: nel bisogno, nell’urgenza di dare forma precisa, consistenza, a una storia che, considerata sub specie aeternitatis sembra non avere nessuna importanza, e invece ha valore immenso, e non solo per le persone direttamente coinvolte nei fatti.

E così lo sterminio di sei milioni di ebrei diventa d’improvviso una trama fittissima composta da altrettante vicende singole, quelle di uomini, donne e bambini la cui morte ha provocato indicibili sofferenze ad altre donne e ad altri uomini, in una catena di individualità spezzate che cresce fino ad assumere proporzioni gigantesche e tuttavia non cessa di essere un intollerabile (e incancellabile) incubo personale. Mendelsohn, tanto somigliante al prozio da scatenare irrefrenabili crisi di pianto nei parenti al suo solo apparire tra loro, finisce per farsi carico dei loro ricordi mutilati, della loro verità – sono stati uccisi dai nazisti – inconfutabile ma troppo generica per poter accontentare, soddisfare, dare pace a coloro che dei morti conservano nome, cognome, fotografie, spesso anche scampoli di esistenza condivisa, e decide di provare a scoprire che cosa è davvero successo allo zio Shmiel, alla moglie, alle loro figlie. E la sua ricerca, al principio balbettante e confusa, poco alla volta colma le lacune, i punti oscuri, i fraintendimenti, gli errori: Mendelsohn entra in contatto con chi si è salvato, uomini e donne fuggiti da Bolechow e rifugiatisi in ogni parte del mondo, dalla Norvegia all’Australia, dagli Stati Uniti a Israele, ne raccoglie i ricordi, le confidenze, i rimorsi, ed ecco che una delle peggiori tragedie del Novecento si fa piccola, si concentra su ciascuna singola vita, su quanto accaduto al padre di qualcuno, a un amico di qualcun altro, al vicino di casa di un terzo o al suo collega di lavoro, e se possibile l’inferno della Shoah diviene ancora più atroce.

Coinvolgente, intenso, terribile e umanissimo, il romanzo di Daniel Mendelsohn non si limita a raccontare, a recuperare ciò che è stato e a preservarlo (una missione nobile, ineludibile, che l’autore però giudica comunque insufficiente poiché sa bene, e lo ripete più volte, che nulla, alla fine, sfuggirà all’oblio, che ogni cosa andrà perduta), lo pone a confronto con la parola della Torah, sacra agli ebrei, con la storia della creazione del mondo, del diluvio scatenato dalla collera di Dio a causa dell’indegnità degli uomini, del patto stretto tra il Signore e Abramo e infine con il compiersi di una nuova distruzione, quella di Sodoma e Gomorra. La sua interpretazione di tutti questi scritti, messa a confronto con l’esegesi del rabbino francese dell’XI secolo Rashi Ben Eliezer e con quella di un altro grande studioso, Richard Eliott Friedman, seduce, illumina ma non offre risposte definite (come potrebbe farlo, del resto?), solo un ulteriore contributo alla comprensione dell’odissea, “minima” ma indispensabile, di una famiglia, fondamento e riflesso di quella sopportata da un intero mondo.

 
Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
 

Tempo fa, avevo sei, sette o otto anni, appena entravo in una stanza capitava che qualcuno scoppiasse a piangere. Succedeva per lo più a Miami Beach, in Florida, le persone cui facevo questo strano effetto erano anziani, come quasi tutti gli abitanti del luogo alla metà degli anni Sessanta, per lo più ebrei (almeno così mi sembrava). Quando indulgevano in qualche pettegolezzo piccante, o giungevano finalmente all’epilogo di un racconto o di una storiella umoristica, si mettevano a parlare in yiddish; cosa che, ovviamente, rendeva impossibile a noi ragazzi il senso del discorso o la comicità delle barzellette. Come molti anziani residenti in quel tempo a Miami Beach, le persone di cui parlo vivevano in appartamenti o in villette che, a chi non ci abitava, sembravano un po’ cadenti; si trattava di abitazioni solitamente tranquille, tranne nelle serate in cui andavano in onda i programmi di Red Skelton, di Milton Berle o di Lawrence Welk, seguiti a tutto volume davanti ai televisori in bianco e nero.

1 commento su “Una verità definitiva che non può bastare”

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