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In una città d’odio, assediati da una tormenta di neve

Recensione di “Neve” di Orhan Pamuk

recensione Orhan Pamuk, Neve, Einaudi

Orhan Pamuk, Neve, Einaudi

 

A Kars, povera e anonima cittadina al confine tra Turchia, Armenia e Georgia, alcune ragazze si sono tolte la vita. Il loro gesto, estremo e disperato, è la più limpida espressione delle contraddizioni che dilaniano una società multietnica ma non pacificata, multiculturale eppure chiusa, tanto appassionata e violenta nell’affermazione della propria spiritualità quanto severa e disumana nella negazione di essa.

A Kars, investita da una simbolica tormenta di neve, un intero Paese assiste impotente alla propria dissoluzione, mentre ogni fazione rivendica per sé il diritto alla verità, alla giustizia e alla vendetta per i torti subiti. Qui, in un reticolo di strade sporche e malandate, tra palazzi fatiscenti, che conservano solo una pallida memoria di un passato grandioso ormai perduto per sempre, giunge Ka, uno dei più grandi poeti turchi viventi, da anni esule politico in Germania. A spingerlo a questo viaggio, che è nello stesso tempo d’espiazione e di rinnovata speranza, il bisogno di raccontare (e forse in questo modo di provare a comprendere) la tragedia dei suicidi e il desiderio di riprendere contatto con la propria terra, di smettere, almeno per un momento, di sentirsi orfano.

Kars e Ka, la città e l’uomo, gli estremi opposti rappresentati da una molteplicità smembrata dal conflitto permanente e da un’anima singola scossa dall’inquietudine sono scenario e trama di Neve, uno dei romanzi più dolorosi e complessi di Orhan Pamuk. Lo scrittore turco concentra la propria narrazione nello spazio chiuso, angusto di un microcosmo descrivendo ogni cosa con stile asciutto ed essenziale; così la realtà raccontata non conosce mediazione letteraria e si impone al lettore in tutta la sua devastante tragicità.

Interprete del possibile ma difficilissimo dialogo tra Occidente e Oriente (tema prediletto di Pamuk e tormentato centro di gravità di questo romanzo), Ka è suo malgrado costretto al ruolo di impotente testimone degli eventi: e se è vero che egli non può che documentare quel che è già successo (i suicidi delle ragazze, compiuti per disobbedire alle regole dello stato laico, che impongono a tutte le studentesse di togliersi il velo all’interno delle aule universitarie), è altrettanto innegabile che le sue ragioni, le sue prese di posizione, i suoi tentativi di persuadere coloro che incontra durante il soggiorno non hanno mai forza sufficiente per incidere davvero. Ka, salvato dalla poesia e dal suo bisogno d’amore (a Kars egli rivede Ipek, sua vecchia compagna di studi, se ne innamora e fantastica di portarla con sé in Germania), non ha legami, né può averne, con quella terra intrisa d’odio e con gli uomini che quell’odio forgia e che a esso obbediscono; per questa ragione è condannato al silenzio, alla marginalità, all’insignificanza. Eppure, è proprio nella soffocante miseria materiale e spirituale di Kars che il poeta ritrova se stesso e ricomincia, dopo molto tempo, a comporre. L’incombente rovina della città diviene il primo alimento del rinnovato lirismo di Ka perché dà voce al paradosso dell’esistenza di ciascuno, divisa tra fedeltà ai propri principi e ricerca della felicità personale.

Figlie di tutto quello che succede a Kars (delle morti, della violenza, delle adamantine certezze di laici e integralisti utilizzate come fossero armi, dei soprusi dell’esercito, chiamato a “riportare l’ordine” non importa a quale prezzo, dell’amore infelice e mortale di chi ha scelto di appartenere a una fede, a un credo o a un partito prima che a se stesso), le poesie di Ka sono pura grammatica di vita, sono un respiro di gioia, e Pamuk ne evidenzia l’irrimediabile alterità rispetto a ciò che le ha originate elencandone soltanto i titoli, quasi che i versi fossero scritti in una lingua che nulla a che vedere con quella delle accuse, delle dispute, degli interrogatori della polizia e delle prediche religiose parlata a Kars.

“Romanzo dell’incomunicabilità”, Neve è un’opera coraggiosa e profondamente onesta, un lavoro prezioso, che non si dimentica facilmente. Pamuk rinuncia a ogni raffinatezza stilistica, a qualsiasi abbellimento formale e sceglie di calarsi nella verità spietata della carne e del sangue per raccontarne, con impressionante chiarezza, insensatezza e inevitabilità.

Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione è di Marta Bertolini e Semsa Gezgin).

 

Il silenzio della neve, pensava l’uomo seduto dietro all’autista del pullman. Se questo fosse stato l’inizio di una poesia, avrebbe chiamato «silenzio della neve» ciò che sentiva dentro. Aveva preso il pullman che l’avrebbe portato da Erzurum a Kars all’ultimo minuto. Dopo due giorni di viaggio fra le tormente di neve, da Istanbul era arrivato alla stazione dei pullman di Erzurum, e mentre con la borsa in mano nei corridoi sporchi e freddi cercava di capire dove fosse la fermata dei pullman per Kars, un tizio gli aveva detto che ce n’era uno in partenza. L’aiutante dell’autista del vecchio pullman Magirus non aveva voluto riaprire il bagagliaio già chiuso, e aveva borbottato: – Abbiamo fretta -. Perciò lui era salito con la valigetta Bally color ciliegia che adesso teneva fra le gambe. Indossava un cappotto pesante, color cenere: lo aveva comprato cinque anni prima a Francoforte ai grandi magazzini Kaufhof. Diciamo fin d’ora che questo bel cappotto di stoffa morbidissima, nei giorni che trascorrerà a Kars, sarà per lui fonte di vergogna e inquietudine, ma anche di protezione e sicurezza.

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