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Un tragico destino d’irraggiungibilità

Recensione di “Senilità” di Italo Svevo

Italo Svevo, Senilità

Senilità, Italo Svevo

“Non esiste unanimità più perfetta del silenzio” scrisse nel 1927 Italo Svevo riferendosi, con malcelata amarezza, all’universale indifferenza che accolse la prima pubblicazione di Senilità. Un’accoglienza, o meglio un’assenza di accoglienza, che ferì così profondamente l’animo dell’autore da indurlo a voltare le spalle alla pagina scritta per ben venticinque anni.


A questa colpevole miopia critica (purtroppo non infrequente nella storia della letteratura, che è tanto storia di bellezza quanto cronaca dei torti da essa subiti, dei fraintendimenti sopportati) mise fine James Joyce la cui “parola generosa” – l’espressione è di Svevo –  nei confronti del romanzo rese possibile un seconda edizione e offrì un’occasione di riscatto ai “distratti” di ogni ordine e grado.

Storia “d’amore e d’inettitudine”, Senilità è un’esplorazione d’impronta quasi dostoevskijana del sottosuolo umano; Emilio Brentani, il protagonista (principale ma non unico) del romanzo, ha i tratti del suo creatore, ma Svevo abbandona ben presto la strada semplice dell’autobiografia per scavare nell’interiorità del suo personaggio, nelle sue frustrazioni, nel confuso bisogno d’affetto e attenzione che è la sola costante della sua vita e insieme la sua più grande tragedia. In questo modo Brentani e tutti coloro che fanno parte del suo mondo chiuso – la sorella Amalia, “non ingombrante né fisicamente né moralmente, piccola e pallida, di qualche anno più giovane di lui, ma più vecchia per carattere o forse per destino”, che Emilio non può, o forse non riesce, o più probabilmente non vuole considerare nello stesso mondo in cui considera le altre donne, quelle da cui è attratto; Angiolina, l’apparente contraltare di Amalia, colei che Emilio vorrebbe amare a modo proprio, dettando le condizioni della relazione ma alla quale poi finisce per consegnare tutto se stesso, arrendendosi al crescere di un sentimento che non può in alcun modo controllare; lo scultore Stefano, il migliore amico di Emilio e in realtà colui che lo stesso Emilio elegge a proprio modello, cercando in ogni modo di essere come lui, e odiandosi, e odiandolo, per i ripetuti fallimenti in cui cade – diventano simboli di un’esistenza a metà, di una sostanziale incapacità di vivere, di una condizione ineliminabile di infelicità causata da un desiderare infantile, assillante, che ha nell’aspirazione all’onnipotenza la causa prima della propria sterilità.

È l’affanno con cui i personaggi di Senilità cercano il proprio appagamento a svelare la falsità del loro essere; ognuno, infatti, guarda all’altro da sé come al proprio compimento (Emilio all’amico Stefano, Amalia ad Angiolina, e Angiolina a un amore diverso da quello che accetta di vivere – marginalmente, peraltro – con Emilio), affidando quel che è, di più, quel che vorrebbe essere a un tragico destino d’irrangiungibilità. Il sogno spezzato, naturalmente, si muta in dramma, e l’infelicità, dapprima assaporata come sottile tormento interiore, si fa realtà concreta nel devastante comparire della morte, nello stillare impietoso del veleno dell’inimicizia, che tutto corrompe.

La scrittura di Svevo, disciplinata e leggera come un respiro, accompagna gli eventi narrati come se descrivesse ogni cosa da un altro tempo, da una prospettiva lontana che guarda agli eventi come a qualcosa di già accaduto; in questo procedere a prima vista tranquillo, tuttavia, a ogni passo si spalancano gli abissi dell’animo umano, e l’autore ce li restituisce intatti, palpitanti d’orrore e di speranza, mostrandoci anime messe a nudo, amputati capolavori d’ombra che senza requie ci sussurrano all’orecchio, implorando la nostra pietà.

Prima di lasciarvi alla lettura dell’incipit di Senilità, mi permetto una breve nota personale. È appena uscito anche in edizione cartacea, dopo la pubblicazione in ebook avvenuta lo scorso gennaio, il mio primo romanzo, Quella solitudine immensa d’amarti solo io, coedizione Priamo-Meligrana (se siete interessati, trovate in questo blog una bellissima recensione del libro, a firma Eleonora Molisani, giornalista del settimanale Mondadori Tu Style). Vorrei anche in questa sede ringraziare di cuore gli editori; a voi, nel caso voleste leggere il romanzo, segnalo che le primissime copie sono in vendita alla libreria “Il mio libro”, via Sannio 18, Milano e ad Asiago; presto saranno anche alla libreria “Le Querce” di Lido degli Estensi.

 
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.
 

Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria. Parlò cioè a un dipresso così: – T’amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d’accordo di andare molto cauti -. La parola era tanto prudente ch’era difficile di crederla detta per amore altrui, e un po’ più franca avrebbe dovuto suonare così: – Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia.

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