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A Istanbul, dove la storia arriva a uccidere

Recensione di “Il serpente di pietra” di Jason Goodwin

 

recensione Jason Goodwin, Il serpente di pietra, Einaudi

Jason Goodwin, Il serpente di pietra, Einaudi

Lala, guardiano. E uomo di corte, ascoltato consigliere del sultano Mahmut II, prezioso confidente di sua madre (la potente valide), risorsa dell’impero ottomano, custode di importanti segreti e all’occorenza persino investigatore.


Yashim, eunuco dal multiforme talento e dai modi assai eleganti, è il protagonista di una serie di gialli storici scritti da Jason Goodwin e ambientati nella seconda metà del XIX secolo a Istanbul, città, metropoli e capitale e insieme monumento e vergogna della storia, crocevia di secoli di meraviglie e nefandezze, omaggio immortale alla bellezza e memento d’orrori, fascinosa e imperscrutabile come una donna “Al mattino è Bisanzio […]. Un’inezia, solo un villaggio greco. Bisanzio è giovane, innocente, senza pretese […]. Eppure un uomo coglie la sua bellezza. Il padrone di Gerusalemme e di Roma […]. Costantino, il Cesare, se ne innamora […]. Bisanzio è sua, gli va a pennello. E lui la eleva alla porpora imperiale, le dona il suo nome: Costantinopoli, la città di Costantino. Il nuovo cuore dell’impero romano. Niente è troppo bello per lei. Costantino saccheggia il mondo antico come un uomo che ricopre di gioielli la sua amante […]. Due secoli dopo, l’imperatore Giustiniano costruisce la chiesa delle chiese: Ayasofya, l’ottava meraviglia del mondo. Ne ha fatta di strada Bisanzio, la piccola pescatrice […]. E poi? Secoli di ricchezza […]. Finché non arrivarono i crociati […] la vergogna d’Europa […]. Eppure è una donna, si riprende. È l’ombra di se stessa, ma conserva ancora il suo fascino. Per cui si cerca un nuovo protettore. Nel 1453: la conquista turca […]: diventa Istanbul. La puttana di Maometto”. Dopo il più che convincente esordio de L’albero dei giannizzeri (già presente nel blog), Yashim torna in una magistrale seconda avventura, Il serpente di pietra, dove giallo, mystery e spy story si fondono per dar vita a un intreccio che richiama le suggestioni senza tempo della leggenda e le eredità spesso scomode del passato (di quello più remoto come del prossimo). Quasi senza rendersene conto, Yashim si trova nel bel mezzo di un complotto oscuro, sospettato della morte di un archeologo francese giunto a Istanbul per una ricerca della massima importanza e ritrovato sfigurato dinanzi all’ambasciata del suo Paese. Né questo misterioso omicidio è il solo enigma che l’eunuco è chiamato a risolvere; la città, infatti, lacerata da mille contraddizioni e dalle rivalità che dividono le diverse etnie che ne compongono il tessuto sociale (soprattutto la greca e la turca), vive come sospesa su un abisso, in attesa di esplodere e forse consumarsi definitivamente. Metodico, testardo, leale (verso la sua terra, il suo popolo, gli amici, su tutti Stanislaw Palewski, ambasciatore polacco presso la Sublime Porta), reso saggio dalle sofferenze patite a causa della sua condizione e coraggioso dalla tenacia con cui è riuscito a mantenere dell’uomo (o meglio, dell’essere umano) la condizione spirituale pur avendone perduto gli attributi materiali, Yashim lotta contro il tempo per portare alla luce una verità che vale ben più delle vite che le sono state sacrificate (l’omicidio dell’archeologo, infatti, non è che il primo di una catena), qualcosa di così sublime e terribile da mettere a rischio l’esistenza di intere civiltà.   

Puntuale nella ricostruzione storica, arguto e pungente quanto basta nei dialoghi, impeccabile nella definizione dei personaggi e nella costruzione della trama (complessa al punto giusto, efficace nelle rivelazioni, ricca di colpi di scena, false piste e di sorprese ottimamente congegnate), Goodwin incanta il lettore tanto con la concretezza del dato storico (narrato con squisita raffinatezza stilistica) quanto con la meraviglia potenzialmente infinita dell’invenzione creatrice; il risultato è un romanzo che si legge d’un fiato e che del giallo rispetta regole e struttura rinnovandone allo stesso tempo la forma espressiva. Un romanzo, infine, nobilitato da un eroe entrato di diritto a far parte di uno dei più esclusivi circoli letterari, quello dei detective.

Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione è di Cristiana Mennella). Buona lettura.

 
La voce rude e bassa lo sorprese alle spalle mentre scendeva il buio.
– Ehi, George.
Era l’ora della preghiera serale, quando sotto la luce normale non distinguevi un filo nero da uno bianco. George mise mano alla cintura e si voltò, brandendo il coltello da frutta. Per tutta Istanbul, i muezzin nei minareti buttarono indietro la testa e intonarono la loro nenia.
Era l’ora giusta per ammazzare a calci un uomo in mezzo alla strada. I rochi ululati percorsero a ondate convulse il Corno d’Oro, dove i barcaioli greci accendevano le lanterne dei loro guizzanti caicchi. Investirono la città di Pera, poche luci balenanti dal crinale scuro della collina di Galata. Lambirono il Bosforo, fino a Usküdar, una macchia viola che sfumava nel nero delle montagne, e tornarono indietro dalla sponda asiatica, riecheggiate dalle moschee a fior d’acqua.
 
 

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