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Come una madre distratta, o degenere

Recensione di “Il villaggio di Stepàncikovo” di Fedor Dostoevskij

 
recensione Fedor Dostoveskij, Il villaggio di Stepàcinkovo, Sellerio

 Fedor Dostoveskij, Il villaggio di Stepàcinkovo, Sellerio

“Di dove fosse sbucato, è avvolto nelle tenebre del mistero […]. Dicevano anzitutto ch’egli, non so quando né dove, fosse stato funzionario, che avesse non so dove sofferto, e, ben s’intende, «per la verità». Dicevano ancora che si fosse un tempo occupato a Mosca di letteratura. Non è a stupire: la crassa ignoranza di Fomà Fomìc non poteva certo esser d’inciampo alla sua carriera letteraria.


Ma notizia autentica è questa sola, che nulla gli era riuscito e che, infine, era stato costretto ad entrare dal generale in qualità di lettore e di martire. Non c’era umiliazione ch’egli non avesse sopportata per un pezzo di pane del generale”.

È intorno alla figura patetica, meschina e “tartufesca” del prizivàlscik (che nella Russia ottocentesca indica un nobile decaduto, costretto per mantenersi a recitare la parte del buffone presso famiglie facoltose affidandosi alla loro carità) Fomà Fomìc che ruota Il vilaggio di Stepàncikovo di Fedor Dostoevskij, graffiante ritratto di un microcosmo disordinato e folle nel quale è facile riconoscere una società intera, le sue manchevolezze, le ingiustizie che l’attraversano (e troppo spesso la definiscono) e gli individui che, come una madre distratta, incapace o peggio degenere, essa alleva, trasformandoli da esseri umani in parassiti.

In questo lavoro, che la critica (a mio avviso non del tutto a ragione) giudica minore, il grande scrittore russo consapevolmente rinuncia all’esplorazione del sottosuolo delle emozioni umane per soffermarsi, tra il divertito e l’indignato, alla “superficie” delle cose, alla semplicità degli accadimenti, alla sincerità rude dei dialoghi; la sua scrittura, insolitamente lieve e ricchissima di scoppiettante umorismo, pur nell’armonioso scintillare dello stile sembra farsi da parte, preparare il lettore a quel che sta per succedere e poi lasciare campo libero alla pura descrizione (o trascrizione, quasi ci trovassimo di fronte al rapporto di un burocrate, impreziosito però da una magistrale vocazione al grottesco) dei fatti e alla loro intrinseca, esplosiva insensatezza.

In questo modo, Dostoevskij dà vita a un vero e proprio teatro di marionette, a uno spettacolo appositamente pensato per divertire, a uno spensierato gioco delle parti dove ogni cosa mostra il proprio lato ridicolo. Al di là della dissacrazione e dell’ironia insistita, tuttavia, dalle pagine di questo romanzo breve emerge, se non una chiara denuncia di ciò che era la realtà della Russia nella seconda metà del XIX secolo, un impietoso giudizio su di essa, che il riso, anziché smorzare, finisce per amplificare.

La vivacità della commedia, con i suoi toni costantemente al di sopra delle righe e il bisogno quasi ossessivo di provocare, sorprendere e scatenare reazioni, rappresenta per Dostoevskij una sfida e un’opportunità insieme; nei panni di una voce narrante defilata rispetto a ciò che racconta (l’autore è Sergej Aleksandrovic, nipote del colonnello Jegòr Iljic Rostanjòv, che una volta in congedo eredita il villaggio di Stepàncikovo e decide di andare a viverci “come se per tutta la sua vita fosse stato un proprietario del luogo, mai uscito dai suoi possessi”), egli dà ordine e rigore espressivo al linguaggio nei disegni d’ambiente per poi prendersi più di una licenza nei dialoghi, dove limpidamente emerge il carattere dei protagonisti e ogni assurdità, ogni meschinità viene alla luce: “Ma chi è questo Fomà – domandai – come mai ha conquistato tutta quella casa? Come non lo cacciano dal cortile con le fruste? Confesso…” – “Cacciar lui? Ma siete ingrullito, o no? Ma Jegòr Iljic cammina davanti a lui in punta di piedi! Ma Fomà ordinò, un giorno, che invece di giovedì fosse mercoledì, e quei là, dal primo all’ultimo, considerarono giovedì come mercoledì. «Non voglio che sia giovedì, dev’essere mercoledì!». E così ci furono in una settimana due mercoledì. Credete che ci abbia fatto la frangia? Non ci ho fatto tanto così di frangia! Semplicemente, bàtjuska, ne vien fuori una storia da capitano Cook!”.

In questo piccolo mondo sottosopra, poco importa quel che davvero succede agli abitanti di Stepàncikovo; gli amori, le gelosie, le disgrazie che capitano ai protagonisti del romanzo sono, più che in tutte le altre opere di Dostoevskij, invenzioni, pretesti utili solo a dar sostanza a Fomà, esemplare prodotto di una società al crepuscolo e proprio per questa ragione personaggio difficile da dimenticare.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per l’editore Sellerio, è di Alfredo Polledro. Buona lettura e auguri di buona Pasqua.

Mio zio, il colonnello Jegòr Iljic Rostanjòv, dopo essere andato in congedo, si stabilì nel villaggio di Stepàncikovo, pervenutogli per eredità, e prese a viverci come se per tutta la sua vita fosse stato un proprietario del luogo, mai uscito dai suoi possessi. Ci sono delle nature assolutamente contente di tutto e che a tutto assuefanno; tale era appunto la natura del colonnello a riposo. Era difficile immaginarsi un uomo più pacifico e accomodante. Se avessero avuto l’idea di pregarlo un po’ sul serio di portar qualcuno per un paio di verste sulle sue spalle, egli l’avrebbe fors’anche portato: era così buono che alle volte era pronto a dar via ogni cosa alla prima richiesta e quasi a spartire l’ultima camicia col primo che lo avesse desiderato.

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