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La morte, inciampo della storia

Recensione di “La leonessa bianca” di Henning Mankell

 
Henning Mankell, La leonessa bianca, Marsilio

Henning Mankell, La leonessa bianca, Marsilio

Accade, a volte, che un omicidio, per quanto brutale, per quanto tragico, sia soltanto un incidente, un inconveniente che rischia di rovinare un piano grandioso studiato nei minimi dettagli, un inciampo, un capriccio, uno scherzo maligno del caso. Accade, a volte, che a vestire i panni semplici e terribili del boia sia la sfortuna, e che uccidere sia solo un affannoso tentativo di rimettere le cose a posto.


Accade, quando in gioco ci sono secoli di storia, quando si combatte perché i diritti calpestati di un intero popolo, cui viene impedito con la forza di vivere liberamente nella propria terra, vengano finalmente riconosciuti, quando i tiranni, timorosi di perdere il potere, inaspriscono ancor di più il loro giogo, che la morte di qualcuno non valga neppure un pensiero, che non venga presa in considerazione, che esistere e cessare di farlo siano la medesima cosa. Niente altro che facce di una stessa medaglia. Cardine di ogni romanzo giallo, principio e fine della sua struttura narrativa, il delitto di sangue muta drasticamente di sostanza ne La leonessa bianca di Henning Mankell, terzo volume dedicato alle inchieste del commissario Wallander (delle prime due, Assassino senza volto e I cani di Riga, ho già scritto in questo blog), e diviene, per l’appunto, fatto accidentale, momento di per sé insignificante all’interno di un disegno tanto complesso quanto sconvolgente. Muovendosi su differenti piani temporali e geografici (il romanzo si apre in Sudafrica al principio del Novecento), lo scrittore svedese incorpora nell’architettura classica della narrazione poliziesca sia le atmosfere torbide del romanzo spionistico sia la rovente attualità dell’analisi politico-sociale e dà vita a un’opera che si legge d’un fiato, ricca di colpi di scena e popolata da personaggi di grande spessore, perfettamente delineati nella psicologia e nel carattere. In questo romanzo corposo e seducente, trascinante nel ritmo e limpido nello stile, Mankell guarda al Sudafrica dei primi anni Novanta (quando il Paese, governato dal presidente de Klerk, si preparava ad abolire definitivamente il regime di apartheid e Nelson Mandela, uscito di prigione dopo 26 anni, guidava le masse verso una rivoluzione pacifica ed epocale) come a uno dei capitoli fondamentali della storia umana. E lo racconta da par suo, prendendo le mosse dalla presenza boera nel Paese, dalla convinzione di quel popolo di essere destinato da Dio alla sovranità assoluta sui neri, per arrivare fino al diabolico complotto ordito da un’irriducibile élite bianca al fine di mantenere intatto il proprio dominio.

L’omicidio di Nelson Mandela per opera di un killer di colore. Questo è quanto si propongono i boeri coinvolti nel piano eversivo. Un atto che equivarrebbe a una dichiarazione di guerra, che scatenerebbe la rabbiosa reazione del popolo sudafricano, delle masse confinate nelle baraccopoli, nei ghetti, nelle periferie abbandonate, in autentici gironi infernali come Soweto, tumorale ammasso di baracche di lamiera cresciuto a dismisura ai confini dell’area urbana di Johannesburg, e che consentirebbe a chi è ancora formalmente al potere di reagire con la massima durezza e in tal modo di riconquistare le posizioni perdute. Esautorando il “traditore” de Klerk e insediando al suo posto un boero degno di questo nome. E Kurt Wallander, commissario di polizia di provincia, ignaro o quasi perfino dell’esistenza del Sudafrica (figurarsi della sua situazione), si ritrova d’improvviso invischiato in questa ragnatela d’odio secolare e di violenza indicibile perché chi ha ordito tutto questo ha pensato che non ci fosse luogo migliore della tranquilla e tutto sommato ancora innocente Svezia per addestrare il killer, spedito lì assieme a un ex ufficiale del Kgb, responsabile della sua preparazione. Sfortunatamente, però, è proprio in Svezia, o per dir meglio in Scania, nella propaggine meridionale del Paese, che ogni cosa comincia a disfarsi; nella casa isolata in cui il futuro assassino di Mandela e il suo istruttore si stanno preparando, infatti, capita per errore una donna, Louise Akerblom, un’agente immobiliare, moglie e madre felice, finita lì per colpa di una svolta sbagliata. Aveva un appuntamento, quella donna, con una persona interessata a vendere la sua casa; è bastato che commettesse un errore, un banalissimo errore, per ritrovarsi a tu per tu con il suo assassino. “Hai visto qualcosa che non avresti mai dovuto vedere, hai visto qualcuno che non è mai stato qui” sembra dire lo sguardo duro, glaciale dell’uomo che la fissa per un lunghissimo istante prima di ucciderla sparandole un colpo in testa. È la fine per la povera signora Akerblom, mentre per Wallander questo delitto segna l’inizio di un’indagine che metterà a dura la prova le sue certezze di uomo e di poliziotto e lo costringerà a spalancare gli occhi su abissi di dolore e ingiustizia che credeva inimmaginabili.

Magnificamente sospeso tra invenzione e realtà, La leonessa bianca è un romanzo affascinante, un giallo potente che con coraggio guarda oltre se stesso, prende posizione, si assume responsabilità e finisce per fare della finzione, pur nel pieno rispetto del suo status di forma d’arte, un efficace strumento di lotta.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Marsilio, è di Giorgio Puleo. Buona lettura.

Sudafrica 1918. Nel tardo pomeriggio del 21 aprile 1918, tre uomini si incontrarono in un modesto caffè nel quartiere di Kensington a Johannesburg. Tutti e tre erano giovani. Werner van der Merwe, il più giovane, aveva appena compiuto diciannove anni. Il più vecchio, Henning Koppler, ne aveva ventidue. Il terzo uomo, Hans du Pleiss, avrebbe compiuto ventidue anni dopo qualche settimana. Si erano incontrati proprio quel giorno per decidere come avrebbero celebrato il suo compleanno. Nessuno dei tre aveva la benché minima idea che quel loro incontro in un bar di Kensington avrebbe avuto un’importanza storica. Infatti, quel pomeriggio, nessuno dei tre parlò della festa di compleanno. Neppure Henning Koppler, che fu quello che avanzò la proposta che, a lungo termine, avrebbe cambiato l’intera società sudafricana, si rendeva conto della portata o delle conseguenze che i suoi pensieri ancora incompleti avrebbero avuto.

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