In uno straripare di bellezza e verità

Cormac McCarthy, Sutree, Einaudi

Cormac McCarthy, Suttree, Einaudi

Tra polvere, e rovine, e miseria. Tra detriti, memoria di un tempo che nessuno ricorda più e cui nessuno più appartiene, e una natura incoerente, selvaggia e malata, eco di un mondo disordinato e folle, cresciuto come un tumore negli oscuri labirinti dell’immaginazione di un dio infantile e capriccioso, ed esistenze amputate, monche, abbozzate, e anime squarciate e coperte di piaghe, l’uomo sopravvive a se stesso, disperatamente aggrappato alla propria dignità di persona viva, specchio dell’indecifrabile mistero del nascere e del morire, principe derelitto di un’incessante parabola di peccato, abiezione, dolore e resurrezione. Di quest’uomo, miliziano di una crociata dei pezzenti che affolla, invisibile e ignorata, ogni angolo di terra, racconta Cormac McCarthy in Suttree, romanzo di sublime perfezione, elegia romantica e sprezzante di quell’irripetibile stagione di luce e ombra che affrontiamo senza conoscere e consumiamo senza capire. Quest’uomo, che è insieme uno e tutti, è Cornelius “Buddy” Suttree, un clandestino in fuga da se stesso che ha trovato fragile riparo in una fatiscente baracca galleggiante lungo il fiume Tennessee, non lontano da Knoxville, e si mantiene lavorando come pescatore. Le sue albe e i suoi tramonti, limacciosi e liquidi come il nastro d’acqua lurido che lo consuma e lo nutre, si sfilacciano in gesti ordinari e scelte dissennate, in colossali sbronze in compagnia di sfaccendati e buoni a nulla e in parentesi d’umanità commovente e autentica, in attimi di pietà che odorano d’eterno, nel soffio timido ma testardo di una solidarietà che è la sostanza stessa dell’essere uomo tra gli uomini. E la prosa – immaginifica e potente e ancorata alla terra come lo sono il cuore e il pensiero di chi di quella terra è figlio – che McCarthy regala alle pagine di questo capolavoro ribollente d’emozione e straripante di bellezza e di verità, come un alfabeto antichissimo ed esoterico annulla ogni confine tra i mondi, precipita al suolo cielo e stelle, disarticola orbite di pianeti, scava fin nel midollo di tutto ciò che è vivo, e in questo suo viaggio che somiglia al delirio allucinato di uno sciamano e che pure non perde mai, nemmeno per un istante, contatto con la cruda sofferenza che è l’eredità di ogni giorno trascorso dai vivi tra i vivi, disegna, con affilata precisione, quell’atroce, insopportabile assenza di significato che riposa nei battiti dei cuori e nella sorda, meccanica inconsapevolezza del respiro. “Buongiorno mamma, disse. Il suo doppio mento si increspò e iniziò a tremare. Buddy, disse, Buddy… Guarda la mano che ha allevato il serpente. I sottili condotti cavi delle sue falangi. La pelle chiazzata e piena di cisti. Le vene bulbose di un azzurro latteo. Un sottile anello d’oro incrostato di diamanti. La mano che ha educato il suo cuore di bambina ai tormenti della passione prima che io venissi al mondo. Questo è il supplizio dei mortali. Speranze distrutte, amore naufragato. Guarda il dolore di una madre. Come tutto ciò su cui mi avevano messo in guardia è accaduto. Suttree iniziò a piangere senza riuscire a smettere. La gente guardava. Si alzò. La stanza oscillava”.

È il peccato originale dell’aprire gli occhi al mondo e alla sua tragicomica deformità quello che McCarthy narra in questo suo magistrale romanzo, che al lettore offre, con la medesima onnipotenza che possiede l’arbitrio della sorte, tanto l’arrendevole sincerità del sogno quanto una lucidità ruvida e sconvolgente; egli muove al riso, al pianto, alla disperazione e all’esaltazione semplicemente seguendo le tracce di una pattuglia di emarginati il cui unico scopo è ingannare la morte, dilatare di un’ora ancora, di un giorno in più, la caccia: “Da qualche parte nella foresta livida lungo il fiume è in agguato la cacciatrice, e tra i pennacchi di grano e nella moltitudine turrita delle città. Opera in ogni dove e i suoi cani non si stancano mai. Li ho visti in sogno, sbavanti e feroci cogli occhi pazzi di una fame vorace d’anime di questo mondo”. Una pattuglia che forma una galleria di indimenticabili personaggi, destinati alla zoppicante immortalità del ricordo amaro, della rabbia, del rimpianto, del gelido tocco del rimorso.

Suttree è uno scrigno colmo di tesori, un romanzo che conquista e incanta a ogni parola, un purissimo palpito di meraviglia.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Maurizia Balmelli.
Caro amico adesso nelle polverose ore senza tempo della città quando le strade si stendono scure e fumanti nella scia delle autoinnaffiatrici e adesso che l’ubriaco e il senzatetto si sono arenati al riparo di muri nei vicoli o nei terreni incolti e i gatti avanzano scarni e ingobbiti in questi lugubri dintorni, adesso in questi corridoi selciati o acciottolati neri di fuliggine dove l’ombra dei fili della luce disegna arpe gotiche sulle porte degli scantinati non camminerà anima viva all’infuori di te.

4 commenti su “In uno straripare di bellezza e verità”

  1. ciao, come sempre il tuo articolo mi assorbe per lunghi minuti, la mia lettura diventa lenta, attenta concentrata e ripetuta.
    Complimenti e alla prossima, nino speaking

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