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Una successione di leggere variazioni

Recensione di “Il bambino scambiato” di Oe Kenzaburo

Oe Kenzaburo, Il bambino scambiato, Garzanti

Oe Kenzaburo, Il bambino scambiato, Garzanti

L’oggi è un tempo sospeso, un battito di ciglia in un rincorrersi continuo di slittamenti temporali, di ricordi che ne evocano altri, di particolari che si svelano d’improvviso e illuminano il presente di una luce nuova, di un significato prima di allora neppure immaginato. L’oggi è una variazione incessante, un ininterrotto vibrare, un mutare impercettibile; è il fluire dell’acqua, un’illusione d’identità sgretolata nel processo infinito del divenire.


Per questo l’oggi ci sfugge, non si rivela se non parzialmente, non si conosce se non in modo imperfetto; per questo è indispensabile provare a leggerlo, a interpretarlo, ad abbracciarlo facendo ricorso a ogni risorsa del pensiero, esplorando il territorio di ogni sapere, sforzandosi di parlare tutte le lingue. E tutte le lingue, con sfumature ora tragiche, ora grottesche, ora sature di passione, ora pudicamente disilluse, ora travagliate dal dubbio e dell’incertezza, ora aperte alla speranza, schiuse all’idea di miracolo, parla lo scrittore giapponese Oe Kenzaburo, premio Nobel per la letteratura nel 1994, nel romanzo Il bambino scambiato, viaggio etico-politico-filosofico (autobiografico e nel medesimo tempo universale) nel mistero della morte e della vita.

Oe attinge in gran copia alle proprie esperienze e sulla sua persona modella il carattere di uno dei protagonisti della vicenda, l’affermato scrittore Kogito (il cui nome è un dichiarato omaggio all’io pensante e per ciò stesso esistente elaborato da Cartesio e riassunto nella celeberrima sentenza latina cogito ergo sum); e di nuovo guarda a se stesso e alla sua vita nel tratteggiare l’altra figura centrale del romanzo, il cognato (nonché amico fraterno da lunga data) di Kogito, il regista Goro, morto suicida alle soglie della vecchiaia. È sugli interrogativi – strazianti in primo luogo perché destinati a restare senza risposta – suscitati dalla terribile decisione presa da Goro che ruota il romanzo, tuttavia, nelle densissime pagine dell’opera di Oe Kenzaburo il suicidio resta sempre sullo sfondo, quasi fosse una voce a malapena avvertita o, dal punto di vista squisitamente letterario, poco più che un espediente narrativo.

La scrittura di Oe, ricca, dettagliata, di studiata semplicità nell’architettura dei periodi e insieme di lussureggiante inventiva nel disegno degli episodi, dei singoli quadri di vita rappresentati – basti pensare agli agguati subiti da Kogito, che in tre diverse occasioni viene sequestrato, con ogni probabilità da un gruppo di fanatici nazionalisti un tempo seguaci del padre dello scrittore, teorico della grandezza del Giappone imperiale umiliato dalla resa del Paese alle forze americane all’indomani dell’esplosione delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, e torturato con una piccola palla di cannone, che viene fatta cadere sull’alluce del suo piede sinistro causandone la perenne deformazione – trascina il lettore in un labirintico “giardino dei sentieri che si biforcano”, consegnandogli, mediati attraverso la teoria politica, la riflessione filosofica, la critica letteraria, l’esegesi cinematografica e la memoria degli anni di gioventù, i segreti di due esistenze insieme complementari e antitetiche.

Ma il segreto, nella dimensione artistica di Oe Kenzaburo (che, non dimentichiamolo, è specchio fedele della realtà), non è fatto per essere svelato, né l’enigma posto per essere risolto; ogni nodo da sciogliere basta a se stesso come simbolo di una complessità impossibile da ridurre a unità, proprio come ogni domanda è un passo compiuto lungo un cammino destinato a non avere fine; così, il dialogo tra Kogito e Goro, mai davvero interrotto durante la loro vita nonostante lunghe parentesi di silenzio e dolorosi allontanamenti, prosegue anche dopo la morte del regista grazie a una sua geniale trovata, una serie di cassette da lui registrate per l’amico, nella quali Goro riprende, tra ricordi e nuove suggestioni, molti dei temi affrontati dai due negli anni precedenti mentre altri li propone sotto un profilo inedito; ma c’è un prezzo da pagare per questo assaggio d’immortalità, ed è precisamente quello di non raggiungere mai alcuna meta, di non trovare requie: “In breve si era reso conto che il suo intento era raccontare, senza seguire un ordine cronologico preciso, la storia della loro amicizia da quando in gioventù si erano conosciuti a Matsuyama Macchama, così come Goro era solito pronunciare il nome della città dello Shikoku. Il modo di parlare di Goro in quelle cassette non era esattamente quello di un monologo, ma piuttosto sembrava si stesse dilungando in una sorta di conversazione telefonica. Per questo Kogito preferiva ascoltare quelle registrazioni a tarda sera prima di addormentarsi, disteso sulla brandina dello studio con le cuffie sulla testa, una miriade di pensieri e ricordi ad affiorargli alla mente”.

Sorprendente coincidenza d’opposti, Il bambino scambiato è un romanzo affascinante e insieme una lettura che mette a dura prova, che non offre punti di riferimento né definite prese di posizione; proprio come uno dei suoi personaggi, l’enigmatico Goro, Oe (e non importa che il suo alter ego sia Kogito, anzi questa è solo un’ulteriore dimostrazione di quanto lo scrittore giapponese sia inafferrabile) è attore di una conversazione, voce in attesa di un controcanto, di una replica.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Garzanti, è di Gianluca Coli. Buona lettura.

Kogito era disteso sulla brandina militare nel suo studio, le cuffie calcate sulle orecchie, concentrato nell’ascolto. «… Per adesso non c’è altro. Sto per trasferirmi in un altro mondo». Non appena la voce di Goro ebbe pronunciato quelle parole, si udì un tonfo pesante. Seguì un interminabile momento di silenzio, dopo di che la voce aggiunse: «Sta tranquillo, continuerò a tenermi in contatto con te. È per questo che mi sono preso la briga di approntare questo sistema che abbiamo battezzato Tagame. Ora credo che nel tuo mondo si sia fatto tardi. Ti saluto, buonanotte!».

2 commenti su “Una successione di leggere variazioni”

  1. ciao
    interessante esperimento quello descritto che però mi sembra non arrivi a nulla se non ha imperici di andare avanti nel futuro ed accettare il passato.
    Spero di aver interpretato nella maniera giusta quello che ho letto nella tua scrittura qui sopra.
    Naturalmente leggendo il libro la mia idea potrebbe cambiare completamente, ciao alla prossima

    1. Ciao Nino, Oe è un profondo conoscitore della cultura e del pensiero occidentali, che non solo compaiono nella narrazione ma ne sono sostanza; in questo senso, la sua è una riflessione, una ricerca, un meditare; per i problemi che pone, per i temi che affronta, non elabora soluzioni o risposte. I suoi scritti sono un contributo alla discussione, un contributo ricchissimo, ma leggendoli si corre il rischio di rimanere, se non delusi, interdetti, perché sempre, in un romanzo, ci si aspetta di trovare un pensiero chiaro, una presa di posizione, una tesi sostenuta con decisione quando non le nostre stesse opinioni espresse nella forma che avremmo voluto dargli.

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