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L’azzardo del vivere

Recensione de “Il giocatore” di Fedor Dostoevskij

recensione Fedor Dostoevskij, Il giocatore, Garzanti

 Fedor Dostoevskij, Il giocatore, Garzanti

Ci sono scrittori per cui non servono introduzioni. La lettura delle loro opere è un rischio che ogni lettore deve correre in modo individuale, autonomo: troverà sempre una risposta, che nessun altro gli potrà suggerire, ai problemi, ai conflitti posti dalla propria epoca, dal proprio livello culturale. Dostoevskij è uno di questi scrittori.

Con un coraggio sorprendente per gli anni in cui vive rifiuta l’immagine convenzionale e astratta dell’uomo […], affronta i processi psichici più oscuri e contraddittori, dove l’uomo non può affidarsi ad alcuno dei suoi sostegni abituali, le dinamiche più sconcertanti tra individuo e società, intuizione e intelletto, libertà e legge, fede e ateismo, demonicità e santità, riaffermando la convergenza indispensabile tra mondo sociale, politico e mondo morale […]. Una cosa va comunque ricordata: Dostoevskij è un grande scrittore, non un filosofo, un pensatore […]. La sua ricerca non va in direzione speculativa: il suo oggetto è la psiche umana imperfetta, l’anima ferita, ribelle, l’anima che anela all’armonia, che si dibatte tra il bene e il male, che cerca la sua realizzazione completa, attraverso prove dolorose, angosciose lacerazioni”.

Così Fausto Malcovati, nell’introduzione al romanzo Il giocatore, spiega figura e opera di Fedor Dostoevskij evidenziando la sostanziale letterarietà di tutta la sua produzione. Che si tratti dei grandi romanzi, o dei lavori “minori” (di cui è eminente esempio proprio Il giocatore, romanzo scritto “per disperazione” in sole quattro settimane eppure magistrale nella costruzione dei caratteri e finissimo nel delineare la psicologia di ogni singolo personaggio), a emergere non sono convincimenti ma contraddizioni, non prese di posizione ma dubbi, non verità ma punti di vista, coordinate confuse di un personale universo etico sempre mutevole, costantemente in via di definizione, e che, certo, ha punti di riferimento, si richiama a una definita visione degli uomini e del mondo, e tuttavia, sottratto alla pura teoria e immerso nel caos delle vicende umane, sembra scolorire, perdere consistenza, rinunciare a essere abito morale per ridursi a sussurro di una volontà fragile, di una determinazione spesso incostante.

In luogo del filosofo mancato, dunque, ecco splendere lo scrittore, il romanziere, il narratore, il creatore di storie, e dalla rinuncia a dimostrazioni rigorose e a stringenti ecco fiorire una prosa ricchissima, magnifica, coinvolgente, e dialoghi serrati, furenti, colmi di passione, d’odio, d’amore e disperazione, e timidi, terrorizzati dalla più piccola speranza, e impetuosi di desiderio, e spumeggianti d’ilarità e follia, e studiati per ingannare, per mascherare il dramma, la tragedia, la paura.

Tutto questo ne Il giocatore ha una forte declinazione di critica sociale (il trasparente bersaglio polemico di Dostoevskij è la viziata e oziosa società borghese europea, ritratta nella cornice della fittizia cittadina termale di Rulettenburg) e insieme un virulento taglio “umanistico”; a partire dalla voce narrante – quella del precettore Aleksej Ivanovic, al servizio di una famiglia a dir poco stravagante, sull’orlo del fallimento eppure straordinariamente liberale, e a tal punto innamorato da trasformarsi in incallito giocatore d’azzardo – fino ad arrivare alla figura centrale del romanzo (la vecchia, ricchissima nonna, la cui morte tutti attendono per spartirsi l’eredità e che improvvisamente vedono piombare tra loro, assetata di vita e consumata dal desiderio di giocare la propria fortuna alla roulette), lo scrittore russo illumina vizi ed eccessi di un particolare tipo d’uomo: il suo connazionale (materia prima d’interesse di ogni suo scritto) lontano dalla madrepatria.

Così facendo, Dostoevskij si àncora al proprio tempo e nello stesso tempo lo travalica – “Le antinomie tra le quali si muovono i suoi romanzi”, scrive a questo proposito Malcovati, “sono le stesse che scuotono ancor oggi il nostro mondo: non perdono anzi acquistano attualità di generazione in generazione” – con la classe borghese, le cui debolezze vengono così crudamente denunciate, che si fa modello e archetipo nello stesso modo in cui il singolo, pur impeccabilmente inquadrato nella propria irripetibile singolarità, riflette l’universale. Mentre la grande metafora del gioco, buco nero capace d’inghiottire senza sforzo menti, cuori e anime (e il cui demoniaco fascino Dostoevskij ha ben conosciuto), racconta di quell’ansioso bisogno d’assoluto che l’uomo, senza sapersi figurare, in qualche misterioso modo non cessa di provare, e, da imperfetta creatura qual è, prova a soddisfare abbandonandosi alla sfrenatezza, alla vertigine, spingendosi fino a quell’estremo confine della vita dove non c’è che un soffio, o un filo sottilissimo, a separare la salvezza dalla caduta.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione e le note al testo, per Garzanti, sono di Gianlorenzo Pacini. Buona lettura.

Sono finalmente tornato dopo un’assenza di due settimane. I nostri si trovavano già da tre giorni a Rulettemburg. M’immaginavo che mi aspettassero con chissà quale ansia, ma invece mi ero sbagliato. Il generale aveva un’aria estremamente indipendente, mi ha parlato guardandomi dall’alto in basso e mi ha spedito direttamente dalla sorella.

1 commento su “L’azzardo del vivere”

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