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La virtù delle mappe

Recensione de “La zattera di pietra” di José Saramago

José Saramago, La zattera di pietra, Einaudi

José Saramago, La zattera di pietra, Einaudi

“La prima crepa comparve su un gran lastrone naturale, levigato come la tavola dei venti, in qualche punto di questi Monti Alberes che, all’estremità orientale della cordigliera, scendono regolari verso il mare […]. La seconda crepa, ma per il mondo la prima, si ebbe a molti chilometri di distanza, sul versante del golfo di Biscaglia, non lontano da un luogo dolorosamente celebre nella storia di Carlo Magno e dei suoi Dodici Pari, un posto chiamato Roncisvalle […].

È tempo di spiegare che quanto si racconta o si racconterà è la pura verità e può essere verificato su qualsiasi carta geografica, purché abbastanza minuziosa da contenere informazioni apparentemente tanto insignificanti, dato che la virtù delle mappe è proprio questa […] di pronosticare che tutto vi può succedere. E vi succede”.

Il muto, millenario linguaggio della terra si fa parabola, e apologo fantastico, e dolce narrazione che scorre liquida fin nel cuore di quell’inconoscibile, inafferrabile essenza della cui natura tutti partecipiamo, nel respiro poetico della narrazione di José Saramago, la cui prosa sembra danzare lungo la linea d’ombra che segna il confine tra l’impossibile, l’assurdo e un’improbabilità così misteriosa, affascinante e obliqua da divenir plausibile. In pari tempo profeta, indovino e sacerdote, il grande scrittore portoghese, ne La zattera di pietra (pubblicato vent’anni fa, nel 1986) dà corpo all’inspiegabile, guarda al mondo con fanciullesca innocenza, volta le spalle a ogni sovrastruttura tecnico-scientifica, a ogni pensiero che non cerchi di pensare l’essenza, a ogni riflessione la cui meta non sia l’assoluto, e lascia che siano le parole, nel loro incorrotto rapporto con le cose, a disegnare reale e irreale, a definire un mutamento improvviso ed epocale che forse è il primo passo di un’apocalisse e forse, invece, è il semplice, miracoloso risveglio di ciò che è vivo.

Comincia tutto a Cerbère, sui Pirenei orientali, dove una persona qualsiasi, un giorno, traccia un segno sul suolo con il suo bastone d’olmo e di colpo i cani di tutto il paese cominciano a latrare; è qui che si apre la frattura che, dinanzi all’impotente sgomento dell’intero pianeta, in breve tempo porterà la Penisola Iberica a staccarsi dal resto d’Europa e, come fosse un’immensa zattera di pietra, ad andare alla deriva nell’Oceano Atlantico.

Che cosa sia davvero accaduto, cioè per quale ragione sia accaduto, nessuno lo sa, e Saramago dapprima racconta questo vertiginoso precipitare nelle tenebre di una nuova, terribile ignoranza, con sottile ironia, mettendo a nudo i limiti del nostro sapere, le cui certezze sempre sono minate da un’intransigenza superstiziosa – “La discussione dei sapienti s’era fatta quasi impenetrabile a intendimenti profani, e tuttavia si poteva vedere che due erano le tesi centrali in discussione, quella dei monoglacialisti e quella dei poliglacialisti, entrambe irriducibili e dopo un po’ nemiche, come due religioni antitetiche, monoteista l’una, politeista l’altra” -, poi, come se il nuovo assetto del mondo fosse non la tanto temuta fine di tutto ma il primo passo di una palingenesi, lascia che la prosa, come fosse trasportata dalle medesime correnti che fanno viaggiare quell’immensa imbarcazione di fortuna formata da Spagna e Portogallo, sfumi in una leggerezza quasi fiabesca, in un quieto fatalismo che ha il profumo dimenticato della saggezza: “Quando fu ormai evidente e inequivocabile che la Penisola Iberica si era separata completamente dall’Europa […] centinaia di migliaia di turisti […] abbandonarono a precipizio, lasciando i conti da saldare, gli alberghi, le pensioni, le locande, gli alloggi, gli ostelli, i residence, le case e le camere in affitto, i campeggi, le tende, i caravan, provocando immediatamente per le strade giganteschi ingorghi di traffico, che ancor più si aggravarono quando le automobili cominciarono a essere abbandonate dappertutto, ci volle un po’ di tempo ma poi fu come una miccia, in genere la gente ci impiega un po’ a capire e ad accettare la gravità delle situazioni, di questa per esempio, del fatto che l’automobile non serviva a niente se le strade per la Francia erano tagliate […]. Spagnoli e portoghesi […] assistevano a quel panico, non ne vedevano il motivo. In fin dei conti, finora non è morto nessuno, questi stranieri, quando li fai uscire dalla routine, perdono la testa, ecco il risultato di essere tanto avanti nella scienza e nella tecnica”.

Dinanzi alla lucida superficie di una libertà oscuramente desiderata e inspiegabilmente giunta, inebriante come un desiderio avverato, e nel dipanarsi dei destini di un pugno di personaggi in qualche misteriosa maniera legati alla straordinaria mutilazione del Vecchio Continente, Saramago, senza offrire soluzioni o facili consolazioni ma rifiutando, nel contempo, la fin troppo comoda seduzione della tragedia, fa sfilare le inquietudini del nostro tempo: solitudine, spaesamento, irrazionalità, violenza.

E nel naufragio di un’umanità intera, in un desolato viaggiare senza meta che è metafora di una universale perdita della coscienza di sé, quel che rimane, come un diamante seminascosto su una spiaggia in attesa dell’occhio che lo scorga e della mano che lo colga, è l’eco infinita di questo mondo, “una commedia di sbagli”.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Einaudi, è di Rita Desti. Buona lettura.

Quando Joana Carda segnò il suolo con il suo bastone d’olmo, tutti i cani di Cerbère cominciarono a latrare, seminando panico e terrore fra gli abitanti, visto che da tempi remoti si credeva che quando in quel luogo i canidi, che erano sempre stati muti, avessero cominciato a latrare, tutto l’universo sarebbe stato sul punto di estinguersi.

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