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Una magistra vitae più efficace della storia

Recensione di “Atti relativi alla morte di Raymond Roussel” di Leonardo Sciascia

Leonardo Sciascia, Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, Sellerio

Leonardo Sciascia, Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, Sellerio

“Innegabilmente, ci sono molti punti oscuri negli ultimi giorni di vita e nella morte di Raymond Roussel; e se si declinano dal punto di vista del sospetto, la vicenda assume un che di misterioso, da detective story […]. Ma forse questi punti oscuri che vengono fuori dalle carte, dai ricordi, apparivano, nell’immediatezza dei fatti, del tutto probabili e spiegabili. I fatti della vita sempre diventano più complessi ed oscuri, più ambigui ed equivoci, cioè quali veramente sono, quando li si scrive – cioè quando da ‘atti relativi’ diventano, per così dire, ‘atti assoluti’”.


Opera allo stesso tempo filosofica e metaletteraria, gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel di Leonardo Sciascia è tanto un unicum nella ricca e preziosissima produzione dello scrittore siciliano quanto il naturale sbocco del suo percorso narrativo. Autore di splendidi romanzi la cui impeccabile cornice noir introduce (rivelando in tal modo la sua fondamentale ma in ultima analisi strumentale funzione di codice di decodificazione) temi di straordinaria rilevanza, quali per esempio quello relativo al rapporto tra legge e giustizia, o al necessario bilanciamento che uno Stato degno di questo nome deve garantire tra certezza della pena e certezza del diritto (o meglio del suo rispetto in ogni circostanza), istanza, quest’ultima, che solo a occhi e menti superficiali può apparire come dicotomia tra inconciliabili opposti, in questo suo lavoro Sciascia affronta ancora una volta la realtà, quella realtà che egli sa così magnificamente vestire di attualità, donandole nel medesimo tempo, proprio in forza della sua non comune profondità di riflessione, quell’atemporalità, quella “sospensione che sfiora l’eterno” che rende la letteratura una magistra vitae ben più efficace della storia, ma lo fa da un punto differente rispetto al passato.

Gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, infatti, pur prendendo le mosse da un semplice (ma è davvero così semplice?) caso di cronaca – il ritrovamento, il 14 luglio del 1933, nella camera numero 224 del Grand Hotel et des Palmes di Palermo, del cadavere del “suddito francese” Raymond Roussel – non si allontanano dalla vicenda raccontata per concentrarsi (in una continuità narrativa che, pur senza esaurirsi in uno sterile esercizio di stile, conserva chiari i tratti dell’artificio, per quanto magnifico) sui temi che le sono connessi, bensì fanno dell’accadimento stesso il proprio oggetto di studio, cercando di capire quale distanza divida il vero, ciò che è, dalla sua riproducibilità letteraria. Quanto, ci si chiede tra le righe di questi ordinati atti, di quel che è realmente successo, di tutti gli intrecci (casuali oppure frutto di deliberate decisioni) che hanno condotto le cose fino al punto in cui sono state “scoperte”, sono divenute qualcosa di pubblico dominio, qualcosa che è stato necessario, indispensabile razionalizzare, spiegare, è possibile restituire intatto in un resoconto? In che misura, dunque il pensiero, e la parola che ne è espressione, sono rappresentazione esaustiva del suo oggetto d’indagine?

Il senso di tutti questi quesiti, Leonardo Sciascia lo riassume citando Graham Greene, o meglio un suo personaggio, un poliziotto, che dichiara: “Possiamo impiccare più gente di quel che i giornali ne possano pubblicare”, con ciò intendendo dire che la ricchezza della realtà, di tutto quel che succede, non potrà mai essere colmata dalla sua spiegazione, per quanto precisa e dettagliata essa possa essere. Gli atti relativi, pertanto, sono esattamente quel che la parola indica, la relativizzazione di quell’assoluto che è il vivere; ma la relativizzazione, rappresentata dall’atto dello scrivere, deve per forza di cose rivelarsi strutturalmente insufficiente, essere condannata al fallimento? Non è piuttosto, come gli atti stessi (in più di un punto impreziositi dagli interventi dell’autore tesi a seminare dubbi e perplessità sulla conduzione dell’indagine da parte delle autorità) lasciano intendere a chiunque voglia leggerli con la necessaria attenzione, che la complessità di ciò che è stato non è stata compresa proprio da coloro che avrebbero dovuto illuminarla a dovere? Se così stanno le cose, quel che finisce per emergere dalla presentazione degli Atti della morte di Raymond Roussel (presentazione, è bene ripeterlo, non così nuda come appare a prima vista), è ancora una volta un vizio di forma fin troppo umano, una stortura, un difetto che la parola ha il duplice compito di denunciare e correggere.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

“Commissariato di P.S. – Sez. Politeama – Palermo. 14 luglio 1933 A.XI E.F. Telegramma interno. Illmo Signor Primo Pretore. Illmo Signor Questore. Palermo. Verso le dieci circa di stamani il facchino Antonio Kreuz dell’Hotel des Palmes, recatosi nella camera N. 224 occupata dal suddito francese Raymond Roussel, nato a Parigi il 21-1-1877, constatava che il predetto giaceva cadavere supino coricato su un materasso collocato a terra. Il Roussel, a quanto si è appreso, era ammalato al cervello e pigliava dei medicinali per stordirsi.

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