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Le spietate intemperie del linguaggio

Recensione di “Great Jones Street” di Don DeLillo

Don DeLillo, Great Jones Street, Einaudi

Don DeLillo, Great Jones Street, Einaudi

Un luogo e un non-luogo, una realtà e il suo contrario, ma anche una iperrealtà, uno spazio non identificabile eppure concreto dove si incontrano, compenetrandosi, le prospettive impossibili di incubi generati da un’immaginazione vertiginosa e insaziabile e i quotidiani orrori figli della peste oscura e onnipresente della modernità, le logiche predatorie di un presente che odora di fogna e Medioevo e le fughe impazzite, incoerenti, sature di ogni possibile follia, di chi non riesce a pensare ad altro che a sopravvivere.


Questo spazio, questo esserci allo stesso tempo corporeo e metafisico, questo ente che sembra pensabile solo secondo categorie filosofiche e nonostante ciò risulta abitabile, capace di ospitare la vita (e finanche di proteggerla) nella sua scandalosa nudità, nel gelido disordine del nulla che custodisce senza neppure averne coscienza, ritagliato lungo gli imperfetti contorni di un trascurato monolocale newyorkese, è il centro di gravità di Great Jones Street, labirintico e scintillante romanzo di Don DeLillo denso di violentissima ironia, travolgente come la furia cieca delle Erinni e sterile e impotente come le cristalline verità di Cassandra, destinate ad appassire, ignorate dal mondo, sulle sue labbra maledette dal Dio.

DeLillo narra freneticamente, vorticosamente, costringendo la sua scrittura, il suo stile magnifico e lussureggiante, a rincorrere il precipitare del tempo verso l’annientamento – “Il male è un movimento in direzione del nulla” – a descrivere ciò che non ha descrizione, a indicare un domani di tenebra che senza sosta cresce all’ombra delle masse tumorali del nostro tempo, un domani che non ha senso né attendere né temere, perché, anche senza essersi ancora verificato, è in buona misura già accaduto.

Attraverso il suo protagonista, la giovane e famosissima rockstar Bucky Wunderlick, che nel pieno di una tournée con la sua band decide di abbandonare tutto e tutti e di esiliarsi in un minuscolo appartamento di Great Jones Street, New York, gelido (siamo in inverno) e privo di tutto, lo scrittore americano passa in rassegna le menzogne e le illusioni da cui siamo circondati e il loro denominatore comune, il linguaggio e le sue declinazioni. Se Wunderlick, e tutti coloro (manager, giornalisti, colleghi, scrittori alla disperata ricerca della fama, della gloria, dell’immortalità) che si affannano a stanarlo dal suo precario rifugio, simboleggiano l’idea del successo e le spaventose distorsioni che la sua realizzazione (non importa quanto parziale) porta con sé, quel che accade al giovane senza che egli ne sia in alcun modo responsabile è specchio di una deriva ben peggiore, di un crollo cui nulla può resistere e per il quale non esistono difesa o salvezza di sorta.

Ecco dunque che in una New York popolata quasi soltanto da relitti umani, violentata da escrescenze di intollerabile povertà che in ogni dove moltiplicano se stesse, che infettano come peste il tessuto della città, la lingua si prostituisce nei dialetti fitti d’interesse di loschi comitati d’affari che eleggono Wunderlick, reo di non dare importanza a nulla che lo riguardi, a elemento cardine dei loro business. È a casa del cantante, infatti, che viene recapitato un pacco, un pacco di grande importanza, contenente una droga nuovissima, qualcosa di mai sperimentato prima, una sostanza i cui effetti sono assolutamente dirompenti, così micidiali da interessare anche il governo degli Stati Uniti (che forse ha contribuito a produrla) e che, nell’imminenza della distribuzione sul mercato, si contendono diversi gruppi criminali.

In mezzo a una tempesta di offerte, minacce, richieste e preghiere, Wunderlick cerca senza successo di difendere la propria neutralità, preso d’assalto dai rumori del mondo, dalla finzione della parola scritta (impersonata dallo scrittore Fenig, impegnato a sperimentare nuovi “generi” letterari, dalla pornografia per bambini ai “racconti finanziari”), che al di là di sé e di ogni intrinseco significato brama esclusivamente l’inconsapevolezza dei lettori, il meccanico andirivieni di occhi privi di luce, a quella del ritorno al palcoscenico (sull’onda di testi del tutto privi di coerenza), fino alle lusinghe chimiche della droga che tutti vogliono, un preparato che colpisce proprio l’area del cervello deputata allo sviluppo della parola, rendendo il malcapitato consumatore incapace di produrre altro che inarticolati gorgoglii (e finendo per restituire alla lingua corrotta e morente, in un cortocircuito di sorprendente misericordia, una preverbale innocenza, forse l’unica possibile redenzione).

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Einaudi, è di Marco Pensante.

La celebrità esige ogni eccesso, intendo la celebrità vera, che è una fluorescenza divoratrice e non la sobria rinomanza degli statisti sul viale del tramonto o dei sovrani dal mento sfuggente.

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