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I campi russi e la morte

Recensione di “Il colombo d’argento” di Andrej Belyj

Andrej Belyj, Il colombo d'argento, Rizzoli

Andrej Belyj, Il colombo d’argento, Rizzoli

Il colombo d’argento è percorso dal tema dello spazio russo o, meglio, dei ‘campi russi’. Darjalskij, il protagonista, fugge verso i ‘campi russi’, che gli infliggeranno la morte. È un’epoca, quella, in cui tutta la letteratura russa fugge verso le profondità dello spazio russo, cerca rifugio nell’etnografismo, nel topografismo, nella religiosità degli immensi spazi rurali della Russia […].

No, non è una metafora: Belyj si interessa ai ‘campi russi’ nel modo più concreto possibile. Quando era studente in scienze naturali ha scritto una tesi di laurea sulle ‘forre’ nella Russia centrale […]. Ma c’è un’altra chiave, più efficace. A quel tempo Belyj si interessa appassionatamente alle sette russe. È quello, del resto, un periodo di infatuazione generale per tutti i settari della Russia, quelli della Vecchia Fede, gli Evangelisti, gli Stundisti o i Molokani, e soprattutto i famosi ‘clysty’ e i dissidenti dei ‘clysty’: gli ‘scoptsy’, che praticano l’autocastrazione […]. I Fratelli si chiamano tra loro ‘colombi’, e le loro ‘radenie’, o riunioni mistiche ed erotiche, che terminavano con tranches e spesso con l’accoppiamento carnale dei ballerini tra loro, esercitavano un grande fascino sulla generazione simbolista […]. L’eresia degli ‘uomini di Dio’ (o ‘clysty’) è sorta in Russia nella metà del 17° secolo. Per loro, lo Spirito Santo, soffiando a suo talento, traforma gli uomini in ‘cristi’ (‘clysty’ ne è la forma corrotta), in quali, in certe comunità, si adorano reciprocamente. E chi è Cristo e chi è Madre di Dio. Uomini e donne sono vestiti di bianco e gli stati di trance, durante le danze rituali, vengono portate fino all’estasi”.

Nella sua ricca e densa introduzione all’edizione italiana de Il colombo d’argento di Andrej Belyj (edita da Rizzoli nella traduzione di Maria Olsoúfieva), Georges Nivat squaderna dinanzi al lettore non solo i temi cardine del romanzo ma anche la sua ambientazione e il suo respiro narrativo; Belyj, scrittore, poeta, filosofo e critico letterario, si misura da una parte con il richiamo irresistibile della terra, che ha la voce degli ultimi e delle loro rivendicazioni, dall’altra con le deliranti ossessioni, nelle quali si mescolano confusi disegni politico-sociali di stampo egualitaristico e visioni intrise di misticismo, di piccole consorterie segrete votate anima a corpo alla realizzazione di una nuova età dell’oro, alla conquista di un secondo, definitivo Eden.

Raffinata, gioiosa e pungente, la penna di Belyj descrive la deriva spirituale russa concentrandosi sui ritratti dei singoli personaggi che popolano il romanzo; i suoi eroi palpitano selvaggiamente di vita, agiscono spinti da emozioni che non riescono a frenare; schiavi di istinti quasi bestiali, essi corrono verso la propria distruzione in una sorta di cieca inconsapevolezza, mentre colui che ne racconta i destini mette a nudo i loro difetti disegnando profili grotteschi, che trasformano ogni attore in scena nella parodia di se stesso: “Fjokla Matvèevna […] era tutta floscia; quando, dopo essersi stretta in un busto, indossava l’abito di seta viola o quello color cioccolata, la pancia ed i seni parevano far scoppiare la stoffa; la pappagorgia le si gonfiava, il capo veniva tutto ributtato all’indietro; ma il viso non si poteva dire grasso; era piuttosto gonfio, pallido […]. Anche le labbra non scherzavano: quello inferiore s’era scostato dal superiore esattamente d’un mezzo pollice; al suo margine estremo si trovava una verruca, e sarebbe poco male, ma ne veniva fuori un ciuffetto di peli ricci, e questo molti non lo sopportavano, in special modo il sesso maschile e certe signorine delicate […]. Il generale Cizikov era apparso nei nostri paraggi oramai da cinque anni e mezzo; accompagnato da fracasso, da rulli di tamburi, da pettegolezzi, incalzato da uno scandalo trionfante; ma nel corso di questi cinque anni il generale Cizikov aveva saputo scavalcare ogni scandalo, circondato com’era da denaro, da vino, da donne e da gloria. Si mormorava che vivesse sotto un nome falso; una cosa sola era indubbia: il generale Cizikov era, indubbiamente, un generale e per di più di quelli ragguardevoli; ed era Cizikov”.

Astuta e pungente, l’ironia di Andrej Belyj stempera (nello stesso tempo forgiandolo e rendendolo indimenticabile) il dramma che pagina dopo pagina prende forma e che si riflette interamente nello smarrimento del poeta Darjalskij, fidanzato con una giovane di buonissima famiglia che di punto in bianco decide di voltare le spalle al proprio futuro per legarsi alla sensuale contadina Matrjona, compagna del maturo falegname Kudejarov, capo della setta dei “colombi”, convinto che sarà proprio Matrjona, il cui compito è conquistare Darjalskij e unirsi a lui, la donna destinata a dare alla luce l’“uomo nuovo”, colui che rinnoverà lo spirito dell’intera Russia e darà inizio a un Regno di Luce. Consumato da una passione che non comprende e non controlla, adepto entusiasta e ignorante di un culto che non sa riconoscere, Darjalskij è la vittima designata di un disegno folle e sterile; marionetta nelle mani di feroci burattinai, egli è il simbolo dell’uomo e dell’intellettuale russo del tempo, è lo specchio di una generazione, travolta dalle fiamme di un secolo terribile, che invano cerca oltre sé la propria redenzione e in questo patetico tentativo stermina innocenti.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Ancora e ancora lanciava i suoi sonori richiami nell’azzurro abisso del giorno pieno di ardenti, crudeli bagliori, il campanile di Celebèevo. Sopra si dimenavano nell’aria, sfrecciando in qua e in là, i rondoni. Intanto la giornata di Pentecoste, soffocante di effluvi profumati, aveva sparso sui cespugli manciate di lievi, incarnatine rose di macchia.

2 commenti su “I campi russi e la morte”

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