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Un pugno d’anime in un fazzoletto di miseria

Recensione di “Le terre del Sacramento” di Francesco Jovine

Francesco Jovine, Le terre del Sacramento, Einaudi

“[Con] Le terre del Sacramento assistiamo al nascere del fascismo, ripercosso a Isernia e a Morutri (Isernia, la Calena del romanzo), come un movimento che non aveva ancora il suo nome e la sua fisionomia definita, senza propositi polemici contro di esso, ma come la storia naturale e dolorosa di una malattia nazionale che investiva perfino terre barbariche e socialmente ineducate con una fatalità ineluttabile […].


Però si sente la sapienza dell’artista; nessuna parte del racconto è condotta con la manifesta preoccupazione di arrivare a quella catastrofe, che poi via via si viene determinando. Con chi prendersela? Con i carabinieri, con le camicie nere? […] Con nessuno: c’è soltanto la fatalità dei secoli, della tradizione feudale, che divora gli uomini e le cose, e tende astuzie innocenti, incolpevoli, a tutti gli ingenui […]. L’epilogo del romanzo è tragico, ma la tragedia è stata disseminata e preparata nel tempo. Si può almanaccare sulla fede dello scrittore; la chiusa è apparentemente pessimistica, ma si indovina una fede lenta e penetrante, una fede nella lotta, e nel riscatto progressivo, delle popolazioni oppresse dall’aria bassa della provincia […]. Alla fine ci sentiamo concittadini di Calena, di Morutri, di Pietrafolca, di tutti quei villaggi montuosi, e partecipiamo con affetto antico alle passioni, ai pregiudizi di tutto quel bulicame di secoli che ora si è canalizzato nelle vene di persone chiamate a recitare la loro parte tra il 1921 e il 1922”.

Con queste parole il critico Luigi Russo inquadra l’ultima opera (la più importante, la più significativa, la più matura) di Francesco Jovine (prematuramente scomparso nel 1950, a soli 48 anni), quel dolente canto dei contadini e della storia splendidamente intitolato Le terre del Sacramento che è romanzo appassionato e potente, voce sommessa e cocciuta di una sapienza semplice che profuma di magia e superstizione, si inginocchia impaurita e riverente dinanzi alle piaghe di Cristo, sogna diavoli e maledizioni, misura il presente con l’immutabile metro di un passato intoccabile e sacro fatto di leggi eterne e limiti invalicabili, e omaggia la ricchezza miracolosa del suolo e del cielo, delle zolle grasse e del sole bruciante con il sacrificio bestiale del lavoro, con l’umiliazione del pane quotidiano strappato agli artigli d’acciaio di una povertà opprimente.

Lo scrittore molisano, uno dei tanti, troppi rappresentanti di un’Italia letteraria oggi quasi del tutto dimenticata, costruisce un affresco colmo di poesia e verità; guarda ai suoi personaggi con pietà, compassione, rispetto, li osserva muoversi lungo la scacchiera eterna del vivere e del morire, languire, ciascuno a proprio modo nelle crudeli camere separate della ricchezza e dell’indigenza, arrancare nei solchi profondissimi scavati dall’analfabetismo, dalle insufficienze della scuola, dal bisogno pressante che allontana dai banchi e dai libri e prende a modello, ritraendolo con maestosa acutezza, un pugno d’anime sparse in un fazzoletto di miseria incoronato dalla silenziosa meraviglia dei monti per narrare d’ingiustizie e viltà, di speranze e disinganni, di tradimenti e fedeltà e promesse e sacrifici estremi.

La scrittura di Jovine, radicata nella concretezza della terra, impastata del sudore dei cafoni, faticosa come il loro pane, evoca un mondo perduto ma impossibile da dimenticare; dalla sua prosa emergono, quasi come archetipi, gli uomini e le donne attraverso i quali la narrazione si fa carne e sangue; l’avvocato Cannavale, soprannominato “Capra del Diavolo”, indolente proprietario delle terre del Sacramento, pallido e impotente feudatario, ombra di secoli addormentati, svogliato e incapace di occuparsi dei propri affari; Laura de Martiis, donna dalle grandi ambizioni che prima sposa Cannavale poi prende le redini dei suoi possedimenti gravati da ipoteche per riportare vita e prosperità in quegli angoli di sterile meraviglia; Luca Marano, giovane senza mezzi, seminarista mancato, tanto vicino alla sua gente da prenderne le parti nel momento in cui il disegno di riforma messo in atto da Laura si rivela per ciò che forse è stato fin dall’inizio, un diabolico inganno a danno degli ultimi, i soli che avrebbero realmente diritto al suolo e ai suoi doni, gli unici che insieme a quel suolo vivono, levatrici, con l’aiuto di Dio, dei suoi doni innumerevoli doni.

Racconto di vita che della vita ha l’asprezza e la misericordia, la caduta e la salvezza, l’affanno, la quiete e l’eroica rassegnazione dei vinti, degli ultimi, di coloro che sempre attendono l’eredità ultraterrena dei giusti, Le terre del Sacramento è una gemma preziosa la cui luce tenace è colpevole continuare a ignorare.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

A Calena, di marzo, incominciava il sole lungo. Per tutto l’inverno la cresta delle Mainarde, che era a ponente della città, faceva brevi i crepuscoli. I raggi, rotti dalle rocce, illuminavano breve tratto del cielo di luce folgorante, lasciando la città e le sue terre nell’ombra.

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