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La fiabesca anima d’Irlanda

Recensione di “Fiabe irlandesi” di James Stephens

James Stephens, Fiabe irlandesi, Bur

Lo spirito di una terra e della gente che la abita. E ancora l’eco delle tradizioni, la suggestione di riti antichissimi, l’eredità preziosa della cultura, il richiamo rapinoso del folclore. Tra le pagine delle Fiabe irlandesi di James Stephens, nel delicato svolgersi della narrazione, nelle infinite sfumature del linguaggio così come nel continuo, avventuroso avvicendarsi di storie che sono patrimonio comune e condiviso di una comunità, è l’anima di un popolo a scintillare. L’incanto del mito, il richiamo orgoglioso e romantico a una memoria lontana nel tempo ma non per questo meno viva e presente, il resoconto fedele di leggende tramandate per secoli e poi, durante il Medioevo, raccolte e conservate come testimonianza degli splendori di un mondo (quello pagano) che aveva ceduto il passo al cristianesimo trionfante, rappresentano per lo scrittore irlandese il senso stesso del suo lavoro. Stephens, infatti, veste allo stesso tempo i panni del filologo e del romanziere, del cantastorie e dell’archeologo, e seduce i lettori portandoli con sé in un modo sconosciuto eppure noto, dove la nobiltà coincide con l’esercizio della virtù guerriera, i sentimenti e le emozioni si vivono con irrefrenabile pienezza, la saggezza è comprensione del cuore degli uomini e conoscenza profonda dei segreti della natura e la magia e il soprannaturale sono semplicemente l’altra faccia di ciò che è percepibile con i sensi, qualcosa da capire, da abbracciare, non da temere. Protagonista assoluto di queste fiabe è Fionn mac Cool, campione del popolo d’Irlanda; “la sua esistenza”, scrive Melita Cataldi nell’introduzione al volume edito da Rizzoli, “viene seguita, per episodi, dalla perigliosa infanzia all’autorevole e saggia vecchiezza, ed è osservata nello specchio delle sue passioni: la giovanile trepida scoperta della natura, del soprannaturale e della ostilità degli uomini, il sentimento della solitudine, il coraggio non marziale, l’intraprendenza spericolata, l’amore appassionato per la bella Saeve, tenero per il piccolo Oisin, fedele per i suoi cani da caccia, e soprattutto la irrefrenabile curiosità per l’altro mondo, il mondo «altro», il nuovo, per «la musica di ciò che accade»”.

La prosa di Stephens ha un respiro unico e scorre fluida tra un’inesauribile molteplicità di registri e di toni che senza sosta si intrecciano tra loro; ingenua e pura nella descrizione di un mondo ritratto nella sua infanzia, si fa immaginifica ed evocativa quando esplora i misteri della magia, esplode come un fuoco d’artificio nella concitazione delle battaglie e nei rapimenti d’amore, si stempera nelle scene d’intimità familiare e poi torna travolgente quando l’avventura riprende il proprio posto al centro della narrazione. L’Irlanda, sembra dirci l’autore, vive qui, al confine tra storia e leggenda; qui si custodisce il suo più autentico patrimonio di conoscenze, qui riposa la sua identità. Che questa ipotesi sia vera, soltanto verosimile, o completamente falsa, non importa più di tanto; quel che conta davvero è la sincerità del convincimento di James Stephens, il contagioso entusiasmo che si respira in ogni pagina del suo libro, e più di tutto la rielaborazione, creativa ma sempre rispettosa, del fiabesco tessuto narrativo in qualche modo connesso alla nascita di una nazione.

Le Fiabe irlandesi sono una splendida sorpresa, un sussurro d’innocenza e d’armonia; in ciascuna di esse riluce, quasi fosse un miracolo (o per dir più esattamente un benevolo incantesimo) la gioia semplice legata all’arte del raccontare, il fascino infinito dell’affabulazione che cattura il cuore e accende la fantasia.

Eccovi l’inizio, la fiaba intitolata La storia di Tuan Mac Cairill. Buona lettura.

Finnian, abate di Movilla, andò in gran fretta verso sud est. Gli era giunta infatti notizia, mentre era nel Donegal, che nella sua stessa provincia v’era ancora chi credeva in divinità che lui non riconosceva. E le divinità, se non sono riconosciute, son trattate con sprezzo perfino dai sant’uomini. Gli fu riferito di un potente signore che non osservava né il giorno dei santi né la domenica.

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